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15 agosto 2009 (Don Francesco Cereda)


 

Presentazione del sussidio per prenovizi

“La vocazione alla vita consacrata salesiana nelle sue due forme laicale e ministeriale”

 


Carissimi,

vi presento il sussidio per i prenovizi, elaborato dal Dicastero per la formazione, sull’unica vocazione consacrata salesiana nelle sue due forme laicale e ministeriale.


 

Il terzo nucleo tematico del Capitolo Generale 26 rappresenta una svolta decisiva nella presentazione della vocazione consacrata salesiana. Esso ha come punto di partenza la prospettiva unitaria dell’unica vocazione consacrata salesiana; si sofferma poi sulla specificità e differenza di ognuna delle due forme laicale e ministeriale; considera infine la reciprocità tra queste due forme. E’ una prospettiva che potrà cambiare la mentalità e risulterà vocazionalmente promettente.


In particolare, presentando la situazione dell’unica vocazione consacrata salesiana, a riguardo del salesiano coadiutore il CG26 dice: “La vocazione del salesiano coadiutore spesso non è conosciuta, perché si trova ad avere poca visibilità e ad essere scarsamente presentata … Negli aspiratati, prenoviziati e noviziati tale figura non è sempre presentata con adeguato rilievo (CG26 n. 59).


La stessa cosa viene rilevata a riguardo della figura del salesiano prete, per la quale talora “si riscontra un genericismo pastorale ed un’assunzione parziale dell’identità carismatica” (CG26 n. 59).


Per questo nel Progetto del Rettor Maggiore e del Consiglio generale per il sessennio 2008-2014 si chiede al Dicastero per la formazione di “preparare una presentazione della vocazione consacrata salesiana e delle sue due forme da utilizzare già fin dall’aspirantato e dal prenoviziato”. Tale sussidio risulta essere perciò una concretizzazione di tale richiesta.

* I destinatari di tale sussidio sono i prenovizi. Esso è da utilizzare in modo sistematico soprattutto nei prenoviziati, ma alcune tematiche debbono essere presentate anche agli aspiranti e riprese con i novizi. Pur senza ripetizioni, alcuni temi richiedono una ciclicità di presentazione.

* I contenuti si articolano in 15 schede e riguardano: la vocazione e le vocazioni nella Chiesa, la vocazione consacrata salesiana nelle sue due forme, il discernimento vocazionale, i cammini di formazione iniziale. Essi sono proposti in successione coerente e possono essere ampliati o ridotti a seconda delle esigenze. Potrebbe essere utile una scheda sulle vocazioni nella Famiglia salesiana.

* Il metodo proposto è quello del coinvolgimento attivo dei prenovizi. In base alle esigenze della cultura, del contesto, della mentalità tali schede possono essere integrate o ampliate. Il sussidio richiede un’assimilazione graduale delle varie unità contenutistiche.

L’esperienza e la pratica vi consiglieranno come fare questo itinerario formativo sulla vocazione consacrata salesiana all’interno del cammino di prenoviziato. Certamente si tratta di un itinerario che richiede tempo per la sua assimilazione.

Vi auguro un buon utilizzo di questo sussidio. Affidiamo all’intercessione di Maria Ausiliatrice e di Don Bosco la fruttuosità vocazionale che tutti ci attendiamo.

Con stima

Don Francesco Cereda


 

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 Cfr. Il salesiano coadiutore. Storia, identità, pastorale vocazionale, Roma, Editrice SDB, 1989 (le pagine indicate in parentesi quadra indicano la pagina esatta del volume in edizione cartacea).


  

4. LINEE DI FORMAZIONE [pag. 162]

  


4.0 INTRODUZIONE

 

Nel discorso conclusivo al CG22 il Rettor Maggiore, commentando l'originalità della figura del Salesiano coadiutore, invitava a convertirsi a una più autentica sensibilità salesiana e a una formazione veramente rinnovata. Faceva notare come in Congregazione, rimanessero aperti alcuni problemi: quello numerico-vocazionale, ma anche, e più a fondo, una certa insensibilità e un criterio non corretto nella comprensione di questo aspetto proprio della identità vocazionale (quello della «dimensione laicale»), vincolato alla pecu­liare conformazione delle nostre comunità e alla realizzazione della loro missione.[1] Non si trattava di alcune cose da fare, certo anche di questo. Ma, più in profondità, di una conversione a una più autenti­ca sensibilità salesiana che porta con sé l'urgenza di appropriati in­terventi.

 


4.1 Uno straordinario impegno nella formazione

 

La formazione, tutta la formazione, iniziale e permanente, e la formazione di tutti, aiuta questa conversione: «voglio ancora insistere», egli diceva, «sull'impegno della formazione. Dopo quanto abbiamo detto, essa non può unicamente riferirsi ai giovani Coadiutori, ma a tutti i confratelli, anche preti e chierici, per l'intero arco della formazione sia iniziale che permanente. Senza uno straordinario impegno nella formazione non credo si possano ottenere cambiamenti radicali in tempi brevi. Ma se si imposta la formazione in forma veramente rinnovata, sopra tutto per le giovani generazioni, il futuro sarà certamente promettente».[2] [pag. 163]

L'impegno comune, in Congregazione va verso questi obiettivi, con serietà. L'analisi dei Direttori ispettoriali e i suoi risultati sono un argomento a favore. Le ispettorie cercano di armonizzare fra loro organicità e flessibilità dei curricoli formativi; mostrano di voler fare subito tutto il possibile, come se fossero entrate finalmente in un tempo di maggiore concretezza e operatività;[3] accettano la sfida dei primi passi, non sempre sicuri negli esiti e insidiati per di più dalla indifferenza di alcuni pochi; si sono convinte infine della necessità della collaborazione interispettoriale che assicura più facilmente l'insieme delle condizioni perché le fasi del processo siano formative.[4]

Le ispettorie sono incamminate dunque a «reagire creativamente»[5] e a realizzare quello «straordinario impegno di formazione», di cui parla il Rettor Maggiore, aiutandosi per migliorare insie­me contenuti e strutture.[6]

 


4.2 Le ragioni profonde

 

Tutto questo impegno ha le sue ragioni profonde e presenta un carattere di urgenza. Lo si deduce sia dalla natura della vocazione salesiana che dall'ambiente e dalla condizione del mondo giovanile. La formazione del Salesiano coadiutore è diretta non solo a realizzare la sua specifica forma vocazionale, ma anche ad arricchire quella del Salesiano prete e della comunità. Quando mancassero o si indebolissero i doni propri all'una o all'altra, il Salesiano prete o il Salesiano laico ne verrebbero personalmente a soffrire, quasi non fossero abbastanza se stessi. E ne soffrirebbe la stessa comunità che di queste forme è la comunione operante. Non si può essere Salesiani preti o Salesiani laici isolandosi. Ciascuna forma vocazionale è concreta e completa in se stessa, ma fa parte della sua concretezza e completezza anche l'essere in relazione con l'altra.

Questa è la nostra caratteristica carismatica.[7] [pag. 164] È una prima ragione, questa, per formarsi. È una ragione interna, per così dire, al nostro carisma. Ma ve ne sono anche altre. Le potremmo chiamare «ragioni d'ambiente».

Il pluralismo culturale, i ritmi sempre più accelerati e le trasformazioni rapide del mondo spingono tutti a un riadattamento continuo. La nostra poi è una forma di vita che accentua la ricerca di una tipica carità pastorale. Essa tiene conto delle novità emergenti nel mondo giovanile e nella coscienza della Chiesa.[8] Come educatori, infatti, siamo rivolti verso quella parte di umanità, i giovani, così nuova e sensibile ai mutamenti che non possiamo dedicarci al loro servizio senza produrre uno sforzo permanente di formazione aggiornata e creativa.

Si ricordi, a questo proposito, l'art. 19 delle Costituzioni che si intitola: «Creatività e flessibilità». È un tratto del nostro spirito.

 


4.1 I CONTENUTI GLOBALI DEL PROCESSO FORMATIVO

 

Sulla scorta di quanto il Rettor Maggiore ha scritto nella sua lettera: «La componente laicale della comunità salesiana», dell'ottobre-dicembre dell’80, vorremmo accennare al quadro globale entro cui si muovono queste «Linee per la Formazione» del Salesiano coadiutore.


 

4.1.1 I contenuti specifici

Il Rettor Maggiore, appunto, si faceva eco di una preoccupazione del CG21, quella di una certa «assenza di contenuti specifici per la formazione del Salesiano coadiutore»[9] e ne segnalava alcuni «da tener presenti in tutte le fasi, integrandoli costantemente nella doppia istanza di «studio-riflessione» e di «pratica-esperienza».

Essi sono:

— una formazione religioso-salesiana che aiuti il Confratello coadiutore [pag. 165] a comprendere l'originalità propria della nostra Società;

— un'adeguata preparazione pedagogica, umanistica e salesiana;

— una sufficiente competenza apostolica con approfondimenti teologici e catechistici;

—  una preparazione tecnico-professionale, secondo le capacità e le possibilità dei singoli in ordine al carattere educativo-pastorale della nostra vocazione;

— un'educazione socio-politica che prepari a una specifica azione educativa, specialmente in ordine al «mondo del lavoro».[10]

Certo, in tutto questo, concludeva, bisognerà essere attenti alla varietà caratteristica che la dimensione laicale presenta e alle possibilità concrete dei singoli.[11]

Alcune di queste indicazioni richiamano valori umani e di grazia; altre atteggiamenti secondo cui tendere all'azione, altre ancora sono competenze da acquisire.

Bisogna dunque entrare in un processo formativo che aiuti a identificare i valori della consacrazione apostolica laicale, per altro già in gran parte indicati nelle pagine che precedono; un processo formativo che aiuti a farli propri, a farli diventare cioè i motivi primari di quel che si pensa, si vuole, si opera, i motivi primari degli atteggiamenti e dei comportamenti, con mezzi e metodi adatti.

Il discorso sarà globale («è da tener presente in tutte le fasi», scriveva il Rettor Maggiore),[12] anche se per alcune di esse, per il postnoviziato e il postirocinio, si farà più particolare e diretto per la complessità e l'importanza che queste fasi rivestono.

 


4.1.2 L'ordinamento dei contenuti

 

Tratteremo dunque:

- dei valori e degli atteggiamenti propri della consacrazione apostolica del Salesiano coadiutore. Dopo averli identificati globalmente (nella «speciale Alleanza che il Signore ha sancito con noi»,[13] la missione, la comunità fraterna, uno stile di vita evangelica vissuta [pag. 166] con radicalità), ne porremo in evidenza alcuni più decisivi per la sua formazione;

- della dimensione costitutiva e della sensibilità caratteristica con cui il Salesiano coadiutore li vive: la «sua» laicità;

- della sua umanità, su cui i valori e gli atteggiamenti della consacrazione apostolica s'innestano come un dono e da cui si esprimono nella testimonianza, nell'annuncio e nella carità pastorale;

- del metodo per farli propri. Nessun valore vocazionale vale «per sé», se non lo si è fatto entrare nella propria vita e non diventa la motivazione primaria delle sue scelte;

- della sua formazione intellettuale e dei curricoli di studio, relativi soprattutto al postnoviziato e al postirocinio.

 


4.1.3 Un processo unitario e complesso

 

Come si può ben capire, il processo è unitario: «tutta la formazione tende allo sviluppo dell'identità vocazionale» e trova in essa «le radici della sua unità».[14] Nasce quindi la necessità di avere dell'identità salesiana l'idea più certa e vera possibile.[15]

È anche un processo complesso. Ha, infatti un'unica finalità, ma vissuta in forme vocazionali specifiche e complementari. Educatori-evangelizzatori dei giovani si diventa nella forma laicale o presbiterale. È una comune vocazione, egualmente salesiana, ma distinta e complementare nei servizi e nei ministeri.[16]

Per questo, l'uno e l'altro, il Salesiano prete e il Salesiano coadiutore, ricevono un'eguale prima formazione con un «curricolo di livello paritario, con le stesse fasi e con obiettivi e contenuti simili. Le distinzioni sono determinate dalla vocazione specifica di ognuno, dalle doti o attitudini personale e dai compiti del nostro apostolato».[17] [pag. 167]

È complesso, questo processo formativo, anche perché intende sviluppare nella persona la totalità delle dimensioni che compongo­no la sua vocazione, armonizzandole in unità vitale, con equilibrio e senza frammentazione.[18] Intende anche garantirne l'assimilazione, una volta rimossi i possibili impedimenti e adottati mezzi e metodi adatti. È un punto d'interesse e d'impegno decisivo se ci si muove in vista di una «formazione rinnovata».

 


4.2 IDENTIFICARE I VALORI

 

L'art. 3 delle Costituzioni costituisce un buon quadro di riferimento. I valori vi sono collocati con chiarezza, secondo un certo ordine, distinti fra loro eppure inseparabili e dunque influenti gli uni sugli altri e insostituibili: «La nostra vita di discepoli del Signore, dice l'articolo, è una grazia del Padre che ci consacra col dono del suo Spirito e ci invia ad essere apostoli. Con la professione religiosa offriamo a Dio noi stessi per camminare al seguito di Cristo e lavorare con Lui alla costruzione del Regno. La missione apostolica, la comunità fraterna e la pratica dei consigli evangelici sono gli elementi inseparabili della nostra consacrazione, vissuti in un unico movimento di carità verso Dio e verso i fratelli. La missione dà a tutta la nostra esistenza il suo tono concreto, specifica il compito che abbiamo nella Chiesa e determina il posto che occupiamo tra le famiglie religiose».

 


4.2.1 In «una speciale Alleanza»

 

In «una speciale Alleanza», la missione apostolica, la comunità fraterna, uno stile di vita vissuta con radicalità evangelica sono i valori propri della consacrazione del Salesiano.

Sono quei valori che lo fanno autentico e lo motivano nel suo essere e nel suo fare quando li vive «in un unico movimento di carità verso Dio e verso i fratelli». [pag. 168]

Non è inutile ricordarli. Non si devono dare per scontati perché, senza, tutto diventa falsato. [19] È quanto Giovanni Paolo II sottolineava parlando alla plenaria della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti secolari: «È necessario... sottolineare come la formazione del religioso deve mirare in modo speciale alla«sapienza del cuore: a quella sapienza, dono dello spirito, che lo rende veramente intimo del Signore e profondo conoscitore della sua volontà. Questa sapienza contribuisce molto più alla salvezza del mondo che non il moltiplicarsi di attività esteriori non animate da tale spirito soprannaturale».[20]

La grazia che fu data a Don Bosco ed è partecipata ai suoi figli è interna a un mistero di Alleanza. È infatti, fondamentalmente, una particolare esperienza teologale. La sequela di Cristo in vista della edificazione del Regno di Dio nei giovani e in se stessi,[21] l'unione col Padre che ci consacra ed invia,[22]l'attenzione e la docilità allo Spirito, fonte di santificazione e rinnovamento sono le presenze che la compongono.[23]

Perché il mistero resti vivo e muova con la sua forza ogni attività, vanno coltivati gli atteggiamenti che gli corrispondono.[24] Essi sono: la centralità e l'assoluto di Cristo Signore che comunica nel Padre e nello Spirito la sua forza e il suo amore; il dono della paternità di Dio che ravviva continuamente la dimensione divina delle nostre attività; il sentimento della propria filiale appartenenza, che si manifesta partecipando, come Salesiano laico,[25] nella Chiesa, alla Sua carità paterna e trova in essa «l'origine ultima e la fonte che alimenta perennemente la missione;[26] la presenza infine dello Spirito Santo, di cui si è pronti ad accogliere l'iniziativa e l'azione per crescere nell'amore di Dio e dei giovani.[27] [pag. 169]

Non si pensi che tutto sia già fatto quando i valori si conoscono, si apprezzano e si coltivano col desiderio o quando ci si entusiasma per essi. Son tutte cose buone, ma da sole non bastano. Dopo aver conosciuto che cosa vuol dire essere salesiani (valori e atteggiamenti), bisogna poi diventarlo «vivendo e lavorando per la missione comune», a certe condizioni.[28] Bisogna cioè camminare («processo») per formarsi, utilizzando quei mezzi e metodi che le scienze dell'educazione e la nostra tradizione ritengono più congeniali al nostro spirito ed efficaci allo scopo.

Neppure si pensi ad un genericismo astratto, quasi che i valori esistano come a sé stanti. Sono vissuti in forme vocazionali distinte. Il Salesiano prete li vive come prete, il Salesiano laico li vive come religioso laico, componenti a loro volta di una comunità anch'essa con caratteristiche così originali che, per essere salesiana, ne richiede la presenza.

E sono vissuti in un contesto storico preciso. Questa «speciale Alleanza», sigillata dalla Professione perpetua, viene fatta nel tempo. Ha una data. Si colloca cioè in un contesto storico che continuamente provoca e sensibilizza l'esperienza dell'uomo in continua ricerca dell'interpretazione di se stesso. Evangelizzarsi ed evangelizzare vuol dire tradurre in proposta culturale credibile, perché la si vive, l'interpretazione che dell'esistenza umana dà il Signore.

Occorre ripensare la cultura alla luce della rivelazione e la rivelazione alla luce della promozione umana.

