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nato a Dogliani il 4 gennaio 1919; morto a Roma il 13 agosto 2001; 82 anni di età e 63 di professione


Famiglia e vocazione


Nato a Dogliani, un paese di 700 abitanti in provincia di Cuneo, il 4 gennaio 1919, Sergio era il sesto di sette figli di Giovanni Cagnazzo e Luigia Schiavenza. Fu battezzato l’11 gennaio nella parrocchia di San Lorenzo (diocesi di Mondovì).

Ricevette la cresima il 21 marzo 1931 da Mons. Giuseppe Francesco Re, vescovo di Alba. Per interessamento del suo parroco, nel 1933, all’età di 14 anni, si recò al­l’istituto salesiano «Conti Rebaudengo» di Torino, per imparare il mestiere di sarto. Così scriveva il parroco al Direttore: «Il giovane che vorrei presentarle risponde al nome di Cagnazzo Sergio. È un giovane intelligentissimo; il superlativo risponde alla realtà. Ha compiuto la quinta elementare con esito molto brillante; è assiduo al­la chiesa e su di lui riposano le mie speranze. Di famiglia sana e numerosa, egli non è tanto sviluppato nel fisico, proporzionalmente alla sua età, ma è sano, sanissimo. Credo che nello studio supererà tutti i suoi condiscepoli. I genitori acconsentono volentieri a privarsi del figlio».

E così il giovane Sergio parte per Torino. Qui si trova bene, studia e lavora con profitto. Scriverà lui stesso: «Ben presto mi sento attratto alla vita salesiana e decido di seguire don Bosco».


Nel 1937, a 18 anni, chiede di essere ammesso al noviziato «con la speranza di essere salesiano - scrive - e di stare sempre con don Bosco fino al termine della vita». E così sarà. Il direttore del Rebaudengo, don Antonio Toigo, con i suoi consiglieri lo ammette a pieni voti, dando questi motivi: «Pietà ottima, carattere serio, capacità più che buona, salute buona», aggiungendo questo apprezzamento: «Tenne sempre ottima condotta; è forse il migliore del gruppo».

Farà la prima professione l’8 settembre del 1938 a Villa Moglia e la professione perpetua il 30 settembre del 1944 davanti al Rettor Maggiore, don Pietro Ricaldone, al Colle Don Bosco. Il giudizio del direttore della Casa, don Marcello Joyeusaz, sul coadiutore Cagnazzo era: «Ottimo per ogni riguardo».

Il Sig. Sergio era stato chiamato a vivere come salesiano laico, vivendo la sequela radicale di Cristo, a servizio dei giovani e della missione salesiana, sull’esempio di don Bosco.


Capo sarto e educatore salesiano a Napoli e a Bari


Trascorse i primi anni (1938-1946) al Rebaudengo come vice-capo e capo dei sarti. Il 1° settembre 1943 fece parte degli sfollati al Colle Don Bosco con un gruppetto di sarti e altri artigiani. Il ritorno al Rebaudengo si farà soltanto il 31 agosto 1945. Nel settembre 1946 il Sig. Sergio fu destinato a Napoli-Tarsia, dove lavorò fino al 1952 con i sordomuti come capo sarto. Nell’ottobre del 1952 fu inviato a Bari, sempre come capo sarto, e poi anche insegnante di religione e di applicazioni tecniche nella scuola media, e quindi diede il suo aiuto all’Oratorio. Ivi rimarrà fino al 1966.

Un confratello dell’Ispettoria meridionale affermò che il maestro Cagnazzo diri­geva il suo laboratorio di sartoria con grande competenza, con severità, ma anche con tanta mitezza e socievolezza che lo facevano amare dai ragazzi. Un altro confratello coadiutore, anche lui capo-laboratorio, ha riferito che «il laboratorio del signor Sergio Cagnazzo rispetto agli altri laboratori dava l’impressione di essere come un santuario, tanto era l’ordine, la pace, il silenzio che in esso regnava». Un suo confratello ha affermato: «Il maestro Cagnazzo era esemplare in tutto, non per convenzione, ma per convinzione».

