Conci Carlo

(1877-1947)


(cfr. Juan Belza, Coadiutore Carlo Conci in E. Valentini (a cura di) Profili di missionari Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice, Roma, LAS, 1975, p. 251-253).


n. a Malé (Trento) il 18 marzo 1877; prof. a San Benigno Can. il 24 settembre 1887; m. a Rosario (Argentina) il 19 novembre 1947. 


Apparteneva a una famiglia di nobiltà rurale, perduta poi per il matrimonio del padre Giuseppe con una persona di servizio di casa. Fu battezzato il giorno dopo la nascita nella chiesa dell’ Assunta.

Compì gli studi elementari nel collegio degli Artigianelli di Maria Immacolata nella cittadina di Ala, diretto dai Padre Pavoni ani. Acquistò una seria preparazione artigianale nel ramo tipografico; e la sua formazione morale superò ogni aspettativa. I Figli di Ludovico Pavoni si distinguevano per una particolare devozione al Papa prigioniero, e questo era stato il motivo della loro espulsione. I loro alunni leggevano ogni giorno l’Osservatore Cattolico di Milano, difensore dei diritti pontifici.

Quando stava per concludere gli studi, Carlo espresse ai genitori il desiderio di abbracciare lo stato religioso e sacerdotale. Il padre gli rispose con parole dure, e adducendo come motivo l’impossibilità di pagare le spese del collegio, gli ordinò di guadagnarsi la vita con il suo lavoro.

Di fatto, ottenne lavoro come tipografo nella Imperiale e Reale Stamperia di Ala. Aveva scelto come direttore spirituale l’arciprete Don Giuseppe Chini. Dopo aver letto i «Cinque lustri di storia dell’Oratorio», abbandonò il sogno di farsi cappuccino, ed entrò nella Società Salesiana.

Fece il noviziato a San Benigno nel 1895-96 con 103 compagni coadiutori, e il 23 settembre emise i voti religiosi. Poi senti la vocazione missionaria, e si diresse verso l’America. Parti con i 48 giovani confratelli della 3a spedizione missionaria, 15 dei quali andavano a Rio de la Plata.

Il 7 aprile assumeva la direzione delle scuole grafiche del collegio Pio IX di Buenos Aires. Mentre continuava la sua formazione pedagogica e tecnica, la domenica e i giorni festivi attendeva a un oratorio di periferia.

Era estremamente sensibile ai problemi economici e sociali, ed era attirato da tutte le riunioni cattoliche in cui si trattavano questioni del genere.

Una serie di avvenimenti scandalosi accaduti in Buenos Aires nel 1906 indussero i superiori salesiani a occuparsi con maggior impegno dei problemi del laicato, fuori dei collegi, e il superiore Don Giuseppe Vespignani cominciò a valersi di Conci. E questi compensava le sue difficoltà linguistiche con uno straordinario entusiasmo per gli studi e un’adesione tenace agli insegnamenti pontifici.

Cosi, in coordinazione con il movimento cattolico sociale patrocinato dall’episcopato, fondò i Circoli di Studio. Quello di San Carlo, diretto da lui, ne divenne un modello. I migliori leaders cattolici cominciarono a conoscerlo e a valersi dei suoi servizi. Nel1913 ottennero che Don Vespignani lo autorizzasse a prendere un posto direttivo nei Circoli Cattolici Operai; e nel 1915 Don Albera gli permise di assumere in permanenza cariche direttive nelle Associazioni Cattoliche. E lui svolgeva tutto questo lavoro senza scapito dei suoi doveri di assistente e maestro di laboratorio.

In questo modo arrivò a presiedere la Commissione di Propaganda e di Azione Sociale dei Circoli Cattolici e Operai, che dovevano misurarsi con due forze dominanti: il liberalismo capitalista con frange massoniche e un marxismo aggressivo che assumeva forme anarchiche.

Conci va affinando la sua abilità sociale in campo laico, specialmente tra i giovani, e poco alla volta viene a trovarsi in mezzo alla lotta non solo contro i nemici della dottrina sociale cristiana, ma anche tra le fazioni cattoliche in contrasto tra di loro, e tra cui bisognava prendere posizione.

Per lui la scelta è facile: ha una bussola infallibile, la parola del Papa. Sminuzza discorsi ed encicliche, e li mette a disposizione dei suoi compagni in tutte le campagne che intraprende: conferenze popolari nelle strade, manifestazioni di fede, Comitati di azione, Circoli di studio, ecc. E siccome l’anarchismo si diffonde tra gli emigrati italiani, allora in maggioranza, fonda il quotidiano Italia, e lo amministra. Inoltre presiede ai Circoli di Operai Cattolici e interviene in infiniti problemi sindacali. Convoca il Congresso dei Cattolici Sociali in America Latina, che si celebrerà a Buenos Aires nel 1920. Giunge perfino a dirigere un quotidiano cattolico, El pueblo.

Mons. Miguel de Andrea, nominato dall’episcopato alla direzione della Union Popular Catolica Argentina, chiede ai superiori di permettere a Conci di occuparne la Segreteria Generale. Insieme a quel famoso vescovo, Conci interviene in tutte le attività cattoliche del paese e del tempo, sulle orme di Ozanam, Ketteler e Leone XIII.