L'uomo moderno, i giovani, oggi, sono più realistici e pragmatici. Quanti vanno verso di loro per offrire una proposta di salvezza non possono ignorare gli aspetti concreti della loro vita, le loro sensibilità, le situazioni di fatto, i rapporti che vivono col mondo economico, [pag. 170] sociale e politico. Devono cercare la risposta che il messag­gio cristiano può offrire a queste sollecitazioni. Esse sono personali, ma anche e sempre più sociali, pubbliche e interpersonali, sempre più pratiche e concrete. Così le realtà terrestri, il lavoro, la pace, lo sviluppo, la politica, il gioco, la cultura sono stati oggetto, più o meno fortunato, della riflessione teologica e della teologia della vita religiosa. Queste riflessioni hanno via via spostato l'interesse da queste realtà oggettive, in sé considerate, all'uomo e alla sua promozione.

In questo si sono lasciate muovere dal modo nuovo di concepire il rapporto uomo-mondo, presente nella premessa che introduce la Gaudium et Spes. Là il mondo e le realtà terrene non stanno più di fronte all'uomo per reclamare un loro senso. Sono considerate piuttosto in funzione dell'uomo, come mezzi per il suo sviluppo. Lo sguardo si volge all'uomo, al suo potere di fare e, in connessione con questo, alla sua importanza sociale. Alcuni problemi, infatti, quelli dello sviluppo, per esempio, sono affrontati nella prospettiva ampia della società e delle grandi masse e si trasformano, sotto questo aspetto, da problemi di etica individuale in problemi di etica sociale.

Chi ha per vocazione il dono della predilezione per i giovani dovrà vivere un'esperienza concreta di fede e di umanità che testimoni e annunci l'assoluto di un Dio che salva in questo contesto, valorizzando gli elementi tipici di una vocazione religiosa che, perché laicale, lo pone in contatto più facile di comprensione, sintonia personale e possibilità operative.

 


4.2.2 La missione apostolica

 

Questa Alleanza, come sorgente che non si spegne, fa nascere da sé, con ricchezza di grazia attuale e di adattabilità, la missione.

La dedizione ai giovani, specialmente i più poveri, è stato per Don Bosco l'itinerario dove si è fatta reale la sua consacrazione: consacrato da Dio «per» i giovani, offerto a Dio «nei» giovani. Era completamente dedicato a loro, completamente riservato per loro e, nello stesso tempo, realizzato in loro. Amare i giovani non significava per lui soltanto suscitarne l'affetto, ma anche sentirne l'attrattiva, [pag. 171] esserne soggiogati, avvertirne il ruolo insostituibile nella propria vita.[29]Nell'unità della carità pastorale, frutto per eccellenza della formazione religiosa e umana, trovano senso e unità i due poli che movimentano la vita del salesiano: Dio e i giovani. Egli avverte in sé il bisogno di un’intensa presenza a Colui che lo invia e, insieme, a coloro a cui è mandato.[30] Rendere concrete queste aspirazioni nel «dove» e nel «come» viene compiuta la missione, vuol dire anche trovare spazio e significato all'originalità della vocazione del Salesiano coadiutore.


A. I valori e gli atteggiamenti del «senso pastorale»

 

Il desiderio di un’intensa presenza a Colui che lo manda solleciterà il Salesiano coadiutore a condividere l'ansia di Gesù per l'avvento del Regno;[31] a percepire nella storia il disegno di Dio che opera per la salvezza e il mistero di iniquità che gli si oppone. A questo fine si educherà a un forte senso di Chiesa, perché «evangelizzare non è mai per nessuno un atto individuale e isolato, ma un atto profondamente ecclesiale... e nessun evangelizzatore è padrone assoluto della sua azione evangelizzatrice».[32] Saprà crescere nella spiritualità eucaristica e mariana che lo fanno cooperatore di Dio: «Delle cose divine, la più divina, diceva Don Bosco, è cooperare con Dio alla salvezza delle anime».[33] Nello spirito di preghiera scoprirà e apprezzerà le leggi che si dicono «apostoliche»[34] e che peraltro esigono anche il fervore delle nostre capacità e competenza. Nutrirà fi­nalmente la propria vita di fiducia, di intraprendenza e di gioia, anche nelle fatiche.[35]

Il desiderio di un 'intensa presenza ai giovani a cui è mandato impegna il suo «senso del concreto» a promuovere nella comunità e in sé alcune sensibilità sulla misura delle loro esigenze. [pag. 172]

Quali?

- il senso dell'uomo come libertà, per esempio, che progetta la propria vita e utilizza il mondo come materiale messo in movimento dalla sua creatività;

- il senso morale che percepisce la storia come compito e responsabilità;

- il senso della partecipazione che fa prendere coscienza, oggi, della cultura umana come «cultura socializzata» dove gli sforzi per la costruzione e la difesa della città terrestre o sono comunitari o non sono efficaci;

- il senso della prospettiva che intende la storia come liberazione progressiva e integrale, dove salvezza e processo storico sono di­mensioni della medesima «libertà».

La comunità apparirà allora come una fraternità che scende dal cielo, ma che muove anche dalla terra, visto che il Figlio di Dio per salvarci «spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e diventando simile agli uomini»; una comunità fatta di persone che sono segno di altre Persone, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo. Persone che si vedono e si capiscono come segno e questo vogliono: di­ventare una proposta e una risposta per chi vive.

 


B. Capacità per l'azione

 

Il «senso del concreto» e il desiderio di offrire la salvezza o di promuoverla dove essa è già presente in germe porta il Salesiano coadiutore ad attrezzarsi «concretamente»: ad essere capace cioè di analisi e di valutazioni critiche di una determinata situazione pastorale; a saper definire in modo realistico e creativo una strategia d'intervento con obiettivi, tempi, operatori e ruoli ben precisati; a utilizzare i mezzi della comunicazione sociale; a farsi sensibile ai problemi del «mondo del lavoro» inteso come processo produttivo, non necessariamente industriale, che segna di sé la vita di tanti giovani bisognosi.

E ad evitare un rischio! Le specializzazioni sono insostituibili nei loro servizi. Non si può evangelizzare soltanto con la «buona volontà». Ma le loro esplorazioni, cariche di attrattiva, devono semmai condurre, non distrarre dall'attenzione allo Spirito. Se le ispirazioni dello Spirito non si armonizzassero con l'organizzazione del [p. 173] nostro fare, si dirotterebbe dalla prospettiva della santità, si perderebbe «la sapienza del cuore», si provocherebbero scollamenti nell'unità visibile della missione e si darebbero motivi seri per le crisi più varie.

 


C. Funzioni, ministeri e campi di azione

 

La forma vocazionale laicale e la sua specificità si realizzano nei vari campi di azione e nei ruoli che il Salesiano coadiutore ricopre e per i quali si prepara. In oltre cento anni di storia, i Salesiani coadiutori hanno disimpegnato una vastissima gamma di attività che si possono distribuire, in linea di massima, su tre categorie:

le funzioni educative, sociali, formative e pastorali: responsabilità direzionali in vari settori; attività scolastiche e culturali, soprattutto in scuole tecniche e professionali; attività evangelizzatrici nelle missioni; animazione di associazioni e circoli apostolici, di gruppi sportivi, musicali e drammatici; animazione del tempo libero; produzione e uso dei vari strumenti della comunicazione sociale; avviamento al mondo del lavoro, formazione sociale;

- le attività cosiddette terziarie: economi, contabili, commissionieri, segretari, rappresentanti di settori, infermieri, sacristi, organizzatori del personale di servizio;

- i servizi domestici: collaboratori in casa, disposti ad occuparsi di qualunque lavoro in cui si sentano anche solo un po’ competenti; incaricati dell'ordine e della pulizia, addetti ai lavori di campagna, cuochi, panettieri, elettricisti, incaricati della portineria o anche preziosi «factotum».

Si tratta di attività e servizi che richiedono attitudini diverse e preparazioni distinte.[36] Esse, giova ripeterlo, non vanno ridotte unicamente a mestieri o professioni. Occorre che siano considerate e vissute come apostoliche: hanno infatti un senso educativo pastorale all'interno della comunità apostolica, costituiscono una vera testimonianza comunitaria, sono profondamente collegate fra loro e tutte insieme finalizzate all'attuazione dei beni del Regno di Dio.[37][pag. 174]

Nell'esortazione apostolica dedicata all'evangelizzazione, Paolo VI valutò positivamente il fatto che, in numerose chiese, gruppi di religiosi e di laici si dimostrassero aperti ai ministeri non ordinati, assicurando così speciali servizi capaci di ringiovanirne e rafforzarne il dinamismo evangelizzatore.

Segnalò, a mó di esempio, i ministeri di catechisti, di animatori della preghiera e del canto, di servitori della Parola di Dio o di assistenti ai fratelli più bisognosi, di capi di piccole comunità, di responsabili dei movimenti apostolici.[38]

Riconobbe poi che i laici possono anche sentirsi chiamati a «collaborare con i loro pastori nel servizio della comunità ecclesiale, per la crescita e la vitalità della medesima, esercitando ministeri diversissimi, secondo la grazia e i carismi che il Signore vorrà loro dispensare».[39]

La storia della nostra Congregazione ha conosciuto, di fatto, non pochi Salesiani coadiutori che hanno esercitato l'urta o l'altra funzione, annoverata oggi tra i ministeri non ordinati. Nel periodo del postconcilio alcuni hanno esercitato i ministeri di accolito, di lettore, di distributore straordinario dell'Eucarestia, oggi definitivamente riconosciuti dal nuovo Codice dalla recente Esortazione apostolica «Cristifidelis laici», come accessibili ai fedeli laici.[40]

Il CG21 ha accolto l'invito di Paolo VI e si è ripromesso che «anche i Salesiani coadiutori, convenientemente preparati, abbiano la possibilità di esercitare come religiosi i ministeri non ordinati a servizio dell'azione evangelizzatrice della comunità salesiana».[41] Non sembri, questo fatto, una rinnovata forma di «clericalizzazione». Si tratta piuttosto di una legittima riappropriazione di ministeri non ordinati che, nella storia della Chiesa, sopra tutto nel primo millennio, vennero generalmente esercitati dai fedeli laici. È inteso che chi accede a questi ministeri dovrà assicurarsi delle proprie opportune attitudini, e dell'aiuto di formatori competenti: possono offrirgli per il discernimento e una conveniente formazione teorico-pratica durante un tempo sufficiente.[42] [pag. 175]

L'elenco delle molteplici tradizionali funzioni del Salesiano coadiutore e quello dei ministeri non ordinati è un elenco indicativo; è quindi aperto e integrabile con altre funzioni e ministeri. La necessità di rispondere con una nuova evangelizzazione e con inventiva pedagogica alle domande e alle urgenze delle culture emergenti può suggerire funzioni e ministeri nuovi o rinnovati.

Secondo il pensiero di Don Bosco, riespresso dal CG21, «il Salesiano coadiutore può partecipare a tutti i compiti educativi e pastorali salesiani non legati al servizio specificatamente sacerdotale».[43]

Il testo delle Costituzioni riprende il concetto: egli opera «in tutti i campi educativi e pastorali» con compiti di ordine culturale, professionale, sociale ed economico, come pure di ordine catechistico, liturgico e missionario, dove porta «il valore proprio della sua laicità, che lo rende in modo specifico testimone del Regno di Dio nel mondo, vicino ai giovani e alle realtà del lavoro».[44]

 


D. Educatore alla fede nel «mondo del lavoro»

 

Il «mondo del lavoro», inteso come processo produttivo non necessariamente industriale, è uno dei campi preferenziali offerti alla responsabilità e competenza del Salesiano coadiutore, per tradizione e per l'urgenza dei tempi che corrono.

Dalle caratteristiche che la proposta educativa presenta egli può dedurre i contenuti e gli atteggiamenti che, come educatore, è chiamato a far propriper essere all'altezza del suo compito.

La proposta educativa infatti deve nascere da un progetto-uomo che integra tutti gli aspetti dell'esperienza umana, individuale e collettiva e si confronta con altri progetti, riferendosi continuamente ai valori dell'esperienza cristiana.

Non basta. A contatto con le condizioni degli ambienti di lavoro e dei giovani, che si preparano ad esservi impiegati e protagonisti, questa proposta dev'essere in grado di tradursi in una cultura, nella «cultura del lavoro». Essa deve diventare, per suo mezzo, una proposta educativa della cultura del lavoro.[pag. 176]

Domandarsi quali siano i contenuti e le istanze, negative e positive, di questa «cultura del lavoro» è quindi importante. Ci sembra di poterle indicare, al negativo, nell'assenza o nel decadimento di un'etica del lavoro degna dell'uomo; nella fuga dal lavoro come effetto di una concezione consumistica della vita; nella proiezione sul lavoro di atteggiamenti fortemente egoistici che producono, in maggiore o minor misura, il rivendicazionismo, l'assenteismo, il disinteresse.

Sul versante positivo notiamo invece: il ricupero della dignità umana del lavoro; il bisogno di partecipazione e di controllo; lo sforzo di ricomporre in modo significativo i processi produttivi; la domanda di formazione.

Questi contenuti vanno promossi con un'accorta metodologia. Don Bosco e la nostra tradizione suppongono sempre che si sia consapevoli dei bisogni reali di chi lavora e che si intervenga con un'azione ugualmente attenta al momento educativo e a quello dell'evangelizzazione. Per cui dovranno armonicamente combinarsi i due aspetti: quello dell'ascolto della domanda formativa che emerge dalla condizione giovanile e dalle classi popolari; e quello della soluzione complessiva dei loro problemi: offerta del pane e della Parola, del lavoro e della cultura, della garanzia dei diritti e delle motivazioni al dovere.

Così si precisano anche la finalità, lo stile e gli obiettivi della proposta.

Si tratterà di promuovere al medesimo tempo tutto l'uomo lavoratore e tutto il cristiano, riconsegnando il lavoro alla sfera dell'etica:[45] è il fine.

Si applicherà il criterio preventivo, anticipando tempi e ritmi di crescita contro i rischi di chi si espone, indifeso, alla logica e al clima ambivalente dei rapporti di produzione. Si utilizzerà inoltre un ambiente educativo in cui abbondano gli stimoli (spirito di famiglia, allegria, ottimismo, creatività e spontaneità, naturalezza dell'impegno e del sacrificio) per interiorizzare con serenità la severa etica del lavoro: è lo stile educativo.

Si darà il primato alla persona del giovane, futuro lavoratore, [pag. 177] rispetto alle preoccupazioni efficientiste della produzione; si convincerà il giovane, attraverso proposte positive, a non ridurre la formazione professionale all'indottrinamento o a un pericoloso pragmatismo, ma a muoversi piuttosto verso l'impegno di leader, capace di intendere e di scegliere la propria dedizione ai problemi del lavoro come vocazione e servizio. Sono gli obiettivi.

L'impegno di formazione professionale diventa allora un luogo di educazione alla fede, l'esperienza cioè in cui essa si esprime e si verifica. I Salesiani coadiutori, impegnati in «questo mondo», diventano «gli uomini del lavoro» delle comunità ecclesiali e anche della nostra Famiglia (animatori dei Cooperatori ed Exallievi lavoratori):[46] un carisma che la tradizione salesiana e Don Bosco oggi non vogliono perdere.[47]

Le diverse forme di presenza del Salesiano coadiutore, per essere significative della sua identità laicale e contribuire efficacemente alla realizzazione personale di questa proposta, devono rispettare alcune condizioni che il CG21 descrive in questi termini: egli

- «non dimentichi mai che è sempre e dovunque un educatore sa­lesiano, il cui obiettivo deve essere quello di portare i diversi ele­menti di questa realtà sociale al servizio dei valori individuali e collettivi della persona per aprirla, così promossa, a trovare nella fede la sua piena e totale realizzazione»;

- sia fedele al suo essere «religioso salesiano laico».

E cioè:

- «sappia cogliere il bene presente nel mondo del lavoro(un pro­getto di società e di uomo personalistico, comunitario e solidale), ma contemporaneamente segnali i mali che lo minacciano (visio­ne materialistica della vita, chiusura alle realtà spirituali, indivi­dualismo, invidia, sentimenti di ostilità, tentazioni della violen­za)». Il criterio dell'incarnazione lo muoverà ad essere attento a tutto ciò che vi è di positivo, resistente a ciò che vi è di negativo, critico verso ciò che si può purificare o riorientare, annunciando il cristianesimo come novità assoluta che porta ogni cultura e ogni persona alla salvezza; [pag. 178]

- difenda e promuova questi valori come religioso, tutto orientato a Cristo, fondamento e vertice degli stessi valori umani; potrà (così) più facilmente individuare i pericoli che li minacciano e aiutare gli altri a superarli;

- testimoni, mediante il disinteresse e l'amore con cui si dona incessantemente, una solidarietà profonda e universale che dovrebbe mettere in crisi ogni forma di egoismo, di sfruttamento e di esclusiva ricerca del proprio interesse;

- riveli il regno di Dio già presente nel mondo e nella storia e proprio in questo modo specifico annunci profeticamente il Regno futuro.[48]

 


4.2.3 La comunione nella comunità

 

La «speciale Alleanza che il Signore ha sancito con noi»,[49] non è solo missione, ma come sorgente che non si spegne, fa nascere da sé, con ricchezza di grazia attuale, la comunione nella comunità, uno stile di vita vissuta con radicalità evangelica, la preghiera.

