Gazdik Jan

nato a Zbudské Dlhe (Slovacchia) il 5 febbraio 1927; morto a Roma UPS il 27 gennaio 2012 ad 84 anni di età e 44 di Professione religiosa


“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11.25). Questa rivelazione, che è lo svelamento all ‘uomo umile del volto mite e festoso del Salvatore, è arrivata al nostro caro Jan venerdì sera 27 gennaio 2012 alle ore 19, nel compiersi di quasi 85 anni. Da diverso tempo portava la croce di una malattia che aveva investito tutte le sue membra, rendendo faticosa la deambulazione e doloroso ogni movimento, ma lasciando fino agli ultimi giorni libera l’intelligenza e la parola. Pur con il suo malessere egli ci teneva a partecipare in pieno alla vita di comunità, alla preghiera come alla mensa. Negli ultimi tempi il cuore già fortemente indebolito non poté più sostenere la vita di una persona che così a lungo aveva camminato nel tempo ed aveva già messo le ali per il paradiso. Nell’ ospedale S. Andrea dove nell’ultimo mese era ricoverato chiedeva e riceva la comunione giornaliera, al collo teneva il rosario come la sua più bella collana, sulla bocca si coglieva spesso l’invocazione: “Signore viene a prendermi”. E il Signore venne. Ci diede il tempo di poter, Egli il Signore, essere ricevuto nel sacramento dell’unzione degli infermi e di accompagnare questo suo fratello con la preghiera dei moribondi, preghiera così piena di tenerezza e di speranza, e Jàn partì verso il giorno senza tramonto, nella casa del Signore.


Il verbo partire si addice in pieno alla vita di Jan Gazdik, una vita che possiamo definire una lunga e avventurosa attraversata nella bufera causata dalla II guerra mondiale tra i due regimi nazista e comunista. Tante furono le vicende percorse, Jan stesso dovette iscriversi nella sua patria l’allora Cecoslovacchia al partito comunista, ma come tanti compatrioti dell’est scelse la fuga verso la libertà. Soprattutto va detto che la grazia del Signore salvaguardò la sua integrità umana e cristiana, mantenuta tale in forza anche della robusta formazione religiosa familiare. Erano così tante le esperienze accumulate e da lui stesso piacevolmente raccontate alla comunità S. Francesco di Sales cui apparteneva, che su ordine del suo superiore scrisse una breve biografia della sua vita, che tradotta si legge con sentimento di trepidazione per i pericoli corsi, di gioia per averli superati, di ammirazione per il coraggio manifestato e di lode per la condotta di vita umile, sacrificata, onesta, propria di un vero credente, approdando finalmente all’età di 40 anni nella famiglia di Don Bosco. Ma prima conviene dare uno sguardo breve alla sua vita intera dividendola in tappe, unificate dall’immagine della casa, come una realtà stabile sempre ricercata.


QUANDO LA CASA È STATA LA FAMIGLIA


Jan nacque in un paese della Slovacchia, a Zbudské Dlhe il 5 febbraio 1927, dalle seconde nozze del padre, che dovette emigrare in America, e tornato acquistò un pezzo di terreno dove Jan imparò e conservò per sempre la vocazione di contadino, ortolano e giardiniere nei vari ambienti della sua esistenza. Dalla mamma apprese la vita di fede e di preghiera e dal papà un certa fierezza che lo ha sempre portato a dire la verità e a contrastare ogni atto di ingiustizia. Jan non fu mai una persona debole e remissiva, cercò di essere giusto ed insieme conciliante ed obbediente. Né era di indole così pacata. Nel suo diario si legge che da adolescente qualche birichinata la combinava per cui “la mamma un giorno – narra lui – mi diede uno schiaffone. Non ho detto niente. Soltanto pensavo: adesso me ne dà un altro. Ma bastava uno schiaffo. Questo schiaffo era necessario, meritato ed educativo ed è stato l’ultimo della mia mamma”. Jàn facendo il corso di scuola fino a quella che diciamo III media, imparò a leggere e scrivere sufficientemente e con gioia, ma soprattutto imparò dalla vita.


