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nato a Malo (Vi) il 24 giugno 1925 e morto a Torino il 4 aprile 2012


8 aprile 2012, domenica di Pasqua


Mohamed insegna saldatura nello spazio che fu il “buco di Cavedon”. Fino a 5 anni fa, in inverno, la temperatura del buco scendeva anche a 7 gradi e Beniamino ci andava carico di maglioni e giacconi, come i ragazzi sulle piste di sci. Aveva ormai 80 anni ma gli era rimasta la magia dell’artista meccanico. Era l’unico, in officina, a saper smontare e rimontare un tornio, perché lui l’aveva fatto. Un anno prima della morte aveva realizzato un “capolavoro” che i ragazzi di quarta meccanica hanno riprodotto in 3D, vincendo il concorso nazionale di disegno con solidworks. Alla mattina, verso le 5, quando vedevo la luce della camera accesa ed entravo, lo trovavo al tavolo, a completare il disegno, la sua ultima invenzione. Da anni non lavorava più in officina eppure tutti lo conoscevano perché ogni giorno faceva il suo giro e, se aveva voglia, passava il tempo a lavorare, a conversare con chi occupava gli spazi dove lui aveva speso gli ultimi 25 anni della sua vita. Mohamed, 36 anni, laureato in ingegneria agraria, di religione musulmana è di origine marocchina. Nessun salesiano ha parlato tanto con Mohamed, insegnante di saldatura, come il “Vecchio”, così chiamavo l’amico Beniamino. I suoi occhi azzurri indagavano curiosi il volto di chi ora lavora in quella che fu la sua stanza di aggiustaggio. Conversavano di lavoro, di ragazzi, di politica, di religione. Beniamino non si è fatto problemi. Non aveva il carattere estroverso di quelli che devono sempre imporsi all’attenzione, il suo approccio era delicato, graduale. Con attenzione scrutava le persone e le distingueva in lavoratori e chiacchieroni, in ordinati e confusionari, in affabili ed aggressivi, in servizievoli e prepotenti. La religione non era per lui un motivo di distanza e con Mohamed si era instaurato quel rapporto di confidenza, di simpatia, che Beniamino, per istinto, aveva già condiviso con tanti confratelli coadiutori. Così ha annunciato il Vangelo, senza citazioni erudite, senza lezioni, semplicemente con la verità della sua persona, con la disponibilità ad un incontro che rispetta, che non manipola. Quando Mohamed aveva bisogno, Beniamino c’era. E c’era anche a meditazione. Lui appartiene a quella categoria di confratelli che ti fanno preoccupare quando non li vedi in cappella per la meditazione. I punti erano fermi: le pratiche di pietà, mattino e sera, la santa Messa quotidiana ed il rosario. Mi ero accorto, con il tempo, che nei dintorni della santa Messa, non c’era spazio per battute scherzose, era concentrato su Altro.


Beniamino è nato vicino a Vicenza, a Malo, 86 anni fa. Famiglia con 12 figli. Due soli gli sono sopravvissuti: il sacerdote don Pio, che lo aggiornava sulla famiglia, e Adele, 10 anni più giovane di lui. Aspirantato a Cumiana (1938), ai tempi della guerra. Noviziato a Villa Moglia (1943). Poi il lavoro in campagna: Cumiana, Colle don Bosco, Novi Ligure, Montalenghe, Ulzio, Bollengo, Caselette. Non gli piaceva. Diceva di essere scappato dalla povertà del Veneto, dagli stenti della campagna e di essersi trovato, consacrato, a fare levatacce per mungere le vacche, per lavorare le vigne, mentre altri osservavano dalla finestra e commentavano. Vecchie diatribe tra coadiutori e clero. Così, appena gli fu offerta l’occasione, imparò un mestiere da artigiano: il meccanico. Aveva 30 anni. Arrivò all’Agnelli nel 1958 e ci restò fino al 1967. Poi Valdocco, Bra, San Benigno, Fossano, Chatillon (9 anni) e di nuovo l’Agnelli dal 1986, 25 anni fa. Non fu mai capo laboratorio. Nelle colombelle si legge sempre “istruttore” e “vice”. Non riscattò una vita di stenti, ai tempi della seconda guerra mondiale, con il prestigio di un laboratorio tutto suo. Il suo spazio furono sempre le relazioni autentiche con chi le cercò. A Chatillon si trova un confratello con i baffi; durante gli esercizi spirituali ad Avigliana, 9 anni fa, mi suggerì che Cavedon fa rima con “brontolon”, poi mi disse anche altre cose. Capii che erano amici. Così tornai a casa forse con pochi propositi spirituali, ma con il desiderio di essere amico del “Brontolon”. E successe. Quando salivo a Casa Beltrami per trovare i confratelli malati, il direttore, don Gianni Colombo mi chiedeva sempre dove fosse il mio scudiero. Di lui ho ammirato la delicatezza nella sincerità. Era una persona piuttosto portata alla critica ma non grossolana. La vita di Beniamino è stata segnata, negli ultimi tempi, dal progressivo decadimento delle energie e dalla sensazione di un fisico e di una mente che non ti accompagna più. Il trasferimento a Casa Beltrami è stato accolto come un alleggerimento rispetto ad una vita da caserma, troppo confusa per lui. Ogni anno l’Istituto Agnelli decideva mutamenti negli spazi dei laboratori, che invece non erano sostanzialmente cambiati nel tempo in cui era stato insegnante lui. Così si stabilì serenamente a Casa Beltrami sei mesi fa. Chi lo andava a trovare veniva accolto da un sorriso riconoscente, come dice l’apostolo Paolo: “Se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne”. Ieri era sabato santo. Ieri abbiamo salutato Beniamino. Un carro funebre lo ha riportato nel paese della sua famiglia, vicino a Vicenza. “Libera nos a malo”, dicevi scherzoso, parlando delle tue origini, di Malo, del paese della tua famiglia. Io ti terrò nel cuore, amico, come nel computer, dove la mia password, da anni, era “cavedon”.

Don Alberto Zanini, Direttore Edoardo Agnelli