Don Bosco, un santo così attivo, sottolinea il carattere realizzatore del comandamento della carità. La carità costruisce l'unità e la comunione ai livelli profondi nella comunità.[50] Vi è in essa una particolare densità teologale che presenta aspetti anche operativi, ma che infine sulla dimensione organizzativa del «fare», privilegia un'organizzazione in vista dell'«essere» e del «vivere» insieme.

Don Bosco chiamava la Congregazione «Società di San Francesco di Sales» mettendo in evidenza la duplice intensità del nostro essere comunione: quella di «chiesa» e quella di «realtà umana», compaginata da fraternità vissuta e da ideali condivisi. Un «vivere insieme autentico» per un «annuncio autentico».[51] [pag. 179]

 


4.2.4 Uno stile di vita vissuto con radicalità evangelica

 

«Con la professione religiosa intendiamo vivere la grazia battesimale con maggior pienezza e radicalità».[52]

I consigli evangelici, vissuti nello spirito delle beatitudini, diventano il segno di un'esistenza orientata alla speranza: «L'offerta della propria libertà nell'obbedienza, lo spirito di povertà evangelica e l'amore fatto dono nella castità fanno del Salesiano un segno della forza della risurrezione. I consigli evangelici, configurando il suo cuore tutto per il Regno, lo aiutano a discernere e ad accogliere l'azione di Dio nella storia; e nella semplicità e laboriosità della vita quotidiana, lo trasformano in un educatore che annuncia ai giovani cieli nuovi e terra nuova, stimolando in essi gli impegni e la gioia della speranza».[53]

Poiché oggi la vera questione non è di sapere, come si potrebbe credere, se il radicalismo evangelico è veramente possibile a viversi da uomini come siamo noi in un mondo com'è il nostro; ma, piuttosto, se un tale progetto non è malgrado e a causa di una rottura apparente con la situazione ordinaria degli uomini, dei giovani specialmente, la condizione stessa che salva questo mondo.[54]

Essere obbedienti, nella fede, attraverso il Superiore, al progetto di Dio, come creature libere che invocano e cercano la sua volontà, alzando gli occhi verso l'alto, ma abbassandoli anche verso i giovani che invocano la salvezza, colloca l'obbedienza entro il mistero di Dio e insieme entro il mistero del mondo, dove si fa operante. Essa libera sicuramente dai riflessi di assoluto di cui si veste illusoriamente «l'idolo del potere»[55] e ne comunica la forza ai giovani perché anch'essi realizzino questa libertà.

Essere evangelicamente poveri non è più soltanto una virtù personale. È anche la contestazione di un mondo che organizza se stesso secondo l'ideale della produzione e del consumo e che, a questo scopo, crea e diffonde continuamente il dominio dell'uomo sull'uomo e delle cose su tutti gli uomini, dominatori e dominati. Ed è [pag. 180] virtù evangelica perché, al di là del breve respiro delle nostre tecniche, vuol dimostrare che, seguendo Cristo, è possibile esistere in un modo diverso da quello che il mondo impone, un mondo sgombro da sicurezze troppo mondane, un mondo appunto di povertà.

Essa libera sicuramente i Salesiani e i giovani dai riflessi di assoluto di cui si veste illusoriamente «l'idolo del possesso»,[56] sempre che ci si disponga a educare in se stessi una mentalità e un'anima «evangelicamente povere».

Essere evangelicamente casti batte un certo tipo di fatalismo psichico che irride alla forza della libertà come a un tentativo abortito dentro il mondo dei bisogni insuperabili e nega che si possa crescere e donare attraverso le rotture con «le così dette necessità».

Il Salesiano offre al Signore Gesù e al Padre le sue forze fisiche e affettive come testimonianza di pieno amore di comunione con loro e di disponibilità per il Regno.[57] La consacrazione nella castità apre il cuore alla paternità spirituale,[58] libera e potenzia la capacità di farsi tutto a tutti, favorisce vere amicizie e contribuisce a fare della comunità una vera famiglia.[59] È un amore che non si ferma su sé stesso, ma diventa segno trasparente dell'amore di Dio ai giovani che conoscono di essere amati e, a loro volta, riamano col medesimo amore.[60]

Essere uomini di preghiera! Il CG22, collocando la preghiera a fine dei capitoli IV, V e VI, quasi fosse una loro conclusione, intese «far percepire che la vita consacrata apostolica del Salesiano, con la varietà dei suoi impegni fra i giovani, con la fraternità vissuta nella comunità e con le esigenze di obbedienza, castità e povertà, ha un carattere talmente soprannaturale da essere impossibile e impraticabile senza la grazia dello Spirito che viene continuamente comunicata attraverso la preghiera e i sacramenti.[61]

Il nostro incontro di «Alleanza» si esprime, si celebra e trova la sua forza nel dialogo orante con il Signore. Questo dialogo impegna [p. 181] tutta l'esperienza vocazionale e riceve da essa, per un processo creativo di affinità, il suo stile specifico e i criteri secondo cui creare e scegliere le forme di preghiera più congeniali.

È il dialogo di un apostolo che, quando prega, risponde all'invito del Signore, ravviva la coscienza della sua intima e vitale unione con Lui e della sua missione di salvezza.[62]

Le modalità, laicali le une, presbiterali le altre, con cui i SDB vivono questi valori sono specifiche e complementari. Se ci si fermasse alle sole modalità e si abbandonassero i contenuti comuni, avremmo come una forma vuota, una bellezza senza sostanza; se ci si fermasse ai soli contenuti senza valorizzarne le modalità cadremmo in un genericismo astratto e in una comunità senza originalità.

Li abbiamo però voluti richiamare, pur avendo svolto con più ampiezza, e intenzionalmente, la missione, perché essa stessa li richiama come condizione insostituibile della sua efficacia e perché, impegnandosi nella interiorizzazione degli atteggiamenti corrispondenti e nell'uso dei mezzi,[63] i SDB ad essi configurino la loro vita per l'educazione alla santità che i giovani attendono.

 


4.2.5 La «laicità» del Salesiano coadiutore: un modo di essere e di operare

 

Gli Istituti di vita attiva, di fatto così diversi fra loro, assumono, secondo modalità originali, una vera dimensione secolare e riflettono in essa parte di quel realismo storico che è di tutta la Chiesa nella sua missione di sacramento universale di salvezza. Nella nostra Società sono i Confratelli coadiutori ad assicurare una presenza laicale e a svolgere ruoli che manifestano e traducono in pratica questa dimensione. Essa fa parte della loro forma vocazionale, non è semplicemente un mestiere o un servizio.

La nostra Congregazione «coltiva in sé una spinta profana di [pag. 182] fermento apostolico nella storia, per cui vive religiosamente immersa e interessata alle vicissitudini concrete della società umana».[64] Quello che Giovanni Paolo II, nel discorso citato, giudicava «opportuno» e «necessario in alcune 'situazioni particolarmente gravi'», l'impegno cioè nel vasto campo della solidarietà umana, per noi, se riferito all'educativo e al sociale, è consueto e ordinario.

La stessa spiritualità dell'azione, esplicitamente interessata ai valori temporali, traduce le ricchezze della dimensione contemplativa e dei voti religiosi in energie di educazione. Più particolarmente, la missione giovanile e popolare muove il Salesiano coadiutore ad essere educatore sociale aprendo gli orizzonti della crescita umana all'indispensabile mistero di Cristo.[65]

La dinamica della sua consacrazione si muove in special modo e in forma indissolubilmente unita a determinati problemi di promozione umana. Per questo deve conoscere, stimare e interiorizzare i valori e gli atteggiamenti della laicità consacrata.

Globalmente, come religioso, egli annuncia direttamente i valori definitivi del Regno di Dio, le beatitudini. Rinuncia, per l'esperienza che ne fa e per una loro radicale testimonianza, ad alcuni strumenti e strutture del mondo, al matrimonio per esempio, e ne crea altre che esprimono visibilmente il senso della sua vocazione e sono giustificate per la forza della fede, com'è la comunità fraterna.

Ma approfitta, come Salesiano laico, di tutte le occasioni che una laicità sulla sua misura gli offre[66] per trovare al suo carisma, che ha una sua essenziale proiezione educativa, spazi di secolarità propri, ma i più ampi e comprensivi possibili, perché entro quelli si muovono le possibilità educative in vista dell'evangelizzazione dei giovani.

Più in dettaglio, egli «porta in tutti i campi educativi e pastorali il valore della sua laicità che lo rende in modo specifico testimone del Regno di Dio nel mondo, vicino ai giovani e alle realtà del lavoro».[67]

Questi valori, se assimilati, motiveranno in lui un certo numero di atteggiamenti fondamentali. Alcuni di essi esprimono piuttosto il suo riferimento al mondo, altri la qualità dei suoi rapporti interpersonali.

Eccone alcuni tra i primi.

Coltiva il desiderio e le attitudini per essere una presenza utile nella storia, optando coraggiosamente per l'uomo, per i giovani poveri specialmente e per il loro difficile avvenire. Considera il mondo come spazio della propria vita di fede e della sua carità pastorale. Non accetta un impegno cristiano superficiale e astratto, lontano dalle esigenze della situazione.[68] Si interessa alla realtà oggettiva delle cose, vuole conoscerle anche se complesse, anche se esigono studio, attenta sperimentazione e professionalità. È fermo sui fini, flessibile nella scelta dei mezzi e delle strategie. Coltiva la conoscenza del mondo del lavoro e della sua cultura.

E tra i secondi.

Sviluppa il senso del possibile e del probabile nelle congiunture socio-culturali. Di conseguenza non assume toni dogmatici rispetto a ciò che è discutibile. Rispetta il pluralismo e apre il dialogo con tutti. Cresce nelle iniziative, nella fantasia pedagogica e nella inventiva pastorale. È generoso nella collaborazione ed apprezza l'organizzazione. Finalmente si sente partecipe di un progetto di vita, quello salesiano, capace di educare alla fede nel profano i giovani più bisognosi.[69]

La laicità del Salesiano coadiutore dal voltò ricco di questi lineamenti, lo abbiamo detto, è una laicità complementare. Si traduce in esperienze e attività che integrano quelle del Salesiano prete in vista della vita comune e della comune missione.

Va però notato che «nella comunità salesiana, all'infuori dei ruoli e dei ministeri strettamente laicali o sacerdotali, non ci sono zone o azioni assolutamente proprie dei Salesiani coadiutori e dei Salesiani preti».[70] «Anzi è da desiderare e da promuovere che certi servizi domestici giornalieri e d'impegno passeggero siano sempre [pag. 184] più assunti insieme, in semplicità di collaborazione, da tutti i componenti della comunità».[71]

In tutti questi casi, il contributo specifico dei Confratelli coadiutori ricorda il CG21, «consiste piuttosto nel realizzare i diversi compiti o ruoli del servizio salesiano con stile, spirito e dimensione laicale o sacerdotale».[72]

 


4.2.6 Una crescita costante in «umanità»

 

I valori e le tendenze all'azione propri della nostra consacrazione apostolica sono doni di Dio, ma non vivono nel vuoto: essi si innestano come dinamismi nell'umanità del Salesiano coadiutore e si esprimono attraverso questa stessa umanità nella testimonianza e nell'esercizio della carità pastorale.

La santità della vita consacrata non dipende certo dalle indicazione delle scienze dell'uomo e dell'educazione. È frutto dell'azione gratuita di Dio. Ma le virtù e le attitudini umane, presenti o mancanti, possono disporre a ricevere più o meno favorevolmente l'azione di Dio e, più ancora, ad operare in modo più o meno efficace nell'attività educativa.

Questi motivi, specialmente se riferiti a una vocazione com'è la nostra, educatrice ed evangelizzatrice al medesimo tempo, spiegano l'importanza che leCostituzioni attribuiscono ai valori umani e al loro rapporto con i valori trascendenti: cerchiamo di «crescere nella maturità umana»[73] e, allo stesso tempo, di «conformarci più profondamente a Cristo, di rinnovare la fedeltà a Don Bosco per rispondere alle esigenze sempre nuove della condizione giovanile e popolare».[74]

La buona salute e la resistenza fisica, la maturazione intellettuale e una progressiva capacità di riflessione e di giudizio, l'equilibrio l'adattamento psichico sono fra i valori e gli atteggiamenti più richiesti dal nostro processo formativo.[75] [pag. 185]

Di alcuni, non di tutti, faremo cenno,[76] tenendo conto anche della situazione sociale che, dove più dove meno, mette in attività meccanismi di ritardo del processo evolutivo normale.

 


A. Una buona salute psichica: integrazione

 

Unificare sempre più e meglio la persona attorno al proprio progetto di vita è causa ed effetto di una buona salute psichica. Costruirsi una personalitàchiaramente integrata per vivere in fedeltà e libertà la propria consacrazione apostolica, per poter intervenire efficacemente nel lavoro educativo, per vivere serenamente la vita comunitaria è un'esigenza sentita da Don Bosco stesso che di «uno splendido accordo di natura e di grazia», fuse «in un progetto di vita fortemente unitario»[77] è il modello primo.

Il Salesiano coadiutore deve dunque curare:

- la capacità di conoscere e accettare la realtà, di giudicare oggettivamente persone, cose, situazioni;

- la stabilità interiore nelle convinzioni, non più dipendenti da conformismi, da entusiasmi superficiali o da delusioni;

- un comportamento sociale ben adattato e la capacità di essere se stesso, pur integrandosi nel gruppo a cui appartiene;

- un comportamento emotivo e affettivo che manifesti una certa uguaglianza di carattere, il dominio sulla paura e la malinconia, sull'attrazione e la repulsione istintiva; un comportamento che mortifichi «ogni moto disordinato, la collera specialmente e gli affetti sensibili»,[78] la propensione alla poltroneria e alla golosità»[79];

- una sufficiente capacità di autogoverno, di responsabilità della propria vita, di iniziative e di decisioni ponderate e libere, di coraggio nell’affrontare gli ostacoli e nell’integrare limiti e insuccessi, di perseverare nelle decisioni prese.

La società non aiuta questi comportamenti. Anzi, spesso, crea ostacoli difficili, a prima vista insuperabili. Essi congelano la persona [pag. 186] in uno stato di indefinitezza e di dubbio che non permette ordinariamente di affrontare le proprie responsabilità. Si cercano punti di appoggio e di riferimento, ma sono anch'essi, per la maggior parte, luoghi comuni carichi di superficialità.

Non vi è dubbio che i nostri giovani Salesiani coadiutori per salvare la propria perseveranza e per diventare modelli che aiutano i giovani a liberarsi e a costruirsi devono conseguire una personalità ancor più equilibrata e matura.

 


B. Le virtù sociali

 

Formarsi alla comunicazione e alle virtù sociali è l'altro aspetto di un'umanità che vuol crescere ed essere efficace nel suo servizio. Il Salesiano coadiutore è chiamato ad acquistare una grande capacità di contatto e uno stile di relazioni segnato dalla semplicità, dalla delicatezza, dalla serenità.

Vale per lui ciò che si trova anche in altri contesti: «impari a stimare quelle virtù che sono tenute in gran conto tra gli uomini e rendono accetti.[80] Veda anche di «coltivare a fondo la capacità di venire in contatto con uomini di diversa condizione. Impari soprattutto l'arte di parlare agli altri in modo conveniente, di ascoltare pazientemente e di comunicare con loro, col massimo rispetto di ogni genere di persone, animato da umile amore».[81]

Di fronte a quelle «libere» opinioni che chiamano autenticità e libertà i modi trascurati e talvolta grossolani di comportarsi, il Salesiano coadiutore, specialmente negli ambienti di lavoro, sa «unire la spontaneità alla delicatezza».[82]

La sua comunità, in ogni caso, è il luogo dove egli si forma, più che altrove, allo stile salesiano delle relazioni. Il Salesiano coadiutore sa valutare la qualità delle sue relazioni quotidiane e sa quanto è importante contribuire, a costo di coraggiose rinunce, a formare un clima di vera fraternità dove si armonizzino obbedienza e libertà, si superino simpatie e antipatie, siano riconosciuti e promossi la ricchezza e il valore di ciascuno, resa possibile l'amicizia.[83]

Poiché la società spesso contrasta il raggiungimento di questi obiettivi, accenniamo brevemente alle attività e ai mezzi che la nostra FSDB prevede per migliorare l'unificazione della propria vita e la formazione alle virtù sociali.[84]

 


C. La maturità intellettuale: intelligenza, capacità di riflessione e di giudizio

 

Il CGS si augurava per la Congregazione «un nuovo tipo di uomo, capace di superare l'ansia provocata dai cambiamenti e di continuare a cercare senza adagiarsi in soluzioni fatte; disposto ad imparare e ad affrontare il nuovo, a dialogare senza chiudersi, ad accettare l'interdipendenza e ad esercitare la solidarietà; capace di distinguere il permanente dal mutevole, senza estremismi».[85] È il tipo d'uomo aiutato a questi atteggiamenti anche della maturazione della suaintelligenza, e dalla riflessione e dal giudizio, due doti importanti più che non sia un puro possesso di nozioni.

