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(1859-1949)


(cfr. Michele Raspanti, Coadiutore Enrico Botta in E. Valentini (a cura di) Profili di missionari Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice, Roma, LAS, 1975, p. 68-72).


n. a Macciò (Como·Italia) il 17 ottobre 1859; prof. a Buenos Aires il 24 gennaio 1879; m. a Buenos Aires l’11 luglio 1949.


Enrico Botta nacque a Macciò (Como, Italia) il 18 ottobre 1859. Andrea, suo padre, mori quando Enrico aveva appena due anni. Uomo di soda pietà, non lasciò ai suoi figli altra eredità che l’esempio delle sue virtù e la raccomandazione di recitare tutti i giorni il santo rosario. La madre, Teresa Frangi, una santa donna, e alcuni zii, spinti dalla disoccupazione regnante in Italia in seguito alle guerre, emigrarono nell’Argentina nel 1869. Viaggiarono in un bastimento a vela, impiegando 90 giorni per attraversare l’Atlantico in mezzo a mille peripezie e privazioni.

Fortunatamente un suo zio, il sig. Rezzonico, giungendo a Buenos Aires apri un piccolo laboratorio da falegname presso la cappella «Mater Misericordiae», chiamata allora «Chiesa degli Italiani», dove si recava ogni domenica a compiere i suoi doveri di buon cristiano. Sei anni dopo, quella stessa cappella doveva convertirsi nella culla dell’Opera Salesiana in Argentina e in America. Alcuni giorni prima del 14 dicembre 1875, il cappellano annunciava dal pulpito l’arrivo dei primi figli di Don Bosco alla città di Buenos Aires e invitava tutti a recarsi al porto a dare loro il benvenuto. Non mancarono né il sig. Rezzonico né i due fratelli Luigi ed Enrico Botta, e molti altri italiani, membri della Confraternita di «Mater Misericordiae».

I due fratelli Luigi ed Enrico seguitarono a frequentare dapprima tutte le domeniche e poi tutti i giorni la cappella per ascoltare gli infiammati discorsi di Don Giovanni Cagliero o le prediche semplici di Don Baccino. Cattivati dall’affetto e dalla bontà dei missionari, tutti e due manifestarono il desiderio di farsi salesiani, e il loro proposito andò maturandosi, tanto che Don Baccino cominciò a fare loro una lezione di latino tutte le sere, preceduta da una piccola conferenza sopra la vita religiosa.

Il l° giugno 1877, alcuni giorni prima della morte di Don Baccino, Enrico entrava nella Scuola di Arti e Mestieri di via Tacuarl, dove prestò importanti servizi come abile falegname, sebbene non avesse che 18 anni. In questa maniera cominciò ad essere aspirante salesiano. Il 19 marzo 1878 la scuola fu trasportata nel luogo che attualmente occupa il Collegio Pio IX, e il nostro Enrico fu fin dai primi momenti non solamente il capo del laboratorio dei falegnami, ma anche l’architetto e il costruttore delle diverse parti dell’edificio, che come per incanto sorgevano una dopo l’altra; si preparava così ad essere più tardi, per lo spazio di 40 e più anni, il costruttore di tanti collegi e chiese nostre e delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

In quell’epoca, come ai tempi di Don Bosco, si alternava il lavoro della formazione spirituale dei novizi con il lavoro materiale, la scuola e l’assistenza. Enrico, che era entrato come ascritto nella casa di via Tacuarì, continuò il suo noviziato nel collegio Pio IX, e dal mese di giugno dell’anno 1878 ebbe come maestro dei novizi Don Giuseppe Vespignani, mandatovi appositamente da Don Bosco.

Nel mese di gennaio 1879 si riunirono in San Nicolàs de los Arroyos tutti coloro che terminavano il noviziato per fare gli esercizi spirituali, ed il 24 dello stesso mese con i loro compagni professarono i due fratelli Enrico e Luigi Botta. Da quel momento cominciò a profilarsi nel nostro confratello con caratteri sempre più nitidi la figura del religioso perfetto, che nella lunga traiettoria dei suoi 71 anni di professione non si offuscò mai in nessun momento. Così lo assicurano coloro che lo hanno conosciuto. Ho sul mio tavolino un mucchio di documenti che si riferiscono al nostro confratello e in questi scritti leggo le frasi seguenti: «Fu il salesiano più salesiano di quanti ho conosciuto», «Modello dei coadiutori salesiani», «Si distinse sempre per la sua semplicità e spirito di sacrificio», «La sua vita si riassume in queste parole: obbedienza, pietà, lavoro e povertà», «Per i suoi alunni fu esempio vivente di vita cristiana», «È incomparabile il suo amore alla Congregazione», «Non ha mai chiesto nulla, non si è mai lamentato di nulla», «Fu la persona più sacrificata che ho conosciuto», «Persona istruita, di lavoro ininterrotto e di solida pietà», «La sua vita fu unione con Dio per mezzo del lavoro e della preghiera», «Il lavoro fu in lui una seconda natura», «Il suo modo caratteristico si sintetizza in questa frase di Don Bosco: poche parole, molti fatti» , «Uomo di ammirabile senso pratico».