Una così intensa attività non fu gradita a tutti. Dalla falange dei Cattolici Sociali andarono staccandosi i gruppi di Democratici Cristiani, i cattolici con gli ideali del Zentrum tedesco, e i gruppi conservatori. In fondo, tutti costoro attaccavano mons. De Andrea, capo della grande offensiva, e superiore di Conci.

L’8 aprile 1923 morì mons. Antonio Espinosa, arcivescovo di Buenos Aires. Il Governo Argentino, in base ai diritti di Patronato e previ inequivoci segni di gradimento da parte dei rappresentanti della Santa Sede e dei Cattolici Sociali, presentò mons. De Andrea come candidato per la sede vacante.

Allora si moltiplicarono le accuse più o meno dissimulate contro il candidato. Si giunse ad accusarlo come scismatico. De Andrea, informato sulle esitazioni della Santa Sede, rinunciò nel novembre di quell’anno. Ma il Governo Argentino respinse le dimissioni, e dichiarò persone non gradite i membri della Nunziatura.

Conci, intimo di mons. De Andrea, rinunciò lui pure al suo incarico. Ma i vescovi non accettarono l’accordo e lo obbligarono a restare sulla breccia, finché i superiori salesiani, sotto le pressioni della Santa Sede, gli ordinarono di tornare in Italia. Nonostante tutti i suoi sforzi per trovare un accordo, veniva accusato come mons. De Andrea, con gli stessi capi di imputazione.

Conci trascorse l’anno più amaro della sua vita. Intanto, il Governo Argentino, come rivalsa, lo nominava delegato ufficiale operaio alla VII Conferenza Internazionale del Lavoro, riunita a Ginevra. Don Rinaldi, diplomaticamente, gli ordinò di accettare l’incarico.

Debitamente chiarita la sua condotta, sempre fedele alla Santa Sede, poté ritornare a Buenos Aires nel 1925; allora si dedicò interamente alla cura degli exallievi e all’insegnamento.

Collaborò all’organizzazione del XXXII Congresso Eucaristico Internazionale di Buenos Aires. Nel 1935 i Circoli Operai e l’arcivescovo di Buenos Aires lo nominarono rappresentante ufficiale alle feste cinquantenarie dell’Enciclica Rerum Novarum. Ma in Roma notò due anormalità: in Vaticano persistevano riserve nei suoi confronti per i problemi del ’25; e il Governo Mussolini lo teneva sotto notoria vigilanza per gli atteggiamenti assunti nella Conferenza di Ginevra.

Torna a Buenos Aires, e poco dopo risolve di fondare con gli ex alunni una grande rivista di formazione, che si chiamerà Restauraciòn social. Vi collaborarono penne di rinomanza mondiale, e fu la migliore conosciuta fino allora in America.

Prendendo occasione dalla elevazione al cardinalato di mons. Copello, i superiori salesiani lo trasferirono alla diocesi di Rosario, dove lo reclamava il vescovo, mons. Caggiano.

Tuttavia, in Buenos Aires serpeggiava una forte resistenza contro il nuovo arcivescovo, strascico dei conflitti del 1925, e nonostante la totale sua neutralità, Conci fu di nuovo accusato di essere tra gli oppositori.

Caggiano lo mise a capo delle attività diocesane dell’Azione Cattolica, nella quale egli formò un meraviglioso gruppo di apostoli sociali. Nello stesso tempo continuò a dirigere Restauraciòn social, finché, durante la guerra, le pressioni del Governo fascista lo obbligarono a chiuderla.

Per ordine del suo vescovo stava organizzando la seconda campagna in favore dei fanciulli europei, quando mancò improvvisamente a 70 anni di età. Quattro mesi prima il card. Caggiano gli aveva imposto la Croce pro Ecclesia et Pontifice per la sua devozione al Papa. Fu la sua ultima grande gioia.

Conci fu uno straordinario organizzatore di masse, un devoto incondizionato del Papa e dei suoi insegnamenti, un intrepido difensore dei poveri e della libertà. Un arcivescovo argentino davanti alla sua tomba esclamò: «Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati».


(cfr. anche E. Valentini – A. Rodinò, Dizionario biografico dei salesiani, a cura dell’ufficio stampa salesiano, Torino, S.G.S., 1969, p. 94)


Fu abile e coscienzioso capo della scuola tipografica del collegio Pio IX in Buenos Aires, ma si distinse soprattutto nell’apostolato della sociologia cristiana. Mons. Napal lo chiamava il Ketteler dell’Argentina. Fondò e diresse la rivista Restauraciòn Social. Insieme con monsignor Gustavo Franceschi e S. Ecc. mons. Michele De Andrea lottò per ottenere l’ordine sociale cristiano nell’Argentina. Fu delegato ufficiale del Governo argentino alla Settima Conferenza internazionale di Ginevra; rappresentante dei circoli operai alla commemorazione della Rerum Novarum a Roma come Presidente della Giunta Centrale; direttore del giornale cattolico El Pueblo; fondatore di numerosi sindacati cattolici (assorbiti poi dalla dittatura); scrittore di parecchi opuscoli, come: I Pontefici Romani e la Questione sociale, Apuntes de Sociologia Cristiana. L’Em.mo card. Caggiano, che era primate dell’Argentina, l’ebbe carissimo e collaboratore instancabile nelle opere sociali a Rosario, ottenendo per lui nel 1946 l ‘onorificenza Pro Ecclesia et Pontifice.


Opere

– La cueslion social

– El Papa y la umanidad

– Los Pontifices romanos

– Verdades y hechos, Buenos Aires.

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