L'intelligenza va coltivata proporzionando il «come» studiare e il «che cosa» studiare alle propensioni personali, alle capacità possedute, alla forma vocazionale scelta, al tipo d'impegno che si vive nella missione, ai bisogni della comunità ispettoriale.

L’intenzionalità vocazionale, chiarita e approfondita attraverso lo studio delle discipline salesiane, motiverà gli studi che si fanno e gli atteggiamenti che si suggeriscono. La vocazione con le sue esigenze indirizza le scelte, motiva le persone e la loro fatica, unifica la molteplicità degli studi e dona sapienza alla riflessione e al giudizio.

Dell'argomento vedremo meglio quando, tra poco, tratteremo della formazione intellettuale nel postnoviziato e nel postirocinio, le due fasi in un certo senso più nuove per la formazione iniziale del Salesiano coadiutore. [pag. 188]

 


4.3 UN METODO: MOTIVARE GLI ATTEGGIAMENTI E FARNE ESPERIENZA

 

Fin qui, via via che scorrevano davanti agli occhi i doni di grazia e di natura della consacrazione apostolica del Salesiano coadiutore e i valori e gli atteggiamenti corrispondenti, si potevano avvertire due impressioni: quella di avvedersi, da una parte, di quanto il processo formativo sia ricco e complesso e, per questo, non facile; e, dall'altra, quella di cercare il «come fare» perché questi stessi valori motivassero gli atteggiamenti e i comportamenti e non rimanessero nella mente aumentando il bagaglio delle nozioni e niente più.

Lo sconforto o il dubbio devono venire tempestivamente superati. Possedendo una visione globale del processo, si dovrà sempre iniziare a lavorare su una dimensione importante della persona, magari attualmente carente. Il rapporto con il resto sarà via via un'esigenza.

 


4.3.1 Un aspetto previo e decisivo: le motivazioni primarie

 

Più importante invece è l'assunto di costruire la capacità di vivere motivati personalmente da questi valori. È l'obiettivo del processo formativo ed è fondamentale perché il Salesiano coadiutore può fare del bene e realizzarsi solo a questa condizione. Non è un obiettivo facile o spontaneo. Non basta conoscerli intellettualmente o accettarli emotivamente questi valori. Essi devono costituire la motivazione primaria di ogni atteggiamento e comportamento. Ma di fatto, spesso, non è così:

- si può essere obbedienti (è un atteggiamento) per rinnovare nella Chiesa, a bene dei giovani, la piena disponibilità di Cristo, apostolo del Padre e servitore del Regno(è il valore che lo motiva), ma si può obbedire anche servilmente per paura delle responsabilità personali o delle conseguenze negative o per gratificare in sé un bisogno di sicurezza che, se diventa il motivo primario della propria obbedienza, la rende «inconsistente»;

- si può essere fedeli e perseveranti per rispondere in modo sempre rinnovato «alla speciale Alleanza che il Signore ha sancito [pag. 189] con noi»,[86] ma anche per paura di affrontare la vita di tutti;

- si può celebrare la liturgia come mistero che ci innesta nella Pasqua di Cristo,[87] ma anche come espediente per gratificare un bisogno di dipendenza dal proprio gruppo di riferimento;

- si può vivere il sacramento della Riconciliazione[88] per passare dall'egoismo all'amore,[89] ma anche come mezzo per tranquillizzarsi e per scaricare i propri sentimenti di colpa;

- si può entrare in una comunità per un'esperienza di reciproca e autentica apertura alle persone e al gruppo[90] oppure per trovare un luogo dove tutto è indifferenziato, accettabile e sicuro;

- si può lavorare per i giovani, sospinti dalla carità e mettendo a frutto le proprie capacità pastorali[91] oppure lo si può fare per sentirsi ammirati e accettati;

- ci si può impegnare a riformare la vita della comunità per amore di Cristo e della Chiesa;[92] ma anche per scaricare in modo socialmente accettabile la propria aggressività o per gratificare i propri bisogni, più o meno consapevoli, di esibizionismo e di dominazione.

La difficoltà a vivere gli atteggiamenti motivati primieramente dai valori è presente un po’ in tutti, anche nelle persone «normali». È dunque importante intendere bene questo «primieramente». Vuol dire che i valori devono essere la motivazione primaria del vivere, del pensare, dell'amare, dell'agire. Lo possono essere «da soli», lo possono essere anche utilizzando l'energia psichica di qualche bisogno che, essendo coerente coi valori vocazionali, ne può aiutare l'esperienza. Ma questa energia e il suo riferimento al bisogno non dovranno mai essere «il primo perché» di quanto si fa.

Man mano che si cresce e si matura, si riduce l'influenza delle motivazioni affettivo-sensibili e progrediscono le motivazioni vocazionali profonde, finché la persona, senza abbandonare la propria [pag. 190] ricchezza affettiva, costruisce la propria vita sulla base costante della «retta intenzione».[93]

Quando invece questo non accade e le motivazioni primarie, per trascuratezza o per ignoranza, nascono dai bisogni e prevalgono sulle motivazioni fondate sui valori, normalmente i bisogni:

- impediscono una sufficiente maturità vocazionale: da una parte i valori, dall'altra i bisogni, più o meno coerenti coi valori vocazionali, senza che si riesca mai a integrarli nell'unità della persona;[94]

- favoriscono un'interpretazione arbitraria dei valori oggettivi tanto da piegarli a giustificare i propri comportamenti;

- contribuiscono alla formazione di attese non realistiche, di un mondo di speranze e di ideali utopici che, si pensa, verranno poi esauditi attraverso i vari ruoli e funzioni che si ricopriranno, con continue gravi disillusioni;

- privano infine della capacità di leggere «i segni dei tempi»: i problemi veri non vengono più visti e ci si rifugia nelle strutture, quasi che bastassero da sole a cambiare l'uomo e a realizzarne i progetti.

Quella delle motivazioni primarie vere e autentiche è una delle condizioni previe decisive per ogni formazione, anche per quella del Salesiano coadiutore. Egli si sentirà realizzato come consacrato se vivrà fedelmente i valori evangelici che motivano primariamente la sua vita; e si sentirà realizzato come uomo se avrà dato una direzione consistente e armonica alle energie dei suoi bisogni in vista dell'educazione e della evangelizzazione dei giovani.

 


4.3.2 «Fare esperienza»

 

Una volta riconosciute e eliminate «le inconsistenze» vocazionali o facendole emergere alla coscienza e liberandosene o, se non è del tutto possibile, accettandosi, ma sempre attenti che esse non [pag. 191] abbiano peso decisivo nella vita e nelle sue scelte, si crea la possibilità di fare esperienza dei valori vocazionali. È un fatto importante perché è nell'esperienza, a certe condizioni,[95] che si interiorizzano questi stessi valori.

Che cos'è «esperienza»?

Esperienza è vivere i valori vocazionali con tutto l'essere, il pensiero, la volontà, il sentimento. È il risultato della costruzione attiva delle condizioni, operata dal soggetto, e del dono che egli riceve, i valori vocazionali. È l'unità vivente, l'incontro delle une e degli altri, «una forza, un'energia, un valore che viene prima dell'interpretazione».[96]

 


A. Un principio metodologico

 

L'esperienza è dunque un fatto di vita, ma è anche il criterio che guida tutto il processo formativo e unifica la molteplicità delle sue componenti. Già le Costituzioni del 1972 parlavano di «esperienza di vita e di lavoro».[97] La FSDB, nella sua prima edizione, precisò ed ampliò: «Questa trasformazione (la formazione del Salesiano) non può avvenire se non attraverso un'esperienza interiore che porti a comprendere e ad assumere vitalmente gli ideali propri della scelta religiosa salesiana».[98] L'art. 97, infine, concludendo e dando autorità a queste indicazioni, dice che formarsi è «fare esperienza dei valori della vocazione salesiana»; e il 98 aggiunge: «vivendo e lavorando per la missione comune».

 


B. La finalità

 

Questa dunque è la via per diventare «educatore pastore dei giovani» o, come si dice altrove, «apostolo dei giovani»[99] nella forma laicale propria del Salesiano coadiutore.[100] [pag. 192]

Apostolo è un testimone della risurrezione di Cristo [101] («segno della forza della risurrezione», dicono le nostre Costituzioni»).[102]

«testimone» è chi vive l'esperienza della presenza e della rivelazione del Signore, è capace di annunziarla narrandola[103] e annuncia ai giovani «cieli nuovi e terra nuova, stimolando in loro gli impegni e la gioia della speranza».[104]

 


C. Alcune condizioni

 

Quelli descritti sono il fine generale e la caratteristica fondamentale del metodo: la nostra vocazione «sollecita a un'azione formativa che favorisce una vera esperienza di vita».[105] Ma a quali condizioni tutto ciò è realizzabile?

Le nostre Costituzioni offrono alcune pratiche indicazioni:

 


a) Nelle «attività»

 

Ci si forma nelle «attività»: «vivendo e lavorando per la missione comune».[106]

Il termine «attività» presenta significati molto vari. Per noi essa è un certo evento, sono fatti o rapporti con fatti e persone che generano un processo attivo, liberano cioè le energie della persona e la stimolano a una risposta. Penso ai rapporti con Dio, con Maria e Don Bosco, a quelli a cui ci conduce il nostro lavoro apostolico (nella Congregazione, nella Chiesa locale, nella comunità, con i confratelli, con i giovani) fino a ciò che accade in un ambiente o, più largamente, in una cultura.

Sono fatti e rapporti che provocano una reazione ed esigono una decisione.

Tutto questo è attività. [pag. 193]

 


b) Attività «motivate» da motivi veri e autentici

 

Non ogni attività è formativa. Lo sono quelle sorrette da motivi veri e autentici.[107]

I motivi «veri» appartengono al patrimonio carismatico salesiano[108] o sono tratti dalla storia perché si è attenti alla presenza dello Spirito:[109] «il Salesiano è chiamato ad avere il senso del concreto ed è attento ai segni dei tempi, convinto che il Signore si manifesta anche attraverso le urgenze del momento e dei luoghi...

La risposta tempestiva a queste necessità lo induce a seguire il movimento della storia e ad assumerlo con la creatività e l'equilibrio del Fondatore, verificando periodicamente la propria azione».[110]

Vi è una percezione funzionale delle cose che considera le cose come cose; ma vi è anche una visione di profondità, una percezione sacramentale che scopre nella storia l'azione di Dio e coglie, per questo, una continua e progressiva espansione del senso della fede entro le maglie del senso della storia.[111]

I motivi veri diventano «autentici» quando la persona se ne appropria e vuole che costituiscano le spinte primarie delle sue scelte, riducendo l'influenza dei bisogni. «Retta intenzione è fare quello che più piace a Dio», direbbe Don Bosco.[112]

 


c) Esperienza, coscienza, comunicazione

 

Ci si forma nella misura in cui si ha coscienza della propria esperienza e la si comunica: «la formazione permanente richiede che ciascun confratello sviluppi la capacità di comunicazione e di dialogo, una mentalità aperta e critica».[113]

Esprimere con parole la propria esperienza è frutto dello sforzo di ripercorrerla con attenzione per simbolizzare ciò che si è vissuto, [pag. 194] renderlo chiaro, percepibile e inserirlo in un quadro coerente di valori. Gli uomini si fanno nel silenzio, ma si fanno anche nella parola. L'esperienza richiede la sua coscienza, ma richiede anche la sua comunicazione. La coscienza rende possibile la comunicazione e la comunicazione intensifica la coscienza. Quando la persona ha una giusta coscienza della propria esperienza e la comunicazione esprime questa coscienza, allora l'autenticità è reale e i valori sono assimilati.

Chi parla prova facilmente la sensazione che quello che comunica e che gli altri ricevono non sia in realtà ciò che veramente vuol dire. Allora è tentato di tacere. Eppure quando una persona non manifesta, a tempo e a luogo, le dimensioni importanti della sua vita, il suo mondo si restringe, si inaridisce la vitalità, si spengono le possibilità di maturazione e il linguaggio diventa impersonale e tecnico, talvolta banale. Quando invece narra ciò che le è accaduto, allora libera per sé e per gli altri una particolare energia formativa. L'annuncio si fa racconto e realizza intorno a sé i segni dell'amore di Dio e della sua salvezza. L'esperienza di vita si fa messaggio. Chi racconta sa di essere competente a narrare perché è già stato salvato dalla storia che narra. Il suo è un segno che evoca, non informa soltanto, e sollecita a una decisione di vita. È come se dal suo racconto si liberasse la forza e la verità che vi sono racchiuse.

Accadeva spesso anche a Don Bosco: «anche in ricreazione, nota il biografo, parlando talora della SS. Eucarestia, il suo volto si accendeva di un santo ardore... e alle sue parole i cuori si sentivano tutti compenetrati della verità della presenza reale di Gesù Cristo».[114]

La difficoltà più comune, a livello formativo, risiede nell'incapacità a trovare parole e gesti che coincidano con l'esperienza che si è fatta e con la coscienza che se ne ha, in modo da poterle comunicare.

La carenza di questa capacità narrativa genera a volte una certa crisi personale e un'insufficienza nell'azione apostolica: «la crisi nei giovani nasce dal fatto che sono loro imposti mondi simbolici [pag. 195] estranei all'esistenza vissuta, così privi di significato da non poter essere utilizzati per narrare la vita».[115]

Bisogna ricordarlo quando si devono educare i giovani lavoratori. Si sa com'è il linguaggio in fabbrica: povero di parole, privo di termini astratti, con significati di immediatezza che rendono difficile il riferimento a valori «lontani». Conta il valore immediato dei fatti di cui si è protagonisti. Ogni pensiero è orientato all'azione fatta o da farsi per un interesse. Il nesso pensiero-azione-interesse non si slega che con una vita, quella dell'educatore, che è solo servizio e gratuità e trova parole e gesti per farsi capire.

Per questi motivi va riconosciuto importante tutto ciò che fa crescere la comunicazione;

- l'abitudine sistematica alla lettura e allo studio delle scienze proprie della missione, la disponibilità alla preghiera e alla meditazione; [116] le ricorrenti riqualificazioni[117]; i tempi di conveniente durata per il rinnovamento della vita religiosa salesiana, pastorale e professionale;[118]

- il «colloquio» frequente con il Superiore, un colloquio fraterno, momento privilegiato dove il Salesiano «fa confidenza della propria vita» per il bene proprio e per il buon andamento della comunità;[119]

- la direzione spirituale, personale e comunitaria, specialmente nelle fasi iniziali della formazione.[120]

 


d) La comunità, luogo dove si fa comunione

 

È un'altra delle condizioni fondamentali. Quando assemblea, revisione di vita, colloquio, direzione spirituale, ciascuno secondo la natura che ad essi conviene o per Costituzioni o per libera scelta, sono incontri in cui si dicono e si accolgono le esperienze, allora si [pag. 196] ha «una famiglia di fratelli attorno al loro padre»[121] e «la vita stessa della comunità è formatrice».[122] La comunità diventa un ambiente che «favorisce la maturazione»,[123] socializza i valori e diffonde modelli e comportamenti.

Essa diventa un ambiente di famiglia dove ciascuno, potendo essere se stesso, accetta volentieri il rischio di aprirsi; un ambiente che ha volontà di ascolto, è ricco di «empatia», tenta cioè di riprodurre in proprio i sentimenti altrui. Diventa un ambiente che permette di comunicare la propria comprensione di ritorno. Quando chi narra riascolta la propria narrazione perché qualcuno, che ha davvero ascoltato, ne accenna in qualche modo, allora egli si sente davvero accolto e compreso. Accetta, a sua volta, sé stesso e gradualmente percepisce una comunione sicura e vitale con quella persona e con tutto ciò che essa rappresenta.[124]

La comunità diventa un ambiente che aiuta il discernimento vocazionale dell'esperienza stessa. L'esperienza narrata dev'essere riconosciuta e verificata nel suo rapporto con l'ideale vocazionale: «la vita nello Spirito Santo e la grazia di Cristo è un dinamismo vitale, sempre orientato da persone contemporanee e qualificate che svolgono una funzione sacramentale di mediazione».[125] La comunità di vita diventa comunità di fede che si confronta, attraverso queste mediazioni, con quella «Alleanza» da cui deriva il senso primo ed ultimo di sé stessa e la verità dell'esperienza vissuta. La comunità di vita favorisce la comunità di fede e la comunità di fede consolida la comunità di vita. Sempre che essa sia una comunità ricca di modelli.

 


e) Una comunità ricca di «modelli»

 

I primi Salesiani trovarono in Don Bosco il loro modello: «anche noi troviamo in lui il nostro modello».[126] Così iniziano il capitolo [pag. 197] sulla Formazione le nostre Costituzioni. E continuano valorizzando questo aspetto: i formatori, nelle comunità formatrici, sono detti «capaci di comunicare vitalmente l'ideale salesiano».[127] «Mediatori dell'azione del Signore», «hanno il possesso sereno della propria identità salesiana e l'entusiasmo profondo per la vocazione di cui vivono i valori in modo da poterli testimoniare e comunicare vitalmente».[128] Ogni Salesiano, infine, con la preghiera e la testimonianza contribuisce a sostenere e a rinnovare la vocazione dei fratelli.[129]

L'ideale vocazionale e la sua esperienza si percepiscono normalmente interagendo con modelli che li incarnano e che, considerati come proposta, rendono più facile la propria originale identificazione.