Basterebbero queste poche pennellate per delineare la figura di questo ottimo nostro confratello; ma credo di interpretare il desiderio dei tanti che lo hanno conosciuto, completando questa sintesi con alcuni esempi delle sue virtù salesiane. Fu modello di attaccamento ai suoi superiori. La venerazione che professava loro gli fece chiudere le labbra in maniera che mai uscì da esse una parola di critica o di mormorazione. Un giorno un confratello gli chiese all’improvviso: «Perché Ella non dice mai nulla e non manifesta il suo pensiero sopra certe determinazioni, che pure non sono approvate da altri?». Il santo confratello rispose: «Nella mia vita son sempre stato tanto occupato, che non ebbi mai tempo da perdere in critiche che non aggiustano nulla». Possiamo aggiungere, che, anche quando gli si faceva fare qualche cosa contro il suo modo di vedere, sapeva tacere ed eseguiva l’ordine ricevuto.

D’altra parte dobbiamo notare che tutti i superiori che ebbe, Don Bodrato, mons. Cagliero, mons. Costamagna, Don Giuseppe Vespignani, Don Stefano Pagliere, Don Valentino Bonetti, Don Giorgio Serié, fino a mons. Esandi e a Don Giuseppe Reyneri, ebbero per lui la più illimitata confidenza, tanto da affidargli commissioni delicate e difficili, perché Enrico Botta era il coadiutore ideale di Don Bosco, che giungeva anche in quei luoghi dove non poteva penetrare il sacerdote. Quando si dovevano comperare cose di importanza, specialmente terreni o case, era lui che diceva l’ultima parola, e dobbiamo aggiungere che non si sbagliò mai.

Abile nel difendere gli interessi materiali della Congregazione, negli affari affidatigli procurava di trarre vantaggio dalla stessa umile sua presenza. Quando si comprò nella città di Rosario un terreno indispensabile per ampliare il collegio, fu egli l’incaricato della compra e di portare a quella città il denaro necessario. Viaggiare con addosso una fortuna era rischiare di perdere il denaro e forse anche la vita. Il nostro Enrico si vestì come sempre da povero operaio, pose il denaro in una borsa in mezzo a chiodi e a ferro arrugginito, andò alla stazione, comprò il biglietto di seconda classe (perché non esisteva la terza), viaggiò tutta la notte, e la mattina seguente firmò la scrittura per poi ritornare subito silenziosamente al suo laboratorio di Buenos Aires,

A Cordoba si doveva acquistare un terreno contiguo al collegio Pio X per costruirvi la chiesa. Il padrone, furibondo contro i preti, non voleva saperne di vendere quel terreno. Enrico Botta, che non era prete, si presenta a quel signore, conchiude il contratto, firma la scrittura di vendita, paga il prezzo stabilito e poi passa il terreno alla Congregazione, nonostante che il padrone mangiapreti protestasse per l’inganno. In quel luogo sorse poi la cripta di Maria Ausiliatrice, che forse oggi è la chiesa più frequentata della città di Cordoba,

Nel 1916 fu mandato a Tucuman per cominciare i lavori di riadattamento di un vecchio asilo ceduto ai salesiani. Quantunque in estate la temperatura giunga fino ai 45 gradi all’ombra, il nostro Enrico davanti agli occhi stupefatti dei vicini, sale sui ponti di costruzione sotto il solleone e lavora per più di 20 giorni dal mattino alla sera, e poi se ne ritorna a Buenos Aires.

Non dobbiamo quindi meravigliarci se diversi costruttori ed ingegneri lo rispettavano e lo apprezzavano per quel che valeva. Anzi, uno di essi, ignaro della sua condizione di religioso, volle trarre vantaggio dalla sua abilità, e, per mezzo di interposta persona, gli fece delle offerte vantaggiosissime perché accettasse la direzione delle sue opere di costruzione, dicendo all’intermediario: «Quest'uomo fa proprio per me: sa di tutto, dirige la costruzione e lavora per tre».

Il suo amore alla Congregazione lo spinse ad assoggettarsi a sacrifici eroici. Siccome erano molte le costruzioni che egli doveva ispezionare o dirigere nei diversi collegi salesiani o delle Figlie di Maria Ausiliatrice di questa città e dintorni, per non abbandonare il laboratorio, in certe occasioni le visitava dalle 12 alle 14, per tornare poi al laboratorio senza preoccuparsi del pranzo. E siccome alle volte doveva fare la sua ispezione al termine della giornata, ritornava in casa generalmente dopo cena, e, se trovava la cucina chiusa, andava nel laboratorio dei falegnami dove sopra un povero lettuccio ristorava le energie perdute con un poco di sonno fino alle 4,30 del mattino, ora in cui infallantemente si alzava. Per 50 anni, continui dormì nel laboratorio, «per evitare più facilmente i pericoli di incendio», come diceva: stendeva un vecchio materasso sul pavimento e così riposava dalle fatiche del giorno innanzi.

