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Dezani Pietro Angelo

 

(02/04/1925 – 09/11/2000) Pietro Dezani fu un uomo “dal multiforme ingegno”, donato dall’Italia all’Australia, dove ha speso la vita per i giovani, dedicandosi anima e corpo a mille imprese. Un uomo di unità non di divisione, che ha vissuto per gli altri più che per sé, fino a consumarsi. Logorato dal lavoro materiale e apostolico e dal male che l’ha sempre accompagnato.


Musa, quell’uomo dal multiforme ingegno dimmi / che molto errò…”. Non si può che iniziare così un troppo breve profilo di Pietro Angelo Dezani, italiano di nascita, salesiano per vocazione, australiano per scelta. La sua non lunghissima parabola (75 anni intensamente vissuti) inizia con un incidente, anzi con due. Il primo alla nascita: una terribile bufera di pioggia e vento distrusse la vigna di famiglia. Il piccolo s’annunciava come un cataclisma; lo affermava, scherzando, lui stesso. Il secondo a tre anni, quando una ragazzina in bicicletta l’investì in pieno, fratturandogli le gambe e immobilizzandolo per un anno tra atroci dolori. Le conseguenze se le portò dietro per tutta la vita. Senza piagnistei. Anche quando s’accorse che il dolore non spariva più e il medico sentenziò “Osteomielite!”.

GRANDI DOTI GRANDE CUORE

Fu il parroco della sua Camerano a farlo innamorare di Don Bosco! Così accettò l’invito a  entrare in aspirantato, poi in noviziato, quindi al Rebaudengo per imparare un mestiere nella severa scuola professionale di quel notissimo collegio salesiano. “Volevo essere falegname e… fui calzolaio!”, confidava spesso agli amici. Ma Dezani aveva anche una forte inclinazione alla musica, il ritmo e melodia ce li aveva connaturati in testa. Cominciò come tamburino, poi prese in mano la tromba, quindi il clarino. Si poteva pensare che ne avesse abbastanza. Ma la scalata agli strumenti continuò. Si dedicò infatti al violino fino a riuscire a insegnarlo, senza contare la chitarra e in pratica qualsiasi strumento gli capitasse tra le mani. La grande guerra lo tenne isolato assieme a molti altri giovani per tre anni: farsi vedere in giro significava rischiare la deportazione. Tre anni di fame e niente svaghi. Ma la vocazione non vacillò neppure per un istante.

Poi venne l’obbedienza per l’Australia. “Che roba è?”, si dissero i due “fortunati”, Pietro Dezani e Silvio Quaranta scelti per quella destinazione. Corsero insieme a consultare un’enciclopedia per rendersi conto di dove fossero capitati. Fu un altro coadiutore, Peter Swain, ad accompagnarlo a Melbourn per iniziarlo a una nuova lingua, che Pietro non riuscì mai ad assimilare completamente. Tuttavia anche questa “imperfezione” linguistica contribuì a renderlo simpatico a tutti. Dicevano di lui: “Il signor Dezani? È un tipo originale che parla il ‘dezanese’, una lingua che sa solo lui, divertente miscuglio tra italiano e inglese”. In Australia si mise subito al lavoro come insegnante di calzoleria. Finché una legge decretò la fine di quel mestiere nelle terre di Sua Maestà, e la chiusura dei corsi. Lui ebbe il coraggio di riciclarsi immediatamente come falegname, suo antico amore. Né si accontentò di pialla e scalpello, continuò invece a darsi d’attorno per specializzarsi in metallurgia e in disegno tecnico, fino a diventare insegnante di queste materie. Nel frattempo, aveva messo in piedi un’orchestra di trombe e chitarre, insegnava canto e dirigeva il coro. Insomma cominciava a diventare indispensabile, perché in ogni attività c’era lui a… dirigere il traffico!

UNA MINIERA DI INIZIATIVE

Corpulento e ben piazzato a livello muscolare, nonostante il dolore boia che lo accompagnava dal giorno dell’incidente e che invece di affievolirsi tendeva pericolosamente ad aumentare, egli tuttavia giocava a calcio, a cricket, a baseball, a volleyball e quando non c’erano i ragazzi, andava a pesca. Siccome una ne faceva e cento ne pensava… si mise in testa di unire le comunità salesiane dei 4 Stati attraverso un ciclostilato, compilato a mo’ di circolare. L’iniziativa si affermò tanto che dura tuttora, almeno nella zona del Pacifico. Né si fermò qui. Per aiutare i ragazzi abbandonati raccolti dal padre O’Sullivan, il sabato mattina aveva inventato “la corsa del latte”: girava per consegnare qua e là bottiglie di latte… e tirar su qualche soldo… Poi si interessò alle conchiglie: le raccoglieva con i ragazzi durante le vacanze estive, quando faceva assistenza nella colonia marina del collegio, le puliva e le usava per piccole decorazioni su cartoline che spediva per le feste di compleanno o gli auguri di Natale. Inventava anche delle frasi spiritose da scrivere su pezzi di cuoio, come “Non cavalcare mai da solo: ricordati di prendere sempre un cavallo!”.

UNA MINIERA

Man mano che gli anni passavano le difficoltà di deambulazione aumentavano, ma lui quasi non ci faceva caso, tutto preso com’era dai suoi ragazzi, dall’assistenza, dalla scuola, dalla musica e dai tanti lavori che continuava a inventare e realizzare. Tra l’altro aveva approntato la bellezza di 277 album di fotografie corredati da didascalie, ritagli di giornale, scritte a mano che ritraevano i suoi numerosissimi exallievi, con notizie carpite da giornali, riviste, lettere, o commenti scritti dagli stessi protagonisti. Ma l’antica osteomielite cominciava a prendere il sopravvento sulla sua caparbietà, finché fu necessaria la carrozzella. Non si lamentò – non l’aveva mai fatto del resto – solo chiese di poterla avere a motore per continuare a correre, ad assistere i suoi giovani, a ridere con loro, a raccontare barzellette… “Ho rimpiazzato le gambe con le ruote, e non mi va per niente male, anzi…”, diceva ridendo. Così poté continuare la sua vita di sempre: presente alle pratiche della comunità, in chiesa, in cortile, a refettorio, nel salone giochi… e soprattutto nel laboratorio a lavorare sui suoi quadretti da regalo che sfornava a getto continuo, con motti e detti di ogni tipo. Della sua malattia preferiva non parlare e quando s’accorgeva che il discorso andava a finire lì, lui abilmente deviava la conversazione su altri temi, scherzando su tutto e su tutti. A tavola era il re della conversazione… e quando presentiva che sarebbe piovuta qualche critica verso questo o quello, prendeva un bicchiere e lo alzava nel gesto del brindisi, intonando con voce stentorea: “Alla salute!”… chiaro segnale che era ora di cambiare argomento. La morte lo rapì nell’anno del grande Giubileo, il 9 novembre. Aveva 75 anni.

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