Ci muovono infatti continuamente dal senso dello «star bene» con loro, alla «sfida» che essi sono per le nostre capacità, all'«accoglienza» libera e originale dei valori che propongono vivendo.[130]

 


4.4 ALCUNE FASI DELLA FORMAZIONE INIZIALE

 

Sono fasi che, sullo sfondo della vocazione del Salesiano coadiutore, tenuta sempre presente nella sua globalità, sottolineano ciascuna un obiettivo proprio e specifico da raggiungere. Accentuano quindi vari aspetti sia dal punto di vista dei contenuti sia dal punto di vista della preparazione intellettuale corrispondente.

Gli interventi sono progressivi e rispettano un doppio criterio: quello di un'uguaglianza di base per Salesiani coadiutori e Salesiani preti e quello della lorospecificità.

 


4.4.1 Il Postnoviziato

 

Si tratta per i Salesiani coadiutori, come per gli altri, di maturare la propria fede mediante una progressiva integrazione fede-vita, [pag. 198] fede-cultura; la vocazione salesiana mediante un'adeguata prepara­zione catechistico-pedagogica; e la propria formazione intellettuale così da sviluppare «una mentalità pedagogica», in continuità con la propria cultura.[131]

Ma si tratta anche dello «specifico» che li riguarda e che trova una particolare attenzione nell'impegno formativo di questa fase.

Si intende infatti:

- assicurare meglio il senso e il valore della loro laicità consacrata;

formare con più cure l'educatore attraverso una conveniente preparazione pedagogica, umanistica e salesiana; e l'educatore alla fede attraverso una iniziazione teologico-catechistica che faccia meglio comprendere la vocazione del Salesiano laico nel suo rapporto con la presenza di Dio nel mondo;

- promuovere gradualmente, fin d'ora, la competenza della loro professionalità e la loro educazione socio-politica così che, valorizzando l'insegnamento sociale della Chiesa, crescano con le carte in regola per diventare educatori-evangelizzatori del «mondo del lavoro».[132]

Accettati questi obiettivi generali, comuni e specifici, e riferendoci più specialmente al loro curricolo di studi, ci domandiamo:

- come accompagnarli nella maturazione progressiva della loro consacrazione apostolica, educandoli anche a una sensibilità socio-politica e preparandoli all'azione educativa nel «mondo del lavoro»?

- come superare il «rischio», più reale per i Salesiani coadiutori, della svalutazione dell'aspetto riflessivo nei confronti di un impegno più immediato nell'azione? Quale equilibrio creare fra attività intellettuale e lavoro manuale?

- quali «criteri» adottare per la scelta delle materie di studio in vista del raggiungimento di questi obiettivi?

- sono preferibili comunità e piani di studio distinti oppure esperienze di vita comune con un piano di studi unitario, pur con le dovute diversità e integrazioni? [pag. 199]


A. Gli obiettivi

 

La FSDB avverte dell'impegno preso con la professione temporanea che deve tradursi nel «vivere autenticamente i valori della vocazione, nell’aderirvi quotidianamente, approfondendone la comprensione e scoprendo la loro unità, organicità ed armonia».[133]

a) Integrazione fede, vita, cultura

In questa prospettiva, oltre a una corrispondente azione che formi ad atteggiamenti motivati, in fatto di studi vanno impiegati, in giusta misura, alcuni contenuti propri delle discipline teologiche.

Esemplificando:

—   Introduzione alla storia della salvezza e al mistero di Cristo;

—   Introduzione all'Antico e al Nuovo Testamento;

—   Questioni di storia della Chiesa;

—   Questioni di teologia sistematica;

—   Questioni di morale;

—   Insegnamento sociale della Chiesa;

—   Agiografia;

—   Teologia della vita religiosa;

—   Liturgia;

—   Catechesi.

b) Maturazione della vocazione salesiana

Accanto alle discipline specificamente salesiane (che in questa fase pongono fortemente in rilievo il Sistema Preventivo e la sua attualizzazione) va evidenziata l'esigenza di comporre in unità fra loro, in prospettiva pedagogica e in vista di un'immediata preparazione al tirocinio:

—   Filosofia dell'educazione;

—   Pedagogia generale;

—   Psicologia dell'età evolutiva;

—   Sociologia della gioventù;

—   Sistema Preventivo;

—   Pastorale giovanile. [pag. 200]

c) Formazione intellettuale più diretta e specifica

Il piano di studio prevede un'attenzione particolare alle discipline filosofiche, umane e linguistiche, in una prospettiva antropologica unitaria. L'intento è di superare qualsiasi frattura fra vita reale e riflessione. Lo studio dev'essere motivato e stimolato dalla vita reale e la pratica illuminata e guidata dalla riflessione.[134]

Ogni svalutazione della riflessione e dello studio nei confronti dell'esperienza e della vita compromette un adeguato riconoscimento dei valori della persona, della dimensione laicale della vita e non favorisce la formazione di una vera «spiritualità del lavoro».

Si propone, per chi ha seguito un regolare curricolo di studi e ha capacità sufficienti, un ordinamento comune degli studi in una struttura comunitaria comune. L'esperienza di vita comune fra candidati al presbiterato e Salesiani coadiutori vede valorizzati due modi di vivere l'unica vocazione salesiana: «è auspicabile», dice la FSDB.[135]

Ma, più spesso, data «la pluriformità di possibilità sotto l'unica denominazione di Salesiano laico»,[136] la preparazione filosofica, pedagogica e catechistica dovrà essere proporzionata alle diverse situazioni.


B. Linee orientative degli studi

 

a) Il sapere va unificato antropologicamente. La prospettiva unificante del mistero di Cristo è assoluta, ma è essenziale, pur entro questo quadro, sottolineare anche la prospettiva unificante dell'uomo, con l'intento di riscoprire e fondare culturalmente il prima e la centralità della persona e lo stesso impegno di maturazione umana. A questo condurrà la proposta di un ordinamento di studi che vincoli le discipline umane e filosofiche con le scienze dell'uo­mo e contribuisca a far maturare un'abilità pedagogica.[137] [pag. 201]

b) Le scienze dell'uomo si ritengono indispensabili per un riferimento immediato e fenomenologico alla realtà.[138]

Una scelta possibile, che tiene conto del ricco elenco indicativo proposto dalla Ratio, potrebbe essere:

—   Pedagogia generale;

—   Psicologia generale e dinamica;

—   Psicologia dell'età evolutiva;

—   Sociologia generale;

—   Sociologia della gioventù;

—   Introduzione all'economia;

—   Elementi di economia ed amministrazione;

—   Storia delle religioni;

—   Introduzione alla comunicazione sociale.

Sociologia e Psicologia servono ad illuminare fasce di età particolarmente interessanti per la nostra missione: la preadolescenza, l'adolescenza e la giovinezza, e muovono ad essere attenti all'esperienza e alle domande che ne nascono.

c) Le discipline filosofiche poi con il loro carattere di «globalità» e di «radicalità» in fatto di valori, indirizzano i Salesiani coadiutori verso l'acquisto di una visione personale del mondo, dell'uomo e di Dio e verso una più certa maturità di giudizio. Quelli che, non avendo basi culturali adeguate, trovano difficoltà a seguire integralmente i corsi, ne possono frequentare alcuni pochi fondamentali, come:

—   Introduzione alla filosofia;

—   Filosofia dell'uomo;

—   Filosofia sociale e politica;

—   Filosofia dell'educazione;

—   Seminario sull'ateismo;

—   Metodologia del lavoro scientifico.

d) «La sintonia con la congiuntura storica» è un'esigenza che accompagna l'uomo nella sua vita intera e dunque anche nello svolgersi della sua formazione intellettuale.[139] [pag. 202]

Risponde a questa necessità l'educazione socio-politica del Salesiano coadiutore. L'insegnamento sociale della Chiesa sarà utilizzato ampiamente e profondamente in vista, specialmente, di un servizio educativo nel «mondo del lavoro».[140]

Si sarà attenti anche ad ottenere un saggio equilibrio tra lavoro manuale e attività intellettuale. La presenza e il significato del lavoro manuale vanno rimeditati in vista di una sua comprensione armonica con l'attività intellettuale nello sviluppo e nell'esito della personalità.

L'insistenza sul lavoro manuale in relazione alla professionalità e all'attività intellettuale trova una sua giustificazione anche nell'esigenza di non appesantire la fatica dello studio a quei Salesiani coadiutori che, non avendo fatto un curricolo di studi secondari completo, si trovano sprovvisti di titolo o non hanno una specifica qualifica professionale.

In conclusione, l'ordinamento degli studi nel Postnoviziato ritiene «essenziale, originale e prioritario» il nucleo delle discipline umanistico-filosofiche vincolate con le scienze dell'educazione, ma organizzate e finalizzate nei modi che si sono indicati. Pertanto si potrà dare inizio o continuare un regolare corso di studi tecnico-scientifici o professionali, in vista di una qualificazione, soltanto quando sia sostanzialmente assicurato lo svolgimento di questo nucleo principale.[141]

 


4.4.2 Il Postirocinio

 

Gli Atti del Consiglio Generale, analizzando quanto i Capitoli ispettoriali e i loro Direttori avevano elaborato a proposito della formazione del Salesiano coadiutore, concludevano con questi rilievi: il Postirocinio è una fase ancora tutta o quasi da sperimentare; la durata, la comunità formatrice, i contenuti variano molto da luogo a luogo, anzi da persona a persona, ma in ogni caso si intende assicurare primariamente lo sviluppo della capacità pastorale del giovane confratello.[142]


A. Principi e criteri

 

Tenendo conto della situazione così pluriforme e in movimento, per aiutare le esperienze in corso e dare loro una certa sicurezza, si osserva che i principi e i criteri che orientano l'andamento di questa fase formativa e le caratteristiche dei suoi studi sono principalmente due: la peculiare forma vocazionale del Salesiano laico e la flessibilità ampia del curricolo in base alle reali possibilità dei candidati, alle diversità delle situazioni di partenza, all'itinerario spirituale percorso fin’allora.

Pur tenendo conto dell'art. 106 delle Costituzioni, vi è di fatto una pluralità di possibilità sotto l'unica denominazione di Salesiano laico. Questa diversità esige una considerazione particolare. Si dovrà dunque pensare, a livello ispettoriale e interispettoriale, a «un curricolo formativo serio, ma flessibile e adattabile sia alla natura propria dei diversi compiti, sia alle possibilità concrete dei candidati».[143]


B. Gli obiettivi

 

Gli obiettivi richiamano i responsabili:

a) a dar sostanza, nell'ambito della formazione anche intellettuale, alla presenza di una teologia che permei di sé la vita e la cultura del Salesiano coadiutore, pur facendo spazio all'area della formazione tecnico-professionale;

b) ad arricchire di motivi e di valori la complementarità delle due forme vocazionali sia nella vita fraterna che nell'azione apostolica; a fare più certa e più vera la particolare sensibilità del Salesiano laico verso «i mondi» del lavoro, della tecnica, dell'arte, dell'economia, della comunicazione sociale e delle relazioni umane; ad aiutarlo a vivere l'atteggiamento della «liturgia della vita» al fine di valorizzare le esperienze pedagogico-pastorali con la ricchezza della propria laicità;[144]

c) ad orientarlo perché approfitti meglio dei ministeri non ordinati, istituiti dalla Chiesa per i laici al servizio della comunità e [pag. 204] che rivelano la loro utilità nell'ambito delle celebrazioni liturgiche, nell'organizzazione delle attività di evangelizzazione e catechesi, nell'area molto più vasta dell'esercizio della carità.[145]


C. Aspetti del curricolo formativo

 

«La formazione specifica per i Salesiani laici, di cui all'art. 116 delle Costituzioni e 98 dei Regolamenti, dovrà essere concretamente programmatadall'Ispettore col suo consiglio. A seconda dei casi si potrà approfittare di strutture già esistenti a livello interispettoriale e mondiale»[146] o costruirne di nuove.

Si dovranno esprimere con chiarezza le modalità con cui si fanno presenti le ispettorie interessate. Esse saranno un indice della loro comprensione e partecipazione alle responsabilità formative.

Gli aspetti del curricolo formativo sono due fondamentalmente: l'aspetto comunitario e quello della formazione pastorale e tecnico-professionale. La struttura delle comunità si ispira a quella che la FSDB, per le condizioni che possiede, chiama «formatrice».[147] Ma subirà quelle modifiche in personale e iniziative che le consentiranno di dare una certa priorità alla formazione teologico-catechistica «nella linea della laicità consacrata».[148]

A seguito, la specializzazione e i suoi ambienti qualificati dovranno far pensare con tempestività alla «preparazione di Salesiani laici capaci di svolgere convenientemente il compito di formatori». «Il Salesiano laico, infatti, deve essere presente, sempre che sia possibile, nelle strutture formative come peculiare testimone e formatore e, dove sia richiesto, anche come docente in un servizio culturale tecnico».[149]

I contenuti della formazione intellettuale e professionale si mostreranno aperti alle esigenze del ruolo pastorale e professionale di ciascuno, tenendo conto delle possibilità di scelta offerte dall'insediamento del Postirocinio fra persone, corsi, esperienze e situazioni locali. [pag. 205]

Potranno essere distribuiti ordinariamente in quattro semestri, per una durata complessiva di un biennio, calcolato in numeri di ore o crediti sufficienti, ma più o meno allungabili nel tempo a seconda che le condizioni personali siano tali da permettere o no la frequenza a corsi di livello universitario o medio-superiore. Nel caso affermativo, il dosaggio delle discipline, scelte sotto la responsabilità dell'Ispettore o del «curatorium», se la struttura è interispettoriale, sia tale da permettere il raggiungimento degli obiettivi indicati.

Rispettando i criteri ora enunciati, previa consultazione delle comunità formative in cui finora i candidati sono vissuti e accordando i programmi svolti nel Postnoviziato con quelli proposti per il Postirocinio, ad evitare doppioni o sovrapposizioni, sulla falsariga delle cinque aree proposte dalla FSDB[150], sembrano proponibili i seguenti contenuti:

 


1. Formazione salesiana

 

—   Conoscenza approfondita della vita di Don Bosco e dei primi Sa­lesiani;

—   Studio critico di qualcuno dei suoi aspetti;

—   Storia del Salesiano coadiutore;

—   Spiritualità salesiana nella laicità consacrata;

—   Vita comunitaria e relazioni umane;

—   Elementi di pedagogia e didattica;

—   Elementi di catechesi, pastorale giovanile e vocazionale.

 


2. Formazione teologica e catechistica

 

—   Aggiornamento e approfondimento della teologia della vita reli­giosa;

—   Approfondimenti biblici per sezioni di temi specifici;

—   Introduzione alla liturgia e alla lectio divina;

—   Corso di catechesi.

 


3. Formazione socio-politica

 

—   Insegnamento sociale della Chiesa;

—   Economia, sociologia e politica del lavoro;

—   Conoscenza di altri aspetti del «mondo del lavoro»: antropologia e teologia del lavoro; [pag. 206]

— Storia delle dottrine politiche.

 


4. Perfezionamento della formazione professionale

 

—   Informatica;

—   Altre, a seconda delle personali competenze.


5. Nuove esigenze

 

—   Comunicazione sociale;

—   Musica;

—   Tecniche di animazione.

 



[1] Cf. CG22 79-86.

[2] ACS 298, p. 42.

[3] Cf. CG22 9; FSDB 407. 474.

[4] Cf. FSDB 412.

[5] Cf. ACG 323, p. 26-35.

[6] Cf. ib.

[7] CG21 237s.

[8] Cf. FSDB 74-83.

[9] CG21 247.

[10] Cf. CG21 302.

[11] Cf. La componente laicale..., (CL) ACS 298, p. 45.

[12] Ib. p. 44.

[13] C 195.

[14] CG21 242; C 97. 102.

[15] Cf. CG21 242.

[16] Cf. C 98. 4.

[17] C 106.

[18] Cf. C 102; CG21 262.

[19] C 3; Cf. C 23. 125, C 26, C 3. 26. 50. 64. 73. 82. 85, C 40, C 49. 85. 88, C 63.

[20] Osservatore Romano del 2-XII-1988.

[21] Cf. C23. 3. 11.

[22] Cf. C 3.

[23] Cf. ET 11. 12; CGS3; C 1.

[24] Cf. ACS 296, p. 5; C 23.

[25] Cf. C 12.

[26] CG21 579.