Nel cortile era sempre presente e partecipava attivamente alla ricreazione. Giocava con i ragazzi ma era accanto a loro sempre da vero educatore. Assisteva in una camerata, e rendeva questo servizio con molta delicatezza, premura e fraternità. Si distingueva anche per lo stile e il senso di responsabilità con cui conduceva i gio­vani nelle passeggiate del giovedì. Come oggi, anche allora, non era facile condurre per le viuzze di Napoli un gruppo di trenta-quaranta ragazzi a passeggio. Lo faceva con tatto e gioiosa compagnia. Da vero salesiano aiutava molto all’Oratorio, dove aveva un suo gruppo, secondo lo stile delle antiche Compagnie, che dirigeva con competenza, preoccupandosi soprattutto della formazione cristiana dei giovani, a cui impartiva regolarmente il catechismo ogni settimana, offrendo loro anche conferenze spirituali.

Un testimone racconta: «Ho conosciuto l’amabilissimo Sergio quando era re­sponsabile del laboratorio di sartoria negli anni della sua permanenza nell’opera salesiana di Napoli-Tarsia a servizio dei meravigliosi ragazzi sordomuti. Eccelleva per dinamismo ed esemplarità di fede e di preghiera. Ci incontrammo qualche anno più tardi, quando egli fu assegnato all’Oratorio di Bari, nelle ore libere dal suo assorbente lavoro di capo-laboratorio di sartoria dell’istituto Redentore di Bari. Ricordo tra l’altro l’espressione frequente di compiacimento della mia famiglia per il confezionamento dei loro vestiti da parte del maestro Cagnazzo. Come direttore di quell’Oratorio in un quartiere popoloso e popolare potetti ammirare le sue doti di mente e di cuore nel compimento del suo ufficio di assistente di compagnie se­condo la tradizione salesiana. Il suo lavoro si caratterizzava di serietà e amabilità, di entusiasmo e di zelo. I ragazzi sapevano che quando il Sig. Sergio si pronun­ciava su certe cose non si poteva prendere quella indicazione a cuor leggero. Sapendosi far amare si faceva anche obbedire sui punti essenziali del suo inter­vento educativo di tipo umano e di fede. Il Da mihi animas lo si leggeva stampato in volto. La vita di grazia sacramentale era il culmine del suo molteplice impegno di educatore sia in cortile sia in sala. Si premurava con dedizione, affinché i giovani partecipassero con frequenza ai Sacramenti soprattutto quando animava i frequenti ritiri spirituali di quel periodo».


A servizio dell’Università Salesiana


Nell’ottobre di quello stesso anno 1966 venne chiamato alla futura Università Salesiana, quando essa era proprio agli inizi nella nuova sede romana. Per 29 anni svolgerà il compito di segretario personale del Rettor Magnifico dell’Università.

I Rettori che si sono succeduti lo ricordano come un aiutante fedele, preciso, intelligente. Egli ricordava con piacere che nel suo ufficio fu invitato a qualche viaggio di «rappresentanza», come quello fatto a Parigi. Ha pure servito come Economo della Comunità «Gesù Maestro» per nove anni e dal 1995 ha lavorato a servizio dei confratelli come sarto e sacrestano della comunità.

Un testimone riferisce ancora: «Ci ritrovammo poi insieme all’UPS. Il ricordo degli anni dell’Oratorio di Bari era sempre l’inizio delle nostre conversazioni di ami­ci di lunga data. Mi chiese subito di fare una conversazione mensile sulla vita spiri­tuale. Aveva il suo confessore regolare, ma dedicava questo incontro all’approfondi­mento di un punto particolare della teologia e della vita spirituale. Veniva con una puntualità degna della prima tradizione salesiana da me col suo bravo quadernetto. Annotava la sintesi del colloquio e rendeva conto dell’esito del mese precedente. È stata per me una ricchezza di testimonianza di un uomo profondamente spirituale che puntava all’essenziale e tutto incentrava nella presenza di Cristo, il vivente della sua giornata scandita dalla preghiera e dal lavoro e dalle lunghe passeggiate all’aria libera».

