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nato a Terno d'isola (Bergamo - Italia), il 15 settembre 1919, morto a Roma, Università Pontificia Salesiana, il 9 giugno 1995 a 76 anni di età e 56 di professione religiosa. La salma è stata tumulata nel cimitero di Terno d'isola.


Siamo riconoscenti a Dio per questa vocazione e siamo riconoscenti a Enrico per la sua testimonianza di vita consacrata, per la sua donazione nel servizio. 56 anni di vita religiosa! Altro che pre-pensionamento! Ha lavorato, si potrebbe dire, fino all’ultimo. [...] Trovandoci qui, questa mattina, di fronte a un religioso che agli occhi del mondo non ha fatto nessuna carriera, può venire il dubbio che senso abbia vivere così, sacrificarsi così. Credo che valga la pena riflettere sulla vita di un uomo, di un giovane, che attraverso il voto di obbedienza, povertà e castità, si dona interamente a Dio.


Vale la pena riflettere sul senso che Enrico stesso ha voluto dare alla sua vita quando a 14 anni, attratto dalla figura di Giovanni Bosco, il santo dei giovani, ha deciso di farsi salesiano. Noi che l’abbiamo conosciuto, che l’abbiamo visto portare avanti diverse responsabilità, diciamo che quella decisione del quattordicenne Enrico fu una scelta ponderata e generosa». Al termine della Messa, prima del rito di commiato, a nome di tutti i confratelli della nostra Visitatoria, il sig. Natale Zanni, salesiano, rivolse alcune parole di saluto e di ringraziamento al sig. Bolis.


Ripercorrendo le tappe della sua vita salesiana, egli ne richiamò alcuni tratti caratteristici, sottolineando in particolare il fatto che si era trovato a lavorare nella casa salesiana di S. Tarcisio «proprio negli anni burrascosi della seconda guerra mondiale dal 1941 al 1947. È di questo periodo il suo impegno per offrire assistenza ai gruppi di sfollati che cercavano rifugio nel territorio delle catacombe. Ricordando alcune sue battute di quel periodo, non si può dire che sia stato facile alloggiare persone e intere famiglie, a volte con i relativi animali domestici, ma soprattutto assicurare cibo e incolumità fisica agli ospiti provvisori e ai salesiani presenti a S. Tarcisio. È anche di questo periodo l’episodio tristemente famoso delle Fosse Ardeatine che il sig. Bolis ricordava con particolari inediti in quanto egli fu uno tra i primi che vide la strage perpetrata nella sua cruda realtà». Accompagnata dai nipoti, la salma partì alla volta di Terno d’isola (Bergamo), dove fu accolta e vegliata nella casa del fratello Giovanni, il quale aveva espressamente chiesto che Enrico potesse essere seppellito nel paese natio, vicino agli altri parenti. Il pomeriggio del giorno seguente, 13 giugno, alla presenza molto numerosa, solenne e familiare, della comunità parrocchiale di Temo d’isola, furono nuovamente celebrati i funerali. Della Comunità «Gesù Maestro» dell’UPS vi presero parte, assieme al direttore, don Remo Bracchi e don Eugenio Fizzotti; il sig. Luigi Rocchi rappresentava la Comunità «San Francesco di Sales». La S. Messa, concelebrata da sei sacerdoti, fu presieduta dal parroco di Terno d’isola, don Giuseppe Locatelli, che tenne anche l’omelia. Prendendo spunto dalle letture del giorno, in modo particolare dal brano del Vangelo: «Voi siete la luce del mondo, voi siete il sale della terra», egli presentò il defunto in modo molto evocativo.


Richiamando il servizio da lui reso all’Università Pontificia Salesiana di Roma per trent’anni come incaricato degli impianti elettrici e telefonici, lo delineò come colui che per mezzo dei telefoni mette le persone in contatto tra di loro e per mezzo dell’elettricità ne illumina la vita, perché non si svolga nel buio. Da una tale presentazione del nostro confratello, uomo di grande lavoro, ma allo stesso tempo riservato e schivo di lode, risultò evidente che ancora adesso il sig. Enrico continua ad agire da salesiano educatore e con il proprio esempio ci insegna che cosa voglia dire essere luce del mondo e sale della terra.Prima del definitivo commiato, il direttore della Comunità «Gesù Maestro» volle rinnovare i sentimenti di ringraziamento da parte della Congregazione Salesiana ai compaesani del defunto: «Qui - egli disse - è nata ed è stata decisa la vocazione salesiana del sig. Enrico. Perciò, ci è sembrato significativo farlo tornare al luogo delle sue origini umane e salesiane. E sarebbe quanto mai straordinario se questo suo ritorno fra voi rappresentasse una vera sfida per i giovani di Temo d’isola, così che accolgano la testimonianza della sua vita operosa e della sua grandezza d’animo e rispondano con entusiasmo alla eventuale chiamata alla vita religiosa o sacerdotale che il Signore rivolgerà loro. Mentre ringraziamo in modo particolare i genitori defunti di Enrico: Giuseppe e Caterina Lodetti, per questa vocazione religiosa salesiana, vissuta con entusiasmo, fedeltà e impegno per 56 anni, ringraziamo ancora voi tutti: la famiglia del caro confratello defunto e tutta la comunità cittadina e parrocchiale che lo accoglie con tanto affetto. Affidiamo alla vostra cura la sua tomba e alla preghiera di voi tutti la sua anima».


