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Pancheri Giacinto

(1857-1947)


(cfr. Demetrio Zucchetti, Coadiutore Giacinto Pancheri in E. Valentini (a cura di) Profili di missionari Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice, Roma, LAS, 1975, p. 177-179).


n. a Romallo (Trento-Italia) il 27 aprile 1857; prof. a Torino il 31 agosto 1889; m. a Sandago di Mendez (Ecuador) il 10 aprile 1947. 


I coadiutori missionari svolgono un’attività svariatissima nelle missioni. Essi sostituiscono il missionario sacerdote in tutto ciò che deve fare, all’infuori del ministero. Il coadiutore missionario moltiplica le braccia del sacerdote dove prima erano necessari due sacerdoti, col missionario coadiutore ne basterà uno; il secondo, nella estrema penuria di missionari resterà disponibile per un nuovo passo avanti.

Possiamo dividere in tre classi questi apostoli un po’ ignorati: 1) la classe dei coadiutori che potremo chiamare pionieri, e sono quelli che con il missionario sacerdote aprono la strada alle missioni che avanzano; 2) la classe che si può chiamare degli affiancatori, e sono quelli che condividono la vita e l’apostolato del sacerdote nella residenza già stabilizzata; 3) la classe che chiameremo dei tecnici, e sono i coadiutori il cui apostolato attraverso la loro professione si esercita nelle opere missionarie di carattere specializzato (scuola, laboratori, centri industriali, ospedali, dispensari, istituzioni sociali, ecc…).

Il coadiutore salesiano Giacinto Pancheri appartenne -si può affermare a tutte e tre queste classi di coadiutori missionari.

Nacque a Romallo (Trento-Italia) il 27 aprile 1857, professò nella Congregazione Salesiana a Torino nelle mani del beato Michele Rua il 31 agosto del 1889, poco più di un anno e mezzo dopo la morte di Don Bosco. Fu un salesiano di vasta intelligenza e volontà di acciaio. Aveva il titolo di maestro elementare, ma la sua capacità varcava i limiti comuni. Si intendeva a perfezione di meccanica, d’ingegneria, di archeologia. Abilità tutte che poté esercitare nei 57 anni di vita missionaria in Ecuador.

Il coadiutore Pancheri arrivò a Guayaquil (Ecuador) il 1° gennaio 1893 con Don Angelo Savio, destinato a reggere temporaneamente il Vicariato Apostolico di Méndez e Gualaquiza affidato ai figli di Don Bosco dalla Santa Sede 1’8 febbraio 1892.

Mentre i nostri missionari erano in viaggio verso Quito, per una strada impraticabile e sull’orlo di orribili precipizi, presso Guaranda, Don Angelo Savio fu colpito da una polmonite fulminante il 15 gennaio. Il 17, riceveva l’assoluzione e gli altri conforti religiosi, da un sacerdote accorso da Riobamba, assistito fraternamente dal confratello Pancheri e spirava a 3.000 metri, sui fianchi gelati del bianco Chimborazo, la vetta più alta dell’Ecuador: 6.610 metri.

La missione cominciava con la perdita di Don Angelo Savio, suo capo, la prima vittima del Vi cariato di Méndez e Gualaquiza. I salesiani, nonostante la grave perdita, non desistettero dall’impresa. Il 7 ottobre dello stesso anno 1893 nel nome di Maria Ausiliatrice, da Cuenca, dove il 14 marzo antecedente i figli di Don Bosco avevano aperto una casa, proprio perché fosse come la pedana di lancio nell’oriente equatoriano il signor Pancheri con Don Gioachino Spinelli, che prese il posto di Don Angelo Savio, partirono per esplorare le foreste di Gualaquiza.

Gli intrepidi missionari trovarono a Gualaquiza una chiesetta e più che casa, una misera capanna. Durante la loro permanenza a Gualaquiza visitarono le kivarie dei dintorni. Il coadiutore Pancheri si spinse fino alle case dei Nazanza al di là del Rio Bomboiza. In una di queste kivarie vide per la prima volta una «tzantza» (testa di kivaro mummificata).

I due missionari nelle loro escursioni avvicinarono circa 500 kivari. Dopo 56 giorni di permanenza a Gualaquiza ripresero la via del ritorno, accompagnati da tre kivari che rimasero a Cuenca 4 giorni e poi ritornarono carichi eli doni alle loro selve. Il coadiutore Pancheri proseguì per Quito per riferire a Don Luigi Calcagno le vicende della escursione. Redasse inoltre una lunga relazione di questa escursione pubblicata sul Bollettino Salesiano del mese di aprile e di maggio del 1894.

Il coadiutore Pancheri non ritornò a Gualaquiza coi primi missionari destinati al Vicariato… Suo primo campo in Ecuador doveva essere Quito. Così fu testimonio e vittima dei sovversivi liberali e dell’esilio dei salesiani. Allora toccò al buon Pancheri la sorte di difendere da solo l’onore e gli interessi della Congregazione. Si diede con tutta attività e zelo ad invocare aiuto e protezione. Doveva pensare a tutto il collegio salesiano (protectorado), da dove erano stati strappati i salesiani; parlava anche dopo le orazioni della sera. Scrive un testimonio: «Udire quelle parole, vedere un secolare d’alta statura, con tanto di barba, tutto commosso, produceva in tutti una grandissima impressione. Esortava alla perseveranza nella vocazione; il che la prima sera si commosse fino alle lacrime, e si sarebbe sacrificata la vita per trionfare in mezzo a tante difficoltà».

Pancheri seppe confutare con fermezza le accuse ma purtroppo vide i sacerdoti del collegio di Quito, presi, imprigionati ed espulsi dall’Ecuador come sovversivi… Il coadiutore Pancheri rimase a Quito come sentinella a difendere i diritti dei salesiani… acquistando una grande ammirazione da parte del pubblico. La prova durò a lungo… I salesiani poterono ritornare a Quito solo nel dicembre del 1899. Il coadiutore Pancheri ripagò quell’ingiusta persecuzione lavorando a tutta forza in favore della popolazione.

L’arcivescovo di Quito mons. G. Callisto lo incaricò di vari lavori nella sua archidiocesi. Tra le opere più importanti, il disegno del celebre santuario della Beata Vergine del Quinche, la costruzione del collegio Don Bosco e il santuario di Maria Ausiliatrice di Quito, l’apertura dell’acquedotto della capitale, la fondazione dell’Accademia di storia e Geografia dell’Ecuador.

Anche nel Vicariato Apostolico di Méndeze Gualaquiza il coadiutore Pancheri svolse un’attività sorprendente, nonostante l’età avanzata. L’opera più importante del signor Pancheri nell’oriente equatoriano è il ponte «Guayaquil» sul fiume Pau te. Richiese tre anni di lavoro, misura 98 metri di lunghezza, 2,50 di larghezza. È sostenuto da sei cavi di acciaio di 24 millimetri, agganciati a grosse sbarre di ferro fissate con cemento armato e pietre ai grandi pilastri delle due sponde opposte. I sacrifici che richiesero al coadiutore Pancheri la realizzazione di questo ponte, in piena foresta, non si possono descrivere né calcolare! Nel 1934, quasi ottantenne il signor Pancheri iniziò a Méndez i lavori di una piccola centrale elettrica, inaugurata solennemente tre anni dopo, il 20 maggio 1937: si poté cosi non solo illuminare la missione, ma anche le vie dell’abitato.

L’attività di questo grande coadiutore salesiano cessò solo con la morte avvenuta a novant’anni, il 10 aprile 1947. Morì come un patriarca lasciando tante opere e vivo esempio di missionario e di salesiano.

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