QUANDO LA CASA DIVENNE LA STRADA VERSO LA LIBERTÀ


Nel 1949 a 22 anni è chiamato a fare il servizio militare fino al 1951. L’anno dopo essendo morti papà e mamma, decide di scappare dal comunismo particolarmente severo nella sua patria. Il modo con cui Jan racconta questa fuga con tanti particolari evoca il senso dell’avventura di tanti romanzi e film. Ma è tutto vero. Arrivano lui e un amico vicini alla frontiera con la Germania a notte fonda, sentono l’intimazione dell’alt, uno sparo, superano di corsa il ponticello di un fiume e arrivano nella zona di occupazione americana, il 29 agosto 1952. Jan scrive: “Se il mio angelo custode e l’Immacolata non ci avessero custodito, non scriverei oggi queste parole”. Seguì un periodo di tempo in un campo di raccolta di profughi presso Regensburg con diverse situazioni di pericolo. Una via di uscita provvidenziale è stato l’incontro con un convento di Cistercensi vicino a Norimberga. Ci arriva a novembre del 1954 a 27 anni. Come egli scrisse, non diventò mai monaco, rimase “ewige Kandidat”, eterno candidato. Vi restò dunque da ortolano e giardiniere, condividendo con i monaci uno spirito di intensa preghiera che lo accompagnò per tutta la vita. Qualche anno dopo entrò in servizio presso l’esercito americano, desiderando di andare come il padre negli Stati Uniti, dove adesso vive la sua unica nipote suora. Lungo il periodo dal 1957 al 1964 Jan ebbe in certo modo una serie di esperienze religiose più forti, quasi di conversione: conosce la vita di P. Pio, va a Lourdes, passando per Ars, finalmente nel 1962 arriva per la prima volta a Roma con un gruppo di pellegrini slovacchi. Qui la casa della strada cessa, e Jan entra nella casa di Don Bosco dove il cammino non cessa, ma si muove su strade nuove. Abbiamo prolungato questa descrizione per segnalare la maturità di questo uomo così forgiato dalla vita, maturità umana e cristiana per cui Jan dal libro della vita apprese di più che dai libri di carta, acquisendo una sapienzialità che era insieme cultura (Jan non era un ignorante, era informato e teneva legami di amicizia con personalità di rilievo come appare dalla posta che riceveva), giudizio equilibrato, una certa furbizia contadina ed anche un pizzico di umorismo nell’affrontare i problemi contingenti della vita e sempre così disposto al servizio degli altri, interiormente plasmato come credente solido, serio, e gioioso, anzi giocoso. Non possiamo dimenticare quel tratto da tanti rimarcato di possedere una notevole somiglianza fisica con Giovanni Paolo II. Veramente, quest’uomo che a 40 anni chiese di farsi salesiano aveva fatto in certo modo la trafila del giovane Giovanni Bosco che si era fomato imparando alla scuola spesso dura della vita.


RESTARE CON DON BOSCO NELLA SUA CASA


Siamo così giunti ad una nuova tappa, ma anche qui con una buona dose di spostamentie viaggi. Giunto a Roma dalla Germania nel 1962 con un gruppo di slovacchi, incontra altri slovacchi, realizzando tra loro quella reciproca, garbata, ospitalità che li contraddistingue. Jan vede Roma in lungo e in largo: “Ho visto più Roma in due giorni che adesso in cui ci vivo”. Riferimento ad un tempo religioso e patriottico per gli slovacchi e per Jan è sempre stato l’Istituto S. Cirillo e Metodio sulla Cassia. Nel 1964 Don Nahalka, suo padre spirituale, lo richiama a Roma, naturalmente con il compito di ortolano. Nel 1966 dai salesiani slovacchi ivi residenti, ebbe l’invito di farsi salesiano. Così avvenne. Questo uomo di 40 anni con 40 novizi a Bagnolo Piemonte nell’Ispettoria Centrale fa il noviziato (1966-1967), dotato – possiamo pensare – da una parte dell’umiltà di cominciare in certo modo da capo e d’altra parte sorretto dalla sua intrinseca solidità spirituale per abbracciare un nuovo stile di vita fino in fondo. Jan fu salesiano senza se e senza ma, salesiano consapevole e fedele. Successivamente troviamo Jan a Colle Don Bosco nel laboratorio di stamperia e tipografia (1967-70); dal 1970 al 1992 resta per 22 anni a Roma all’Istituto S. Cirillo e Metodio, un pezzo della patria Slovacchia nella Città Eterna, come sempre ortolano e spedizioniere; nel 1992-1994 si impegna nell’oratorio di Lanuvio; nel 1994-1995 arriva a Beit-Gemal, Terra Santa, impegnato nel suo campo prediletto dell ‘agricoltura, con ampie, commosse visite della città santa di Gerusalemme; nel 1996 il Vicario Generale L. Van Looy, da Bratislava dove era tornato, lo chiama a Roma UPS dove presta servizi vari, tra cui cantiniere solerte e preciso, dove anche coltiva il suo piccolo orto, vivendo serenamente con noi nella comunità prima di Don Rua e da ultimo in S. Francesco di Sales. Di tanto in tanto faceva visita agli amici slovacchi di Roma, segnatamente visitava e veniva ricevuto con affetto dal Card J. Tomko, la cui conoscenza risaliva ancora nella loro patria slovacca. Poi ebbe inizio la sua via crucis che l’ha premiato verso l’ultima casa, quella aperta e felice per sempre: il paradiso. Ultimo segno della grande amicizia verso la sua patria è stata la domanda accolta dai Padri slovacchi di Roma di poter essere sepolto in una loro tomba a Prima Porta, dove di fatto riposa. Meriterebbe parlare delle qualità di vita di Jan. Ne abbiamo già indicato il solido supporto nella sua condotta integra umana e cristiana. Da salesiano egli condusse una vita il cui termine congruo è fedeltà con le varianti della responsabilità, della perseveranza e della fiducia. Riporto qui come un flash fotografico, la semplice testimonianza di un nostro confratello detta con parole semplici.