[27] Cf. − per 1. Partecipazione alla vita liturgica: C 88. 89; C 87, CGS 283-288. 340. 540. 664; − 2. Ascolto della Parola di Dio: CGS 494. 540. 557; DSM 240-242;  − 3. Preghiera personale: C 83, SC 7. 10. 11. 14. 19. 48; C 93; DSM 186; CGS 574-579; C 88; − 4. Eucarestia e Ufficio divino: C 88. 89; CGS 544; SC 10. 4748; LG 11; PO 5bc; 6e; CGS 542-543; − 5. Vita e azione come preghiera: C 86. 95. 21; CGS 532-537; 550. 555f. 677; − 6. Senso e uso del sacramento della Riconciliazione: C 84. 90; RFIS 55; PO 18b; − 7. I momenti di rinnovamento: C 91; − 8. Devozioni salesiane: Maria Ausiliatrice: RG 74; SC 13; CGS 531-545; VIGANÒ E., Maria rinnova la Famiglia Salesiana, 1978.

[28] C 99.

[29] Cf. STELLA P., Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. II, p.473.

[30] Cf. FSDB 74; CGS 26.

[31] Mt 6, 10.

[32] EN 60.

[33] MB 9, 220; 13, 629.

[34] Cf. FSDB 77.

[35] Cf. FSDB 75-77.

[36] Cf. FSDB 58-66. 78.

[37] Cf. C21.

[38] Antichi Regolamenti 260.

[39] Ib. 292.

[40] Cf. CIC c. 230.

[41] CG21 182.

[42] CIC 231.

[43] CG21 182.

[44] C 45.

[45] Cf. GIOVANNI PAOLO II, Laborem exercens, 1981.

[46] CG21 185.

[47] Cf. C 42.

[48] CG21 184.

[49] C 195.

[50] Cf. C 49. 50.

[51] CG21 37, Cf. C 51; Cf. C88; Cf. C 57; Cf. C 90; Cf. C 58. 59; Cf. FSDB 80, MR 30a, CP 106. 177.

[52] C 60.

[53] C 63.

[54] Cf. J. THOMAS, Travati, Amour, Politique, Paris 1972.

[55] C 62.

[56] Ib.

[57] Cf. C 80.

[58] Cf. C81.

[59] Cf. C 83; ACS 285, p. 23-24.

[60] Cf. C81.

[61] Cf. Il progetto di vita dei Salesiani di Don Bosco, p. 609.

[62] Cf. FSDB 64; C 85.

[63] Comunità: Cf. FSDB 79-80; Obbedienza: Cf. FSDB 82-84; Povertà: Cf. FSDB 85-90; Castità: Cf. FSDB 91-93; Preghiera: Cf. FSDB 95-111.

[64] Cf. VIGANÒ E., La componente laicale..., o. c, p. 30.

[65] Ib. p. 32.

[66] Cf. GS 36.

[67] C 45.

[68] Cf. VIGANÒ E., La componente laicale..., o. c, p. 23.

[69] Cf. CNOS, Per una pastorale giovanile nei CFP, Torino, p. 25.

[70] CG21 182

[71] VIGANÒ E., La componente laicale..., o. c, p. 9-10.

[72] CG21 182.

[73] C 118.

[74] Ib.

[75] Cf. FSDB 58-66.

[76] Cf. FSDB 58-66. 78.

[77] C 21.

[78] Antichi Regolamenti 260.

[79] Ib. 292.

[80] OT 11.

[81] RATIO FIS 51; Cf. FSDB 113. 502. 535A. 544.

[82] CGS 669; Cf. FSDB 65.

[83] CGS 669.

[84] Cf. CGS 673; FSDB 306; Cf. OT 11, FSDB 162; Cf. CGS 679a, FSDB 160-162; C 70; Cf. FSDB 118. 147. 154. 173. 502; CGS 674; Cf. FSDB 115, ACS 285, 4041.

[85] CGS 665.

[86] C 195.

[87] Cf. DSM 194.

[88] Cf. FSDB 106.

[89] Cf. C 90.

[90] Cf. FSDB 79-80.

[91] Cf. FSDB 74-78.

[92] Cf. FSDB 72, C 13.

[93] Cf. CHAMPOUX R., Nuove prospettive nella formazione religiosa: un'integrazione della spiritualità e della psicologia del profondo, in «Civiltà Cattolica» n. 3026, 1976.

[94] Cf. L. RULLA - F. IMODA - J. RIDICK, Elementos de predicción y criterios de perseverancia vocacional, CONFER 74 (1981), p. 316-318.

[95] Noi ne rileveremo soltanto alcune, rimandando per una informazione più completa alla FSDB c. 4.

[96] GIUSSANI L., Decisione per l'esistenza, Ed. Jaca Book, Milano, p. 20-23.

[97] C 1972 art. 102.

[98] FSDB (1981) 155.

[99] Cf. C 97.

[100] C 95. 6.

[101] At 3, 1-10.

[102] C 62; Cf. 61. 34.

[103] Cf. Col. 62.

[104] C 62.

[105] FSDB 3.

[106] C 98.

[107] Cf. 101. 103. 104. 112, RG 85. 88. 89. 94. 98. 100-103.

[108] Cf. C 96, FSDB 134-136.

[109] C 12.

[110] C 19; Cf. C 62. 63. 85. 86. 94. 117.

[111] Cf. EN 21.

[112] MB 9, 986.

[113] RG 102.

[114] Cf. MB 4, 457.

[115] MOLARI C, Per una comunicazione che faccia spazio alla narrazione, in «Note di Pastorale Giovanile» 10(1981), p. 35.

[116] RG 99.

[117] RG 100.

[118] Id.

[119] C 70, RG 49.

[120] Cf. C 105. 109. 112. 113; RG 175. 78. 79.

[121] MB 8, 829.

[122] C 98.

[123] C 52.

[124] VAN KAAM A., Existential foundations of psychology, New York 1969, p. 336-337.

[125] RM, Commento alla strenna 1983, p. 33-34.

[126] C96. 21.

[127] C 104.

[128] FSDB 169, Cf. CG21 245.

[129] C 100.

[130] Cf. DSM 97.

[131] Cf. FSDB 288. 289. 332.

[132] Cf. FSDB 338. 408-410.

[133] FSDB 333.

[134] Cf. FSDB 230.

[135] FSDB 397, CG21 303.

[136] FSDB 410, CG21 301.

[137] Cf. FSDB 340.

[138] Cf. FSDB 224.

[139] Cf. FSDB 229.

[140] Cf. FSDB 338, CG21 302.

[141] Cf. FSDB 403.

[142] ACG n. 323, D. P. NATALI, La formazione del Salesiano Coadiutore.

[143] FSDB 410, CG21 301.

[144] Cf. FSDB 454.

[145] Cf. FSDB 455, CJC 230 par. 1.

[146] FSDB 475.

[147] FSDB 160-163.

[148] C 116.

[149] FSDB 338.

[150] FSDB 338.

 Cfr. Il salesiano coadiutore. Storia, identità, pastorale vocazionale, Roma, Editrice SDB, 1989 (le pagine indicate in parentesi quadra indicano la pagina esatta del volume in edizione cartacea).


 

3. LA VOCAZIONE DEL SALESIANO COADIUTORE NELLA PASTORALE VOCAZIONALE SALESIANA [pag. 132]

 

Il CG22, mentre chiedeva di fare il punto sull'identità del Salesiano coadiutore, spingeva anche ad essere più efficacemente operativi sia nell'ambito della pastorale vocazionale come in quello della formazione. Non si è «qualcuno» per grazia di Dio per fermarsi a contemplare. I doni di Dio ci sono perché, impiegati nel servizio dei fratelli, cresca in loro il suo Regno.

La storia dunque ci ha manifestato la nascita e la crescita di una forma vocazionale in vista di una missione. L'approfondimento che se ne è fatto ne ha rivelato l'originalità, la bellezza e l'efficacia nell'impiego.

Va dunque ricercato questo dono dov'è. Chi lo possiede deve pur riconoscerlo, deve farlo maturare in sé a livello di certezza e di consapevolezza. Deve desiderare e operare perché i valori che lo compongono vengano da lui identificati e interiorizzati. Teologia, pastorale vocazionale e formazione si dividono un compito che è distinto eppure necessario, progressivo e continuo.

 


3.1 PASTORALE VOCAZIONALE

 

 

 


3. 1.1 Impostazione pastorale del lavoro vocazionale

 

A monte di ogni invito rivolto ai giovani perché assumano un determinato progetto cristiano di vita, c'è una visione fondante anche se non sempre convenientemente esplicitata, della vocazione in genere e della pastorale vocazionale. Non è necessario per i nostri propositi riportare questa visione in forma completa, come la si ricava dalla riflessione attuale della Chiesa e della Congregazione.[1] [pag. 134]

Qui, il nostro argomento è specifico e ristretto: riguarda la vo­cazione salesiana laicale. Suppone dunque conosciuto e condiviso quello che è più generale e fondante. Il richiamare, anche solo per accenni, alcune prospettive basilari della pastorale vocazionale aiuterà a impostare correttamente la riflessione e a orientare le iniziative per la promozione di questa particolare vocazione. Parliamo di pastorale. Questa parola ci fa pensare alla Chiesa. La pastorale infatti è l'azione della Chiesa e, in comunione con essa, di singole comunità e persone che tende a suscitare la fede in Cristo, a formare e consolidare le comunità di credenti e a lievitare la storia umana col Vangelo. Così gli uomini si rendono consapevoli della presenza sal­vatrice di Dio nella loro vita e, rispondendo a questa grazia con la conversione, entrano in comunione col Signore e tra di loro.

In questa finalità si innesta il compito di abilitare le persone a percepire il dialogo singolare che Dio intavola con ciascuno di noi sin dal momento primo della nostra esistenza e lungo tutta la vita per incorporarci attivamente nel suo disegno di salvezza. La Chiesa dunque è l'ambito dove si sperimenta la chiamata di Dio, dove si scopre l'originalità delle diverse vocazioni; il luogo dove le vocazioni sorgono, vengono riconosciute, maturano e si impegnano nel servizio della comunità.

In tal senso la pastorale vocazionale è una «speciale attenzione e aiuto portato dalla comunità cristiana a ciascuno dei suoi membri e uomini di buona volontà, affinché scoprano e realizzino nella loro vita il piano di Dio».[2] È indirizzata quindi ad ogni persona, durante tutta la sua vita, secondo il suo stato e la sua situazione. La risposta alla chiamata del Signore infatti non si può considerare data una volta per sempre; essa va continuamente rinnovata. [p. 135]

Ma la pastorale vocazionale è particolarmente interessata all'età giovanile quando di solito, nel processo di maturazione della propria identità, si prendono quelle decisioni che segnano il corso dell'esistenza.

Orientamento vocazionale e crescita personale vengono ad essere talmente legate da non distinguersi adeguatamente l'uno dall'altra. La finalità della maturazione umana e cristiana è infatti quella di rendere la persona capace di scelte libere e valide. Perciò la pastorale vocazionale risulta strettamente collegata alla pastorale giovanile, cioè all'insieme di iniziative rivolte all'educazione dei giovani alla fede, vissuta nella comunità ecclesiale. È questa una delle conclusioni definitive della prassi attuale: «la pastorale vocazionale trova nella pastorale giovanile il suo spazio vitale. La pastorale giovanile diventa completa ed efficace quando si apre alla dimensione vocazionale».[3]

L'affermazione riguarda meno l'organizzazione che il concetto stesso di pastorale vocazionale e va intesa in un doppio senso: nel senso che ogni sviluppo vocazionale si fonda su una progressiva maturazione spirituale della persona, che va collocando Dio e la sua volontà al centro della propria esistenza: «La pastorale vocazionale infatti è l'azione di aiuto offerta ad adolescenti e giovani nella costruzione della loro identità cristiana... rispettosa della chiamata di Dio e dell'azione dello Spirito che si rivela lungo tutto l'arco vitale, al di dentro delle singole situazioni della storia personale e sociale»;[4] e nel senso che in ogni attività pastorale che' abbia i giovani come destinatari, dev'essere «presente in modo esplicito e sistematico l'orientamento vocazionale come una sua dimensione essenziale».[5]

 


3.1.2 I riferimenti fondamentali per una pastorale vocazionale

 

 

Alcune convinzioni animano dal di dentro questa azione della comunità cristiana.

La prima riguarda la natura medesima della vocazione. Essa è, [p. 136] e come tale va pensata anche agli effetti più pratici e operativi, una iniziativa gratuita di Dio che si rivela nella coscienza come una chiamata personale di amore.

Così appare nella Sacra Scrittura, soprattutto nei Vangeli: «Vieni e seguimi»; «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi». Il Signore chiama a «stare con Lui»;[6] chiama a una conoscenza vitale del suo mistero e a una adesione totale alla sua persona fino alla scelta radicale del suo amore. Allo stesso tempo invita a collaborare alla salvezza degli uomini attraverso una missione: «Chiamò a sé i dodici... li mandò ad annunziare il Regno di Dio e a guarire gli infermi».[7]

Questa considerazione della vocazione ci riporta alle motivazioni che stanno alla base della sua autenticità, che devono essere già presenti, se pure in germe, nella proposta stessa e purificate ulteriormente durante l’accompagnamento. Offre anche il criterio fondamentale per discernere le vie di una vera pastorale vocazionale e per individuare gli atteggiamenti che devono caratterizzare i promotori vocazionali. Tutto va visto come «grazia», incontro misterioso tra Dio e il giovane nell'ambito della libertà.

Da questa prima convinzione ne segue una seconda: la persona chiamata è il responsabile principale e, in certi momenti, esclusivo del processo e della decisione vocazionale. Quello che non matura nel suo cuore in libertà e generosità, diventerà una inconsistenza insanabile nel suo rapporto con Dio e con la propria vita.

La scoperta e l'accoglienza dell'iniziativa di Dio infatti si realizza attraverso uno scambio profondo in cui il soggetto deve ascoltare e rispondere personalmente. La vocazione, che è voce e iniziativa divina, va emergendo e sviluppandosi nell'intreccio delle esperienze di vita, dei dinamismi e delle scelte libere della persona. È profondamente radicata nella sua storia. Il suo manifestarsi nella coscienza e il suo posteriore chiarimento vengono favoriti o impediti da tutto quello che va definendo la persona di fronte a Dio e alla sua grazia.

Ne derivano due indicazioni pedagogiche fondamentali. Vanno create attorno alla persona condizioni favorevoli all'ascolto e alla [p.137] docilità. Nello stesso tempo bisogna garantire decisioni personali interne e motivate secondo le diverse età.

A queste due indicazioni risponde l'orientamento vocazionale, che vuol essere propositivo e, allo stesso tempo, consapevole del ruolo principale del soggetto.

L'orientamento va inteso come un itinerario o processo interiore del soggetto che verifica la propria disponibilità, si confronta con i segni della chiamata di Dio, assume gli impegni che rendono possibile la risposta. È lui che si orienta.

L'animatore o promotore dà a questo processo un'assistenza, un appoggio e una guida. Non si sostituisce al soggetto e ha cura di non renderlo dipendente nelle sue decisioni. Ha un compito che facilita la libertà che deve superare condizionamenti personali o ambientali, la generosità che deve andare oltre interessi immediati anche legittimi, l'intelligenza che deve cogliere gli orizzonti di Dio e imparare a discernere i segni.

Emerge allora un terzo elemento indispensabile ad ogni pastorale vocazionale, ampia e specifica: la necessità e i compiti delle «mediazioni», di quelle comunità cioè o di quelle persone, che intendono aiutare a percepire la chiamata di Dio e a rispondervi. Fin dalla nascita è dato a tutti, in germe, un insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare. Ambienti, persone, insegnamenti, attività sviluppano questi germi, rivelando nuove possibilità di esprimere il proprio amore e aprendo orizzonti di impegno.

La pastorale vocazionale consiste nel mettere in atto mediazioni efficaci nei momenti giusti. Alcuni stimoli possono venire soltanto dalle comunità, altri da persone «incaricate» o particolarmente dotate. Si tratta di due tipi di mediazioni complementari, entrambe necessarie.

Il puntare soltanto sulla «ricerca» di vocazioni da parte di singoli promotori senza curare la testimonianza e l'ambiente comunitario o i rapporti del candidato con la comunità, provoca crisi di credibilità.

L'escludere l'invito personale, aspettando che tutto abbia origine dall'ambiente o dalla interiorità, è misconoscere le leggi dell'incarnazione e mette in pericolo il fiorire di molte disposizioni.

Cristo ci dà l'esempio della mediazione vocazionale. Al fascino [pag. 138] creato dalla sua persona e dalla sua parola, aggiungeva l'appello in­dirizzato a singole persone.

 


3.1.3 I compiti della pastorale vocazionale

 

Chiariti i riferimenti fondamentali a cui si ispira la pastorale vocazionale, è necessario esplicitare i suoi compiti. Vengono formulati sinteticamente con quattro parole: pregare, annunciare, chiamare, accogliere.

«La preghiera non è un mezzo per ricevere il dono delle chiamate divine, ma il mezzo essenziale comandato dal Signore».[8] L'esempio di Gesù e la prassi della Chiesa, espressa oggi in autorevoli inviti di livello mondiale (cfr. Giornata mondiale delle vocazioni) e in iniziative molteplici di gruppi, la rimettono in primo piano come intercessione per ottenere vocazioni, come esperienza provocante per farle sorgere, come itinerario per farle maturare.