Nei venti primi anni del collegio Pio IX fu sempre Enrico Botta quello che preparava il pranzo e il tradizionale «asado» nelle passeggiate degli alunni. Ebbene: in simili occasioni non toccò mai neppure un boccone, fino al termine del pranzo, dopo aver raccolto tutto perché nulla si perdesse. Solo allora si sedeva a tavola, e col suo carattere allegro e gioviale, sapeva tener allegri i propri compagni di lavoro, con episodi della sua giovinezza o del suo viaggio dall’Italia a Buenos Aires, nel 1869.

Osservante minuzioso della Santa Regola, praticò scrupolosamente la povertà fino ai minimi dettagli. Si dice che mai mise un vestito nuovo; sempre usò quelli regalati dai benefattori. Non si creda però che non si presentasse ben pulito. Pur maneggiando enormi somme di denaro, non riteneva presso di sé la più piccola moneta, in modo che quando doveva uscire per qualche commissione, passava sempre dal prefetto a prendere i dieci centesimi per il tram.

Il suo spirito di economia lo portò a sacrificare tutte le ricreazioni per separare i ritagli dei legnami che avrebbero potuto ancora servire: li collocava ben bene in ordine, per averli alla mano quando si dovessero utilizzare. Vecchio ed impossibilitato al lavoro, spinto dallo spirito di economia ed amore alla povertà, lo si vedeva nel laboratorio dei falegnami ginocchioni in terra, raccogliendo banco per banco i chiodi che gli alunni non raccoglievano.

Ai suoi confratelli e alla comunità fece tutti i favori che poté. Alle volte, obbligato dall’ubbidienza a prendersi una settimana di riposo in qualche casa, la sua presenza era ivi considerata una vera benedizione, perché al suo partire non rimaneva serratura, porta, finestra o pavimento che non fosse aggiustato. Nel 1880 nella città di Buenos Aires scoppiò una cruenta rivoluzione. Essendo la città assediata dall’esercito nazionale, chiunque poteva uscire da essa, però non poteva rientrarvi. Nonostante tutto, il nostro Enrico si industriò per provvedere la carne al collegio, facendo alle volte a piedi più di dieci chilometri all’andata e al ritorno con 50 chilogrammi di carne sulle spalle.

Prestò anche grandi servizi nell’assistenza. Nella banda musicale compì la doppia missione di musicante e di assistente. Era molto abile nel suonare il suo strumento, il bombardino o il trombone; lo suonava così bene da sembrare uno strumento a corda. La banda del collegio Pio IX era molto richiesta, e i superiori rimanevano tranquilli e sicuri che non sarebbero successi inconvenienti, stando presente il nostro Enrico Botta.

Varie volte i superiori avrebbero voluto dargli qualche pubblico dimostrazione di benevolenza, ma la sua umiltà seppe sempre schivarsi. Solamente nel 1910 fu obbligato ad accompagnare in Italia suo fratello Don Luigi. Dopo aver passato alcuni giorni in Macciò, suo paese natale, trascorse quasi tutto il resto del tempo nell’Oratorio di Torino, dove causò ammirazione per il suo spirito di pietà e per il suo attaccamento alla Congregazione.

Nel 1927, compiendo 50 anni come capo laboratorio, dovette accettare una festicciuola dalla legione dei suoi exallievi, i quali, oltre al murare una lapide ricordo nel laboratorio, vollero crearlo cavaliere del lavoro regalandogli una cassetta con tutti i ferri del mestiere. Negli ultimi anni, dovendo lasciare il laboratorio, sentiva la nostalgia del lavoro. Mandato prima a Curuzù-Cuatià, non stette un momento in riposo. Ritornato al suo Pio IX con la salute completamente scossa, i superiori pensarono di mandarlo al noviziato di Mor6n, aperto in quei giorni. Fu immenso il bene che fece colà in mezzo ai novizi col suo esempio di laboriosità e di orazione continua. Al mattino, terminate le pratiche di pietà, il nostro buon confratello andava nell’orto e vi passava quattro ore a strappare erbacce o a irrigare. Altrettanto faceva tutti i pomeriggi. Alla sera, invece di riposare, andava nella cappella dove passava in ginocchio più di due ore pregando.

Per causa del lavoro in terreno umido, fu un giorno colpito da una polmonite e condotto al collegio Pio IX. Il mattino seguente, quando i superiori furono a visi tarlo nella sua stanzetta, trovarono il letto e la stanza vuota: l’ammalato si trovava nel cortile a irrigare piante. Siccome le sue forze fisiche e psichiche andavano poco a poco declinando, i superiori pensarono di farlo ritornare definitivamente in questa casa salesiana, dove egli aveva lavorato ininterrottamente 65 anni.

Ivi spirò l’11 luglio 1949 a 90 anni.