Era attaccatissimo alla sua vocazione salesiana: un autentico religioso, testimo­ne, per la sua vita di pietà ed osservanza religiosa. Un suo confessore racconta la puntualità e la precisione con cui ogni settimana si recava da lui con un suo «fogliettino» per fare la sua confessione sacramentale. Visse intensamente il centenario della morte di don Bosco nel 1988, che gli ricordava l’inizio della sua vocazione. Da quell’anno in poi scrive i suoi pensieri e gli avvenimenti personali e comunitari su un quaderno che porterà avanti durante alcuni anni. Le prime righe sono del mag­gio 1988, dove scrive così: «Rinnovazione dei voti religiosi in occasione del cente­nario della morte di don Bosco. Tutti i salesiani del mondo vi prendono parte. Preparata da una veglia di preghiera e dalla confessione in cui sono stato assicurato che non manca la protezione di Maria. Alle 11 concelebrazione presieduta da don Scrivo con molti canti. Prima dell’offertorio ciascuno riceve dal superiore l’artistica croce ricordo. Sarà un segno dell’impegno rinnovato. Con don Bosco sempre!».

Il suo amore per il movimento lo spingeva ad organizzare spesso per il fine set­timana lunghe passeggiate a piedi o in bicicletta (fino a 70 anni ha usato la biciclet­ta!), gite che favorivano la fraternità e lo spirito di famiglia con i suoi confratelli.

La Comunità S. Francesco di Sales a cui apparteneva ricorda la sua esemplarità umile e senza pretese e il suo spirito di servizio. Voleva essere presente a tutte le sue manifestazioni, e anche quando era condizionato dalla malattia fu fedele alle prati­che di pietà, finché potè muoversi. Amava la compagnia dei confratelli. Dopo pran­zo faceva volentieri «due passi» con alcuni di loro. Dopo cena si ritrovava con alcu­ni per passare un momento di distensione e di gioia, dove non poteva mancare la barzelletta preparata per concludere quel momento di serenità. Il suo spirito di fede e di abbandono alla volontà di Dio era vissuto in profondità. Qualche volta, quando gli si faceva la domanda: «Come va?», egli rispondeva con le parole usate spesso da san Francesco di Sales: «[Facciamo] le bon plaisir de Dieu!». In mezzo alle miserie dell’infermità conservava la serenità e anche l’allegria. Durante la Santa Messa, al momento della pace prima della comunione, offriva ai suoi vicini con il viso raggiante il saluto: «Pace e gioia».


Ultime testimonianze


Le suore dell’infermeria, Figlie dei SS. Cuori di Gesù e di Maria, che l’hanno assistito e curato durante gli ultimi tempi, hanno rilasciato sul loro «ospite» una bella testimonianza:

«Il Sig. Sergio diceva che noi dobbiamo sforzarci per non recare dispiacere al Signore e sempre ci chiedeva di pregare assieme la Vergine Maria prima di salutar­ci ogni sera e andare poi a dormire. Ripeteva sovente anche questa raccomanda­zione: “Dobbiamo essere sempre attenti e delicati con tutte le persone”. Era molto sensibile quando si sparlava di qualche persona e subito si mostrava contrariato e af­fermava che era meglio tacere in queste situazioni, perché si rischiava di presentare in una cattiva luce il confratello e nuocergli per il futuro. Era molto preoccupato di compiere sempre bene il suo dovere: persino poco prima di andare all’ospedale è andato in sacrestia a sistemare tutte le cose. Quando lo portavamo in carrozzella e passavamo di fronte alla cappella, rivolgeva il suo spontaneo saluto a Gesù, sorri­deva e faceva il segno della croce. Si considerava fortunato quando poteva stare al­la presenza di Gesù, perché era sicuro che Gesù era in lui, e lui in Gesù. Trasmette­va gioia e si faceva amico di alcuni studenti salesiani che si recavano in infermeria: essi cercavano la sua compagnia, perché gradevole. Sapeva raccontare barzellette e irradiava molta serenità attorno a sé. Negli ultimi mesi leggeva molto, anche in francese e in inglese. Leggeva la vita di Artemide Zatti, di san Benedetto e altri libri edificanti. Era molto preoccupato di essere costante e puntuale agli appuntamenti comunitari e anche con difficoltà, per quanto glielo consentiva il suo stato di salute, si sforzava di essere fedele e puntuale alla preghiera comunitaria, non solo per un fatto esterno ma per la profonda valutazione e stima della preghiera fatta in comune. Mai si è visto il Sig. Sergio arrabbiarsi, nonostante le difficoltà della malattia: sem­pre ringraziava il Signore per la forza che gli dava ogni giorno. Diceva che offriva tutto per le vocazioni e le necessità della Congregazione. Era un uomo veramente povero, non aveva cose superflue nella sua camera, e utilizzava al meglio possibile ogni cosa».