L'annuncio della vocazione si fa attraverso la testimonianza e la parola.[9] Consiste nel presentare in forma esperienziale, piuttosto che non soltanto informativa, la grande e universale chiamata del Signore alla vita e alla fede e, in collegamento con essa, l'ulteriore chiamata a un amore più grande e alla santità. Una catechesi progressiva va mostrando i doni del Regno che diventano ricchezza della comunità: il sacerdozio ministeriale, la sequela radicale di Cristo, la consacrazione secolare, la possibilità missionaria. Fa pure vedere il loro vicendevole riferimento per la costruzione della comunità, affinché non vengano intesi come privilegi individuali. Rende consapevoli dei bisogni del mondo, attraverso cui Dio chiama a prender parte al suo amore per l'uomo e degli spazi di servizio esistenti nella Chiesa.

Il documento del secondo Congresso mondiale per le vocazioni parla di «evangelizzare la vocazione» ed esplicita il significato dell'espressione con queste parole: «Urge una catechesi che, in primo luogo, sappia guidare i credenti, specialmente i giovani, a considerare la vita cristiana come risposta alla chiamata di Dio. Tutta la [pag. 139] catechesi acquista così una dimensione vocazionale. La catechesi specifica, a sua volta, pone in rilievo il carattere proprio della vocazione presbiterale, diaconale, religiosa, missionaria, consacrata nella vita secolare, affinché la comunità credente ne comprenda l'importanza per il Regno di Dio».[10]

Ma non basta l'annuncio. A volte chi aiuta deve pronunciare la chiamata personale, quando ha scoperto che nel soggetto esistono le condizioni adatte. Non aprire un orizzonte d'amore e d'impegno per eccessiva cautela o per paura di implicarsi in un futuro personale che ha margini, d'incertezza è privare il giovane di possibilità a cui ha diritto.

Per questo, oggi, dopo un periodo di eccessivo riguardo, si parla di «ricuperare il coraggio di chiamare». Il CG21 lo esprime con queste parole: «il rispetto del piano di Dio su ogni persona richiede che oltre a portare ognuno a una comprensione di sé e della realtà comunitaria umana ed ecclesiale alla luce della fede, si abbia il coraggio di una totale onestà e completezza nell’aiutarlo a rendersi disponibile di fronte a tutte le vocazioni nella Chiesa... Un giovane cristiano non può escludere di considerare anche l'ipotesi della vita consacrata e del sacerdozio. Il non proporgli di esaminare tale possibilità, non rispetta, ma limita la libertà».[11]

Infine c'è l'accoglienza e l'accompagnamento. «È un servizio di ascolto, di misericordia, di speranza...».[12] L'esercizio di questo compito richiede dagli animatori e dai promotori il rispetto della libertà del giovane, la conoscenza dottrinale e l'esperienza pratica del discernimento e della direzione spirituale, l'attenzione ai segni delle diverse vocazioni.

L'accoglienza è assunta in solidarietà da tutti coloro che entrano in contatto con una vocazione, anche se poi verrà attuata soprattutto da determinate persone e comunità. [pag. 140]

 


3.1.4 Il percorso vocazionale

 

Attraverso questi compiti la pastorale aiuta i giovani a percorrere un cammino che è tipico della maturazione vocazionale. In primo luogo crea nel giovane il desiderio e il gusto per una forma di vita cristiana impegnata e lo rende capace di mettersi all'ascolto della voce di Dio. È l'accettazione gioiosa della realtà di Dio nella propria vita come rapporto preferenziale e presenza determinante.

Lo assiste poi con informazioni ed esperienze quando il giovane si sente attirato verso una determinata ampia area di valori, di modelli e di attività.

Quando l'attenzione del giovane si va concentrando su un particolare tipo di vita o di persona, colto nella sua originalità come corrispondente alle proprie attese esistenziali, la pastorale vocazionale lo accompagna nei primi passi verso una decisione iniziale.

In questo cammino ha un'importanza singolare il discernimento dei «segni» che rendono percettibile la chiamata di Dio in chi la riceve e in coloro che da parte della Chiesa devono giudicare la sua esistenza e vitalità.

Questi segni sono principalmente: l'interesse, l'assenza di controindicazioni assolute o prudenziali, le disposizioni generali che ga­rantiscono lo sviluppo di una personalità religiosa e quelle specifiche per il tipo di vita a cui si ispira, le motivazioni nel vaglio delle quali bisogna badare alla loro validità e autenticità.

Oltre a giudicare l'esistenza obiettiva dei segni, la pastorale vocazionale segue la risposta libera alla chiamata da parte del soggetto. Essa è dinamica e progressiva. Può soffrire arresti e regressioni. In questo dinamismo più ancora che le attitudini naturali, per quanto pregevoli esse siano, influiscono la formazione spirituale e l'apertura alla grazia.

 


3. 2 LA PASTORALE VOCAZIONALE DI SALESIANO COADIUTORE

 

Tenendo presenti i criteri precedenti, che orientano tutta la pastorale vocazionale, si possono esplicitare ulteriormente alcuni aspetti particolari propri della promozione della vocazione salesiana laicale. Essi riguardano soprattutto due momenti o compiti: l’annuncio-proposta, l'accoglienza-accompagnamento.[pag. 141]

Si trova una certa difficoltà nel presentare ai giovani la fisionomia religiosa, spirituale e apostolica, del salesiano coadiutore in tutta la sua ricchezza, in maniera comprensibile e vicina alle loro aspirazioni.

I diversi convegni sulla vocazione del religioso laico hanno cercato di individuarne le cause: il ruolo poco evidente del «fedele laico» nella comunità cristiana, la mancanza di modelli di identificazione, la mentalità «clericale» di alcune comunità religiose, l'assenza di segni distintivi nel religioso laico, un passato che lo faceva apparire come subalterno in famiglie religiose prevalentemente «sacerdotali», l'impostazione della pastorale vocazionale, la naturale tendenza dei giovani a congiungere vocazione con servizio religioso al popolo.

Nella Congregazione si vanno scoprendo vie adeguate per aiutare i giovani a cogliere l'originalità e la bellezza di questa vocazione.

 


3.2.1 Raccontare Don Bosco

 

La prima di queste vie è raccontare ai giovani la storia di Don Bosco, delle sue intuizioni, della fondazione della Congregazione salesiana a partire da un'originale esperienza di carità pastorale. L'amore per i giovani che versavano in situazioni di povertà portò Don Bosco a prendersi cura della totalità della loro vita attraverso un progetto di promozione completa. Pensò alla loro salvezza eterna, ma la vide collegata a problemi immediati di esistenza: il lavoro, l'istruzione, la casa.

Quando la sua opera apostolica si estese ai ceti popolari, egli mantenne le medesime caratteristiche: insieme al servizio presbiterale della predicazione e dell'attenzione religiosa, prese a cuore problemi come l'emigrazione, la diffusione della cultura cristiana attraverso la stampa, l'organizzazione della collaborazione per fini sociali.

Così diede inizio e sviluppò un'opera che nella sua struttura materiale includeva la chiesa, ma anche i laboratori, la scuola, gli spazi di giuoco; dove si insegnava la preghiera, il catechismo e la frequenza ai sacramenti; ma dove si imparavano anche i mestieri, ci [pag. 141] si istruiva, si preparavano i giovani al vivere sociale, si coltivava la musica, il teatro e altre forme di espressione.

Con ciò Don Bosco si proponeva di formare «buoni cristiani» per la comunità ecclesiale attraverso i mezzi di cui questa dispone; ma anche (e per questo, se si trattava appunto di cristiani) «onesti cittadini» per la società civile, con capacità di lavoro responsabile e di partecipazione innovatrice.

L'iniziativa era guardata dunque dai credenti come «opera pia e religiosa», legata alla Chiesa; da tutti gli altri come impresa educativa di solidarietà umana, di interesse sociale, di promozione.

Don Bosco medesimo amava presentare questa opera come «benemerita della società civile» e proponeva la collaborazione ai credenti o a chi avesse anche soltanto sentimenti di umanità. Interessava le forze secolari, si faceva presente nei campi culturali, prendeva contatto con persone e organismi dello Stato sempre in vista del bene dei suoi ragazzi.

Per realizzare questo progetto complesso a favore dei ragazzi e del popolo, sin dagli inizi, radunò attorno a sé presbiteri e chierici. Ma chiese anche ed ottenne la collaborazione di numerose persone che non lo erano e che apportavano, insieme all'amicizia, la loro competenza, il loro entusiasmo apostolico, il loro prestigio sociale.

Così quando per ispirazione di Dio diede origine alla Congregazione salesiana la pensò e la fondò come una «radunanza di preti, chierici e laici, specialmente artigiani, i quali desiderano di unirsi insieme, cercando di farsi del bene tra loro e anche di fare del bene agli altri».[13]

La Congregazione salesiana nacque — come abbiamo visto — con due componenti che si completano intimamente, si aiutano vicendevolmente e appaiono come mutuamente necessarie per l'adempimento della sua originale missione giovanile e popolare: i presbiteri e i laici.

Sin dagli inizi tutti furono chiamati alla sequela radicale di Cristo e alla sua santità, vissero in uguaglianza e fraternità sotto l'orientamento paterno di Don Bosco, diedero i loro contributi di competenze specifiche per ottenere un'unica finalità, ispirati dalla [pag. 143] medesima carità pastorale: per alcuni fu il ministero sacerdotale per alta la competenza amministrativa o la capacità di rapporti pubblici, la direzione di laboratori, i compiti di fiducia nella gestione domestica, le attività artistiche.

La figura del «religioso laico», chiamato «coadiutore», occupò l’attenzione di Don Bosco durante tutta la sua vita. Natagli da un'ispirazione divina, come esigenza della missione giovanile la perfezionò mano a mano che nuovi orizzonti di impegno si aprivano alla Congregazione e nuovi candidati arricchivano l'immagine stessa del coadiutore con realizzazioni originali.

Non fu un complemento marginale, ma un elemento costitutivo dell'identità. Egli considerò i suoi religiosi laici indispensabili quanto i preti per portare avanti la missione che Dio gli aveva affidato. Si possono ricordare in merito i suoi gesti verso i coadiutori, il suo atteggiamento di totale fiducia in loro, le sue parole riguardo all'importanza dei loro compiti e responsabilità, la loro partecipazione alla vita della Congregazione.

La vocazione salesiana si è sviluppata così e si può vivere oggi in due forme vocazionali distinte: quella presbiterale che si esprime principalmente nel ministero della parola, della santificazione attraverso i sacramenti e dell'animazione della comunità cristiana; quella laicale che mette a servizio della carità, della testimonianza e dell'annuncio di Cristo competenze, sensibilità e attitudini professionali secolari.

Ciascuno di questi «tipi» concentra ed esprime una caratteristica diffusa in tutta la Congregazione, presente in ogni comunità, operante in ogni persona.

Ogni sacerdote salesiano ha infatti, come Don Bosco, il dono e la capacità di assumere i problemi di vita dei giovani e non soltanto il loro inserimento nella Chiesa. Egli è un educatore. Ogni coadiutore è annunciatore del Vangelo, capace di portare i giovani a Cristo e non soltanto di insegnare un'arte o un mestiere. Egli è un apostolo. Insieme, nell'organicità della stessa comunità, compiono il servizio della promozione integrale dei giovani con attributi, sensibilità e impostazioni complementari, tutte necessarie per l'unico scopo. Ma il coadiutore assume ed esprime, mantiene viva e concentra la capacità di Don Bosco e della Congregazione di operare nelle realtà secolari, la loro disposizione a contemplare le realtà profane [pag. 144] con sguardo allo stesso tempo pastorale e tecnico, la vicinanza agli uomini e alle loro attività temporali, necessarie allo sviluppo della vita.

Così egli conferisce anche una fisionomia originale alla stessa comunità, consentendole forme molteplici di inserimento e di interventi nella Chiesa e nel mondo. Quella salesiana non è una comunità di presbiteri, ma una comunità di persone che seguono Cristo per i giovani e vogliono essere per loro segni e portatrici dell'amore di Dio.

 


3.2.2 Presentare l'esperienza attuale

 

Prospettata un'immagine conveniente della identità apostolica della comunità salesiana attraverso il racconto della vicenda di Don Bosco, si può prendereun'altra via: quella che si sofferma sull'esistenza concreta del salesiano coadiutore oggi: chi è, come vive, che cosa fa, come matura spiritualmente.

Egli sente una chiamata di Dio. La sua è una vocazione vera e originale: donarsi al Signore in una maniera totale, mettendo a disposizione del Regno le sue capacità e qualità di uomo e le sue competenze professionali. Queste, assunte nella sequela radicale di Cristo, vengono finalizzate dall'amore alla salvezza dei giovani.

Dio, chiamandolo, lo consacra, lo unisce particolarmente a sé e alla sua opera e gli comunica il suo Spirito perché viva in pienezza la grazia e la fede ricevute nel battesimo.

In questo modo si colloca, come il salesiano presbitero, nel cuore della Chiesa, alla cui missione partecipa pubblicamente attraverso l'impegno giovanile e popolare della Congregazione salesiana. Per mandato della Chiesa e nel suo nome educa ed evangelizza nei settori e secondo lo stile dell'apostolato salesiano.

E attraverso questo apostolato, pubblicamente riconosciuto, anima cristianamente l'ordine temporale, a cui lo ricollega, anche dopo la professione religiosa, la sua vocazione laicale.

Le forme che assume la sua azione apostolica sono molteplici, secondo quanto richiede oggi la missione salesiana in favore dei giovani. Lo si vede dunque, sempre con competenze specifiche e con spirito apostolico, impegnato nella preparazione dei giovani per il [pag. 145] lavoro; coinvolto nell'insegnamento e nell'animazione del tempo libero; occupato nella progettazione, nell'amministrazione e nel mantenimento delle opere; impegnato nella comunicazione sociale per l'educazione e l'evangelizzazione della gente più umile; dedito alla promozione sociale di quartieri bisognosi; dedicato alla ricerca scientifica e alla creazione artistica; dando un contributo insostituibile nelle frontiere missionarie.

Ma operando a favore dei giovani, in unione con altri fratelli, laici e presbiteri, egli fa un'esperienza profonda di Gesù Cristo e svi­luppa una vita spirituale in cui consacrazione religiosa e carattere laicale si fondono in un'unità di vita caratterizzata dallo spirito salesiano.

Egli riproduce e attualizza il cuore e lo stile di Don Bosco ed è chiamato ad essere simile a Lui, quanto i presbiteri. Si sente identificato con Cristo e partecipe del suo amore paziente nell'insegnare, nel guarire, nel raccogliere i ragazzi e la gente povera, nel costruire un mondo nuovo.

È consapevole e ne gode di essere umile collaboratore di Dio nella salvezza degli uomini, particolarmente dei giovani più bisognosi; vive l'appartenenza profonda alla Chiesa e si sente in comunione con tutte le forze che operano nella linea della salvezza; sente la fraternità apostolica nella comunità salesiana, consapevole del proprio contributo e anche grato di quello che riceve dai fratelli preti; sviluppa l'esperienza di quei valori legati alla sua laicità e di cui si è detto.

Tutto ciò rende lui e la missione salesiana particolarmente simpatica ai giovani e al popolo. Egli si fa amare ed è sempre disponibile a intervenire quando la sua competenza e la sua umanità possono giovare.

Per questo suo modo di essere, di vivere e di operare egli ha una preparazione che comprende simultaneamente una formazione religiosa salesiana, una qualificazione apostolica che lo abilita al lavoro pastorale, una competenza culturale educativa che lo aiuta a far crescere i giovani in umanità e fede e una qualificazione professionale adeguata al suo carattere di religioso-laico. [pag. 146]

 


3.2.3 Mettere a contatto con modelli

 

 

La via più efficace per rendere comprensibili e credibili questi contenuti è quella esperienziale, è cioè il contatto con la comunità salesiana e con «modelli» di coadiutori.

Nella comunità si percepisce la complementarietà e la fusione delle vocazioni che arricchiscono la missione salesiana e si vede la fraternità che unisce tutti i membri nell'uguaglianza, nell'amore fraterno, nella gioia e nel servizio di Dio. La sua consapevolezza e la testimonianza della propria originalità presbiterale-laicale, l'espressione adeguata della propria missione e i rapporti che intercorrono tra i suoi membri sono più efficaci di qualunque invito verbale.

È da richiamare qui uno degli indirizzi del CG21 a proposito della pastorale vocazionale: «Partire dalla persona del salesiano, dalla vita della comunità... È fondamentale l'autenticità del nostro essere cristiani e salesiani, come lo è un'immagine della Congregazione che presenti un'identità chiara, che sia veramente in sintonia con i giovani e si esprima in una donazione gioiosa. La testimonianza e l'azione di ogni confratello saranno sempre lo stimolo più forte e la mediazione più efficace per aiutare i giovani a una risposta generosa a Cristo».[14]

I modelli mostrano, anche se con i limiti di ogni vita, i tratti caratteristici della vocazione salesiana laicale. Essi possono raccontare la propria esperienza, esporre le ragioni della propria scelta, descrivere il proprio cammino. Perciò nei vari piani di pastorale vocazionale si auspica che in ogni équipe o almeno in ogni iniziativa di proposta vocazionale intervenga un confratello coadiutore, la cui presenza sia appello e risposta per i giovani: invito a considerare il valore della vocazione salesiana laicale, risposta ai loro interrogativi concreti sulla sua natura e realizzazione.