“Ho conosciuto Jan solo in questi ultimi anni, eppure egli mi ha lasciato una grande impressione del suo essere salesiano religioso. Mi ha colpito la sua scrupolosa partecipazione alla vita di preghiera e a quella della comunità. Prima di andare ad abitare in infermeria, era sempre fedele alla meditazione, alla santa messa e alla preghiera della sera. Secondo la tradizione salesiana antica, partecipava sempre nella domenica a due sante messe, una nella comunità e l’altra nella parrocchia. Sia nel parlare che nel lavorare è stato un uomo di grande umiltà, spontaneo nel relazionare con gli altri. Uomo di grande povertà religiosa. Mai sì è lamentato del cibo (anzi quando vedeva che il cibo veniva sprecato, soffriva e ricordava il tempo difficile della vita durante la guerra). Usava dei vestiti lasciati dagli altri, ecc. Era generoso nel dare sempre una mano quando poteva”.

Non possiamo dimenticare la sua devozione alla Madonna. È una devozione che viene da lontano ed ha il sapore del fioretto. Quando era nel corpo di guardia americano in Germania negli anni ’60, egli scrive: “Leggevo la biografia di P. Pio. Vi era scritto che P. Pio avesse pregato sessanta rosari ogni giorno. Non riuscivo a capire come pregava tanto. Anch’io mi sono deciso di pregare il rosario allo stesso modo. Volevo provare quanti rosari riuscivo a pregare in un giorno. Così un giorno ho iniziato a pregare alle sei di mattina. Pregai per sei ore. Dopo sei ore avevo pregato 24 rosari. Questo avvenne una volta quando potevo pregare il santo rosario concentrato, ma non erano 60 rosari come aveva pregato Padre Pio”. Da parte sua, Jan aveva una cosa che Padre Pio probabilmente non aveva: cantare alla Madonna “Maria, Maria” in una melodia slovacca nelle varie feste e celebrazioni. Con la semplicità che ci dona la fede possiamo dire che quando giunse la notizia in paradiso che arrivava Jan, la Madonna stessa venne ad accoglierlo sulla porta e lo abbracciò, era un abbracciare tutta la vita di quest’uomo che la vita visse come un emigrante biblico verso la terra promessa.

Devo testimoniare, il grande affetto che la nostra comunità e la Visitatoria intera ebbe per Jan. Fece da preparazione all’incontro con il Signore la cura delicata e instancabile delle Suore dei Sacri Cuori, di altro personale della nostra infermeria, dei nostri lungo degenti che seguirono fino in fondo il viatico di Jan. Verrebbe da dire ciò che scrisse Agostino di sua madre, che essa si sentiva come straniera su questa terra. Così il nostro Jan. Egli che portava sempre nel cuore la Slovacchia come sua patria, si sentì straniero fino a quando non avesse raggiunto il Paradiso, e così avvenne.


CONCLUSIONE


Una ricchezza di questa nostra Università salesiana è di avere l’esempio di questi umili, ma non meno dotati confratelli che hanno la grandezza del servizio senza mancare dell’intelligenza per capire e rendere più giusta e più bella la vita per gli altri e per sé. Sono un dono prezioso che deve orientare di più la ricerca e lo studio a tener conto dell’esperienza della vita, rendendosi capaci di cogliere oltre le apparenze i valori nascosti di ogni persona, come per Jan. Per questo abbiamo salutato con commozione la illustre presenza del Card. J. Tomko che volle presiedere i solenni funerali e dare gloria a Dio mettendo in evidenzala gloria di questo servo di Dio. Non mancherà certamente la preghiera di suffragio da parte nostra e della grande famiglia salesiana. La faremo ricordando ancora una volta le parole di Gesù: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11.25).


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