Famiglia e scuola


Enrico Bolis nacque il 15 settembre 1919 a Terno d’isola (Bergamo) da Giuseppe e Caterina Lodetti. Dei loro nove figli, sei morirono in tenera età. Enrico fu il più giovane dei tre rimasti vivi. Lo precedevano la sorella Teresa, morta nel 1972, e il fratello Giovanni. I genitori di Enrico erano operai. Il padre era muratore e la madre lavorava nelle filande. Enrico rimase fino al 14° anno di età a Terno d’isola, frequentandovi le scuole fino alla quarta elementare e partecipando attivamente alla vita parrocchiale come chierichetto e come membro della Compagnia di S. Luigi. Negli anni 1930-31, infatti, in paese, con l’aiuto di tutti gli abitanti, era stato costruito e funzionava un oratorio intitolato a Don Bosco, che era frequentato con assiduità dalla maggior parte dei ragazzi e dei giovani. Non fu difficile per Enrico neppure conoscere i Salesiani: Terno d’isola, infatti, fa parte da tempo della storia salesiana. Qui, nel maggio del 1860, da Torino via Bergamo giunse don Bosco (Cfr. MB 6,521- 526). Qui, nacquero diverse vocazioni di Salesiani e di Figlie di Maria Ausiliatrice. Da qui, assieme al suo compagno Angelo Pirola, salesiano coadiutore dell'ispettoria Veneta Ovest, egli partì alla volta di Cumiana, dove si trovava una scuola agricola per aspiranti missionari. Entrambi i ragazzi erano attratti dall’esempio dei loro compaesani salesiani, alcuni dei quali grandi missionari: i fratelli Albisetti, i fratelli Gambirasio, e don Francesco Durante, cugino di Enrico.


Formazione e attività salesiana


Trascorsi a Cumiana quattro anni di aspirantato, il 7 settembre 1938 Enrico Bolis passò a Chieri «Villa Moglia» per il noviziato, dove un anno dopo, l’8 settembre, emise la prima professione religiosa. Tornò, quindi, a Cumiana per frequentare, nel biennio 1939-1941, l’istituto Tecnico-Agrario presso il quale ottenne, con l’esame di licenza fatto a Lombriasco, il titolo di tecnico agrario. Nonostante avesse chiesto di partire per le Missioni, fu inviato dai Superiori a Roma S. Tarcisio, dove c’erano una scuola elementare, una scuola parificata di avviamento professionale agrario e un oratorio. Qui gli furono affidate le mansioni di aiuto economo e di commissioniere. Allo scadere del primo triennio, il 16 agosto 1942, Enrico rinnovò i suoi voti religiosi e tre anni dopo, sempre a Roma S. Tarcisio, emise la professione perpetua. A Roma restò sei anni, fino al 1947. Erano gli anni difficili della seconda guerra mondiale. Un recente studio di don Francesco Motto, dedicato all’assistenza che i salesiani delle comunità di S. Callisto e di S. Tarcisio prestarono ai rifugiati e agli sfollati durante l’occupazione nazifascista di Roma, ricostruisce il dramma umano ma anche la generosità eroica di tanta gente, tra cui i nostri confratelli. Lo studio riporta una significativa testimonianza del direttore salesiano della casa S. Callisto, don Battezzati, il quale scriveva: «Durante tale tempo le cibarie furono anche per noi scarse e difficili. La scuola agraria di S. Tarcisio, che aveva i prodotti della campagna, ci aiutò con generosità. Tanto a S. Callisto come nella scuola agraria vi erano parecchie persone rifugiate per vari motivi. I salesiani le avevano accolte con schietta umanità e carità».


Nel 1947, il sig. Bolis fu inviato a Novi Ligure con le stesse mansioni di Roma. Lì si trovavano un aspirantato missionario, una scuola preparatoria ed una scuola media. Vi rimase, però, solo un anno: per un uomo come lui, giovane, dinamico e capace di organizzarsi bene, vi era poco lavoro. Tornò, quindi, a Roma S. Tarcisio e vi rimase per diciasette anni. Nel 1965 ecco giungergli la quinta e definitiva obbedienza come salesiano. Era l’anno in cui il Pontificio Ateneo Salesiano inaugurò la sua attività nella nuova sede di Roma, ed il Sig. Bolis vi venne destinato inizialmente come aiuto-economo e nel 1968 come incaricato della manutenzione elettrica e dei telefoni, compiti che svolse fino al 1993 con molta competenza e passione. 