Un altro testimone già citato concludeva così il suo ritratto: «Nell’ultima fase ebbi modo di ammirare lo spessore dell’offerta come consegna nelle mani di Chi ci ama misteriosamente più di noi stessi. Così sintetizzerei il suo atteggiamento di fondo del suo spirito: Signore io so che sai e questo mi basta. Si andava maturando nella convinzione di fede che il Signore quando ci ama, allora ci dona. Ma quando ci predilige, allora ci chiede».


Gli ultimi giorni del Sig. Sergio


Il 23 luglio venne deciso l’intervento, dopo che era stata fatta una manometria all’ospedale Umberto I: i medici si resero conto che tutto il cibo andava nella trachea, e quindi era necessaria una gastrostomia.

Il giorno 27 luglio il dottore convocò il paziente, e con lui le suore dell’inferme­ria e don Polizzi e si recarono alla casa di cura «Villa Salaria». Il dottore spiegò in che cosa consisteva l’intervento e chiese l’approvazione del Sig. Sergio: egli rispo­se che era nelle mani del Signore e dei Superiori. Quindi venne fissato l’intervento per lunedì 30 luglio. Ma in seguito sopravennero delle complicazioni, per cui la data venne rinviata a lunedì 6 agosto. Per ulteriori difficoltà l’operazione venne rimandata ancora a mercoledì 8 agosto.

L’intervento riuscì bene e nei giorni seguenti 9-10 agosto il paziente parve rea­gire bene. Ma purtroppo il 10 agosto, dopo aver fatto un prelievo del sangue, i me­dici riscontrarono una forte anemia e conseguentemente iniziarono una cura ade­guata e soprattutto una dieta corrispondente all’alimentazione parenterale. Il sabato 11 agosto, con grande gioia di tutti, il Sig. Sergio tornò a casa. Alla sera però mani­festava una grande stanchezza e la notte non trascorse tranquilla.

Al mattino della domenica 12 si era un po’ acquietato, e domandò se avrebbe poi potuto riprendere a mangiare con la bocca. Gli fu risposto di sì, ma solo gra­datamente e poco alla volta: allora chiese una caramella, e l’assaporò con molto piacere.

Ma la malattia avanzava inesorabilmente: dalle ore 11 in poi si aggravò, accu­sando gravi problemi di respirazione e di deglutizione. Così alle ore 17 si chiamò un autoambulanza per portarlo al pronto soccorso dell’ospedale «Pertini». Alla parten­za dall’UPS era presente anche don Lue Van Looy, Vicario del Rettor Maggiore, ed altri confratelli, che gli hanno dato la benedizione prima di portarlo all’ospedale. Quindi il Sig. Sergio partì con don Polizzi.

Mezz’ora dopo l’arrivo all’ospedale, il nostro confratello è deceduto per un arresto cardiaco. Sono stati informati subito don Carlo Giacomuzzi, Economo della Visitatoria, e altri Superiori della Visitatoria, della Comunità S. Francesco di Sales e le Suore dell’infermeria. Esse subito andarono con la speranza di portarlo subito a casa, ma non è stato possibile, per le norme di legge. Pure altri confratelli si sono recati all’ospedale a visitare il defunto e a pregare per lui. Sono stati avvisati anche i suoi familiari.


Riportiamo infine le parole conclusive dell’omelia del Superiore, don Cereda: «Ringrazio Dio per il dono del Sig. Sergio alla Chiesa, ai giovani e alla nostra Uni­versità. Grazie, Sergio, per la tua intensa e profonda spiritualità, da cui scaturiva attenzione alle persone, fraternità e condivisione con noi confratelli, serietà e responsabilità e precisione nel lavoro, vita ordinata e serena. Con te stavamo bene, tu così semplice, così umile, così intelligente, così sereno e discreto. Sergio, prega per tutti noi Maria Ausiliatrice e don Bosco e invoca da Dio il dono di vocazioni di salesiani laici per la Congregazione e per la Chiesa. Con la tua vita ci proponi quella “misura alta” della vita cristiana ordinaria, che è la santità».