Personalità


Noi che abbiamo conosciuto il sig. Bolis per molti anni, sappiamo di quale tempra egli fosse. Certamente le parole che di lui, quasi diciannovenne, scrisse il direttore della casa di Cumiana nell’accettare la domanda per essere ammesso al noviziato, lo caratterizzano bene: «Intelligente. Carattere forte. Pronto e schietto». Ed i fatti confermarono un tale giudizio. Del resto, basta ripensare ai compiti che gli furono affidati, di aiuto-economo per ventisette anni e di responsabile in prima persona per quasi trentanni della manutenzione elettrica e deitelefoni, per capire immediatamente che una personalità debole ed insicura avrebbe incontrato notevoli difficoltà. Nello stesso tempo, però, bisogna ammettere che la sua forte riservatezza molte volte non permise di coglierne le grandi virtù di laboriosità, di sacrificio, di fedeltà agli impegni, di apertura alle nuove soluzioni della tecnologia, di fervore spirituale, di affetto per i parenti. Per questo motivo, nell’omelia della Messa per i funerali a Roma fu esplicitamente detto: «Succede che durante i funerali di qualcuno si rimedia a tante dimenticanze, distrazioni e forse anche trascuratezze verificatesi durante la vita. I santi hanno il torto di vivere silenziosamente. Non sono esperti di pubblicità a proprio vantaggio, se essa fosse un vantaggio! Per fortuna, noi non abbiamo bisogno di celebrare un funerale di riparazione, anche se Enrico fu uno che amava il silenzio. Noi gli abbiamo sempre voluto bene e glielo abbiamo dimostrato. Enrico non nacque santo ma ci tenne a diventarlo. E, osservandolo, abbiamo capito che il santo è uno che fa essenzialmente il proprio “duro mestiere di uomo”. E uno che raggiunge la grandezza inguainato negli stracci della nostra vita di ogni giorno. Realizza il capolavoro con materiale ordinario. È uno che si graffia regolarmente mani e ginocchia su per le ruvide pareti di un’esistenza comune. La santità è proprio lì, in noi, come un seme in una zolla. La santità non ha parole, non grida, non si fa notare. [...] Nell’uomo è qualcosa di più di ciò che appare. C’è nell’uomo un “uomo nascosto all’uomo”. Per quanto noi ci sforziamo di tutto ricondurre a ciò che è chiaro e distinto, qualcosa ci sfugge sempre: forse la nostra verità è nel nascondimento. Questa percezione dell’uomo nascosto riflette una condizione che sperimentiamo. L’uomo al quale la pubblicità dedica molto spazio è diverso dall’uomo semplice, sconosciuto agli occhi del mondo. Però, oso affermare che l’uomo autentico è quello senza pubblicità. Quando penso a Enrico, ho sempre davanti ai miei occhi l’immagine di una scala sulle sue spalle, una borsa da elettricista, un sacco di plastica per raccogliere i gettoni dei telefoni. Solo adesso capisco che non devo giudicare gli altri unicamente per la facciata che mi presentano, ma per questa diversità che portano in sé. Gesù, sì! Con i suoi occhi osservava, trapassando anche la maschera che gli uomini portavano, e leggendo nei loro cuori, al punto che alcuni li chiamava beati. I santi sono là dove i nostri occhi non arrivano a vedere e dove il nostro cuore non arriva a sentire perché abbiamo poca stima degli altri, temiamo di essere superati da loro, ci sentiamo feriti, non sappiamo perdonare... Chi ha l’abitudine a misurare le persone col metro dell’eccezionale, o del sensazionale, può anche sfiorare, durante il suo cammino, migliaia di santi e non accorgersi di nulla».


Cari Confratelli, la figura del nostro confratello Enrico Bolis richiama anzituttola vita e la fatica quotidiana dei salesiani coadiutori. Essa ci ricorda l’entusiasmo con cui la vocazione salesiana veniva abbracciata per partire per le Missioni, mentre le comunità in cui si è andata svolgendo la sua vita salesiana ci ricordano l’impegno della nostra Congregazione per formare cristianamente i giovani, ed i giovani salesiani in particolare, in vista di importanti compiti di apostolato nello spirito di Don Bosco. Della vita del sig. Bolis non lasciamoci sfuggire un particolare. La chiamata missionaria, che fu l’idea iniziale della sua vocazione religiosa salesiana, l’ha sostenuto durante tutta la sua vita. Nonostante che le concrete circostanze storiche abbiano modificato il progetto di lavoro salesiano in terre lontane da lui abbozzato, egli rimase qui in Italia, deciso a lavorare con Don Bosco per Cristo.A quanti leggeranno questa lettera chiedo una preghiera per lui, affinché il Padre lo accolga come servo buono e fedele. Ugualmente chiedo una preghiera per noi che, impegnati nell’Università Pontificia Salesiana, in Enrico Bolis abbiamo perso un collaboratore sicuro ed un autentico esempio di vita salesiana.


Roma, 19 luglio 1995 sac. Józef Strus Direttore