Dopo la sua morte abbiamo ritrovato nei suoi documenti un testamento scritto nel 1978. Ci è sembrato utile trascrivere qui il testo, lasciando al coadiutore salesiano Sergio Cagnazzo l’ultima parola sul senso della sua vita e della sua vocazione.

«Roma, 16 luglio 1978. Festa di Maria SS. del Carmine. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. A Dio sia gloria nei secoli. Viva Maria.

«Io, sottoscritto, di propria mano, esprimo la mia volontà e i miei desideri.

«In primo luogo sento il dovere di rendere con tutte le potenze del mio animo ringraziamento a Dio per tutti i suoi benefici. Il Signore nostro Gesù Cristo avvalo­ri con i suoi meriti questo grazie e lo offra al Padre unito al suo Sacrificio.

«Riconosco pienamente che l’aiuto di Maria SS. è stato determinante nella mia vita di cristiano e di salesiano. La Vergine del Rosario, venerata nel Santuario di Mon- chiero, mi ha guidato con mano materna; per mezzo del parroco, don Giuseppe Grosso, a cui debbo perenne riconoscenza, mi ha condotto nella sua casa, con don Bosco. Solo in cielo, nella pienezza della Vita e dell’Amore, potrò dirle il grazie che le è dovuto.

«Voglio pure esprimere il mio totale attaccamento alla Santa Chiesa di Dio, al Papa, alla Congregazione Salesiana e ai miei Superiori; sono il vincolo e lo stru­mento che mi uniscono alla SS. Trinità.

«Rivolgo un caldo invito ai miei parenti di vivere costantemente nella grazia di Dio; di volersi bene, di amarsi e di aiutarsi; di perdonare per ottenere perdono; di lavorare per il Signore e di educare cristianamente i loro figli. Chiedo loro il favore di accostarsi almeno una volta ai santi sacramenti in suffragio dell’anima mia. Spero di rivederli tutti nella casa del Padre.


Il Direttore e i Confratelli della Comunità S. Francesco di Sales


Testamento spirituale


«Ai confratelli il mio grazie sincero e cordiale per il loro affetto, il loro aiuto, il loro compatimento. Chiedo loro umilmente perdono per le mie mancanze di carità e di cortesia. A loro chiedo una preghiera in mio suffragio. Il Signore li ripaghi abbondantemente. Con la grazia di Dio spero di raggiungere la Patria beata. Là li ricorderò tutti e avrò modo di esprimere in Dio la mia riconoscenza.

«Debbo riconoscere lealmente che la mia vita, pur nelle inevitabili sofferenze, è stata piena di gioia che mi veniva dalla certezza di attuare la volontà di Dio seguendo la vocazione salesiana; dal sentirmi amato e dall’amare i fratelli. Un solo rincrescimento: i miei peccati, le mie miserie, la mia poca fede, le mie grettezze. Per questo mi getto nel Cuore di Cristo e ne invoco la misericordia, interponendo l’intercessione materna di Maria Ausiliatrice.

«Ringrazio il Signore che non posseggo cosa alcuna di beni mobili o immobili. [...]. «Volentieri dispongo che il mio corpo, se sarà possibile, serva per il bene di qualche persona, col prelevamento di organi che possano essere utili, sempre sottoponendo tale disposizione al volere dei Superiori. Mio desiderio sarebbe che i miei resti mortali riposassero nella terra, in vicinanza di una casa salesiana, ma anche per questo lascio piena libertà a chi deve decidere in proposito.

«La morte è un salto nelle braccia del Padre. Per questo chiedo ai miei Superiori che dopo il mio trapasso, in giorno opportuno, si faccia festa per me anche esterna­mente con un buon bicchiere di vino e magari con qualche cosa d’altro. Desidero che sia una giornata di suffragio per l’anima mia e di gioia per i miei fratelli.

«A tutti un fraterno e gioioso arrivederci in cielo, dove con Dio nostra Vita, con Gesù nostro Salvatore, con Maria, don Bosco e tutti i fratelli redenti, godremo una felicità piena e perenne».