La testimonianza dei modelli viene completata attraverso il contatto con gli ambienti dove si svolge la loro azione più caratteristica: le scuole professionali e tecniche, i centri giovanili, i centri di comunicazione sociale, ecc. Essi offrono un'idea immediata della portata di una competenza laicale assunta nella consacrazione religiosa [pag. 147] e nella missione apostolica. Per questo, sin dai primi tempi della Congregazione, lo spazio preferito per la proposta vocazionale a salesiano coadiutore è stato quello degli ambienti dove i giovani venivano avviati al lavoro o gli adulti erano già impegnati religiosamente nel mondo.

Accanto ai modelli viventi si possono presentare figure di coadiutori esemplari del passato, sottolineando quei tratti ed eventi che più vivacemente fanno vedere l'originalità e la bellezza della vita consacrata a Dio per i giovani. La Congregazione dispone di collezioni di opuscoli da cui emergono figure irripetibili di coadiutori di epoche diverse, di ogni regione, che operarono nelle più inattese circostanze e nei campi di apostolato più vari.[15]

Tra di loro poi eccellono alcuni, ritenuti «santi» dalla gente e dai confratelli, che rivelano l'eroicità della carità e l'intensità dell’esperienza di Dio a cui porta questa vocazione quando la risposta è generosa.[16]

Queste biografie, studiate e presentate in forma pedagogica, costituiscono il «catechismo vocazionale» più reale, efficace e completo sul coadiutore salesiano.

 


3.2.4 Approfondire il carattere laicale

 

Nello sfondo della narrazione su Don Bosco e la sua opera, della descrizione della vita attuale nelle comunità' salesiane, della presentazione dei modelli di oggi e di ieri è sottesa sempre una certa [pag. 148] idea della laicità e di quanto essa concerne: la natura dell'impegno laicale, il rapporto che intercorre tra realtà temporali, salvezza e santità, la possibilità di congiungere un'autentica laicità con la consacrazione religiosa radicale e pubblica.

Colui che presenta le diverse vocazioni deve esprimere una visione corretta e ricca dell'esperienza laicale. Le immagini e gli accenni, anche soltanto sottintesi, vanno allora verificati per non convalidare quell'idea di distacco e incompatibilità tra mondo ed esperienza religiosa che è diffusa nella mentalità corrente.

La realtà di cui è intessuta la vita dell'uomo nel mondo (ambiente, lavoro, famiglia, cultura, scienza, arte, tecnica, politica) possono essere luogo e oggetto di una donazione totale della persona al Signore. Esse non sono circostanze «esterne» al suo rapporto con Dio, ma fanno parte della storia della sua salvezza.

In effetti portano il segno dell'opera creatrice di Dio, sono state assunte da Cristo quando egli si fece totalmente uomo; sono situazioni dove opera la presenza salvatrice di Dio attraverso la mediazione umana; sono «consacrabili» attraverso l'adempimento del disegno di Dio su di esse.

In esse si impegna in forma radicale la carità cristiana per trasformarle ordinandole a Dio e rivolgendole al bene temporale ed eterno dell'uomo.

L'esperienza laicale può essere vissuta in varie forme, ma, rimandando per le altre a quanto già è stato scritto, ora ci interessa quella «consacrata» in particolare. Essa è propria di coloro che, senza lasciare un riferimento sostanziale alle realtà secolari, sottolineano la loro finalizzazione alla salvezza ultima, testimoniando che esse possono essere rivolte al bene dell'uomo soltanto con lo spirito delle Beatitudini e il riferimento a Cristo. Perciò fanno professione pubblica di seguire Cristo attraverso i consigli evangelici, entrano a far parte di una comunità religiosa e assumono un compito apostolico che include la loro scelta laicale.

La sequela radicale di Cristo non è legata dunque al particolare carattere presbiterale. La condizione laicale può essere assunta nell'imitazione e identificazione con Cristo. E non risulta meno radicale o meno significativa per il fatto di non essere congiunta col ministero sacerdotale.

Si possono riportare a conferma le molteplici forme di vita religiosa, [pag. 149] di «discepolato di Cristo» sin dai primi tempi del cristianesimo (cfr. Cap. 1°). Si possono anche commentare alcuni passi del Concilio Vaticano II: «La vita religiosa laicale costituisce uno stato in sé completo di professione dei consigli evangelici».[17] Dio chiama sacerdoti e laici «a fruire di questo speciale dono nella vita della Chiesa e a collaborare, ciascuno a suo modo, alla sua missione salvifica».[18]

Ci è sembrato particolarmente necessario e urgente insistere sui contenuti di questa proposta vocazionale: spirito salesiano, consacrazione religiosa, carattere laicale.

Il linguaggio varia necessariamente a seconda che la presentazione venga fatta a ragazzi, giovani o adulti, secondo il livello catechistico che essi abbiano raggiunto. All'occasione ci si dovrà servire di immagini, racconti, esperienze, modelli, materiale audiovisivo. Ma è importante che tutto questo materiale esprima quell'annuncio vero che scaturisce da una corretta comprensione della Chiesa e della particolare vocazione salesiana religiosa.

 


3.3 ACCOGLIENZA E ACCOMPAGNAMENTO DELLA VOCAZIONE DEL SALESIANO COADIUTORE

 

 


3.3.1 Obiettivi dell'accompagnamento

 

Come ogni altra vocazione, anche quella del salesiano coadiutore ha bisogno di essere accolta e accompagnata affinché le disposizioni maturino verso una scelta cosciente e definitiva. «Quando un giovane o una persona adulta avverte la chiamata divina, e ha chiesto e ricevuto consiglio, sente il bisogno e l'utilità di un aiuto e una guida per trovare con crescente chiarezza la sua strada e seguirla. È il problema dell'accompagnamento».[19]

Tale accompagnamento si propone obiettivi a due livelli. Il primo è quello più generale delle attitudini e condizioni che predispongono all'ascolto della voce di Dio e alla generosità nella risposta. [p. 150] È il principale. Si tratta della formazione spirituale attraverso la partecipazione alla vita della comunità cristiana, l'interiorizzazione degli atteggiamenti evangelici fondamentali e la pratica della vita cristiana: il senso della presenza di Dio, il riferimento esistenziale a Cristo, l'assiduità alla preghiera, l'ascolto della parola di Dio, la vita di grazia, lo sforzo ascetico, la frequenza ai sacramenti, l'impegno apostolico.

Ciò dovrebbe costituire la base di una personalità tendenzialmente equilibrata, il cui sviluppo è retto da un'immagine obiettiva e da una serena accettazione di sé, dalla composizione positiva delle tensioni interne (pulsioni, ideali, progetti), dall'apertura oblativa verso le persone manifestata nella capacità di rapporti sinceri e costanti, dal contatto ricco con la realtà e il relativo allargamento degli orizzonti culturali, dalla capacità di guardare al proprio futuro e alla sua realizzazione in termini evangelici.

Gli obiettivi del secondo livello sono più specifici. Puntano a coltivare attitudini, ad offrire conoscenze organiche e a sviluppare abilità tipiche di una particolare vocazione.

I due livelli si integrano a vicenda. Sono interdipendenti. Non si dà chiarimento vocazionale senza processi di fede e di crescita interiore in Cristo. Viceversa ogni sforzo sincero di discernere la volontà di Dio sulla nostra vita porta con sé un'apertura alla grazia.

Ma ci sono periodi in cui bisogna fare particolare attenzione a uno di questi livelli conforme alla fase di maturazione che il soggetto percorre.

Nell'accompagnamento iniziale è particolarmente determinante il primo livello. Bisogna mettere quelle basi solide di formazione umana e cristiana che garantiscono una risposta autentica a qualunque vocazione di speciale consacrazione. Su questo sforzo principale, che apre soprattutto alla generosità e predispone al discernimento, si va innestando, attraverso l'informazione e l'esperienza, quello che è caratteristico della vocazione del salesiano laico.

L'accoglienza e l'accompagnamento si realizzano in varie forme e attività simultanee: l'assistenza spirituale personale, il coinvolgimento in esperienze maturanti nella linea della propria particolare vocazione, la partecipazione in un ambiente atto allo sviluppo dei germi vocazionali e il loro discernimento, che porterà ad una prima decisione sufficientemente motivata. [pag. 151]

 


3.3.2 L'assistenza individuale

 

L’assistenza individuale è sempre necessaria, anche quando il candidato viene accolto in un ambiente. Sovente è l'unica forma possibile di accompagnamento. Si risolve in direzione spirituale anche quando comincia come colloquio pedagogico e consulta di orientamento. La si è descritta come «un servizio di ascolto, di aiuto alla chiarezza interiore, di esperienza della vita spirituale e di speranza». Per cui «la persona che svolge questo ministero è rispettosa verso la libertà del cammino del giovane che è sempre un cammino personale».[20]

Appaiono chiare le sue finalità specifiche: creare una situazione interpersonale di fiducia, mediante la quale il ragazzo possa diventare più Ubero per cogliere la realtà che lo interpella e i segni di Dio che lo chiamano; offrirgli elementi per una visione limpida della propria interiorità e delle motivazioni dei suoi comportamenti e aspirazioni; renderlo consapevole della grazia di Dio e aiutarlo a verificare la propria risposta, mettendo le basi di una solida spiritualità cristiana; accompagnare e orientare lo sforzo di conversione della mentalità e dei comportamenti (criteri di vita, ascesi, virtù); rin­saldare e completare la pratica cristiana (preghiera, sacramenti...); equilibrare le tendenze non consone alla crescita cristiana (incostanza, permissività, scrupoli, devozionismo, intimismo...).

Questo servizio può essere svolto da qualunque salesiano che si impegni nella formazione cristiana dei giovani: direttori, confessori, catechisti, animatori pastorali, docenti. «Ogni pastore d'anime, o altra persona responsabile, sente la necessità di dedicare attenzione a quei giovani e adulti... che destano interesse per le loro particolari qualità... L'apprendimento di ciò che riguarda il riconoscere i segni di una vocazione e l'avviamento all'arte del discernimento e della direzione spirituale appartengono al programma di formazione e alla sfera ordinaria di attività del pastore d'anime e di altre persone responsabili all'accompagnamento delle vocazioni».[21]

Se si eccettua quanto appartiene al momento sacramentale, [pag. 152] non è richiesto che sia sacerdote o laico chi accompagna una vocazione presbiterale o laicale nella sua prima accoglienza.

Ma il servizio richiede da chi lo svolge, chiunque egli sia, di accettare la responsabilità di assistere un cammino vocazionale, mettendosi egli stesso all'ascolto nella preghiera; di testimoniare una personalità matura e una esperienza gioiosa della propria scelta; di aggiornare la formazione teologica e acquisire una certa conoscenza della psicologia giovanile in generale e di ciò che riguarda la vocazione in particolare; di conformarsi sulla misura di chi dialoga autorevolmente; di esercitare una funzione di vero sostegno nella ricerca, assicurando le condizioni che la rendono autentica.

Nella prassi salesiana dietro tutti coloro che accompagnano c'è la comunità che, guidata dal direttore, stabilisce criteri comuni, suggerisce modalità opportune e aiuta nel discernimento.

 


3.3.3 Il gruppo giovanile

 

«Esistono nelle chiese particolari diverse esperienze: gruppi per lo scambio di esperienze di fede e di apostolato: gruppi per una riflessione riguardante l'orientamento della vita; gruppi per l'approfondimento della vocazione in direzione di scelte consacrate».

«Il gruppo svolge un ruolo particolarmente efficace per la maturazione umana e cristiana, per la conquista dell'equilibrio affettivo; per il consolidamento della fede, specialmente in situazioni ambientali contrassegnate da diffusa indifferenza e incredulità».[22]

Nella prassi salesiana si riscontrano i due tipi di gruppi: quelli educativi e apostolici, quelli specificamente vocazionali.

I fattori vocazionali presenti in entrambi sono molti. Una prima elementare esperienza di comunità che porta a vedere, giudicare e agire insieme crea un'abitudine di vigilanza che abilita a reagire cristianamente di fronte ai diversi fenomeni. L'azione apostolica che i gruppi stimolano costituisce una prima prova di donazione, un incontro con i bisogni dei fratelli e un'esperienza dell'energia trasformante della presenza di Dio. Nei gruppi ha luogo l'incontro personale, necessario per il processo di identificazione, con le diverse vocazioni [pag. 152] in cui si esprime la missione della Chiesa: sacerdoti, laici, religiosi, genitori, dirigenti.

Il clima di riflessione allena ad operare gioiosamente scelte in funzione del bene degli uomini, della Chiesa, della sua missione salvifica. Si dà nel gruppo con facilità un rapporto personale attraverso il quale gli educatori scoprono le disposizioni e inclinazioni dei giovani e aiutano a dare concretezza agli ideali.[23]

I gruppi vocazionali aggiungono alcuni elementi più specifici. Sono formati da ragazzi e giovani che desiderano riflettere più a fondo sulla loro vocazione. Si costruiscono dunque come esperienza finalizzata a favorire la ricerca della volontà di Dio a riguardo del futuro dei membri.

I      loro programma include una tematica ritagliata sui due livelli degli obiettivi vocazionali di cui abbiamo parlato prima. Gli incontri regolari di approfondimento danno a questi gruppi le caratteristiche di un «ambiente» di riferimento vocazionale. Un animatore vocazionale orienta i gruppi. Accompagna i singoli giovani con particolare attenzione alla loro scelta di vita e, quando ne è il caso, li indirizza verso un direttore spirituale. Gli impegni del gruppo e di ciascun membro vengono selezionati in conformità alle finalità vocazionali. Pur con la massima apertura, si scelgono quei collegamenti che sono più significativi e chiarificatori dal punto di vista vocazionale.

Per ciò che riguarda la maturazione di germi di vocazione salesiana laicale, i gruppi danno la possibilità di incontri con modelli e ambienti e offrono lo spazio per presentare gli elementi dottrinali, storici ed esperienziali di cui abbiamo parlato.

Sottolineando la complementarità delle diverse vocazioni, le provano in campi di lavoro che sviluppano atteggiamenti tipici della vocazione laicale: animazione di ambienti educativi, volontariato, cooperazione allo sviluppo, presenza nel territorio. Tutto ciò aiuta a scorgere l'incidenza della fede sulle realtà del mondo.

Ma nessuna attività è ispirante o formativa per la materialità dei suoi elementi. Toccherà all'animatore motivare e illuminare [p. 154] perché emergano i valori che contiene, l'energia che la muove, le motivazioni e le finalità che danno particolare significato evangelico alle prestazioni e agli impegni.

 


3.3.4 Comunità di accoglienza e accompagnamento

 

Infine si deve pensare a predisporre ambienti atti a sviluppare nei candidati i germi e le disposizioni per la vocazione laicale.

Questi ambienti sono vari. Vengono infatti adeguati alle diverse condizioni dei soggetti, tali come il loro numero, l'età, la convenienza o meno di staccarsi dal proprio contesto e famiglia, il programma di studio che devono svolgere. Si ispirano però ad una visione oggettiva della vocazione salesiana che suggerisce una linea pedagogica da concretizzarsi nella forma e nello stile della comunità, nei contenuti, nelle esperienze educative.

Dai Regolamenti Generali[24] e dalla prassi della Congregazione si ricavano tre tipi di ambienti di accoglienza: l'aspirantato,[25] la comunità per giovani candidati (comunità proposta),[26] una comunità salesiana in cui il giovane viene inserito.[27]


A. L'Aspirantato

 

La sua natura e finalità sono descritte in Reg. 17: «È un centro di orientamento vocazionale salesiano. Mantenendosi aperto all'ambiente e in contatto con le famiglie, aiuta adolescenti e giovani che manifestano attitudini alla vita religiosa, a conoscere la propria vocazione apostolica e a corrispondervi».

Gli elementi specifici del suo progetto educativo si possono così riassumere:[28]

—   una comunità di educatori preparati e disponibili per l'orientamento vocazionale;

—   un ambiente in cui le caratteristiche dello spirito e dello stile [pag. 155] educativo salesiano vengono curati e vissuti insieme da educatori e giovani;

—   obiettivi specifici e periodicamente verificati che comprendono la formazione umana e cristiana di base, lo sviluppo dei germi di vocazione salesiana e una prima scelta personale attraverso il di­scernimento dei segni, in vista del noviziato;

—   un programma di contenuti umani, cristiani e salesiani (informazioni, conoscenze, esperienze, abilità) atti a realizzare gli obiettivi;

—   un programma di studi, simile a quello dei coetanei, di valore ci­vile, con opportuni complementi culturali e religiosi;

—   un'apertura normale alle famiglie, all'ambiente umano ed eccle­siale, alle manifestazioni legittime della vita giovanile.

Le modalità con cui vengono attuati questi punti fondamentali dipende da molti fattori, tra i quali eccellono l'età dei destinatari e il grado di decisione vocazionale a cui sono arrivati (disposizioni, intenzioni, propositi manifestati).

Se per circostanze particolari si intende organizzare un simile ambiente per tutto l'arco di età che va dalla preadolescenza all'immediato prenoviziato, si ritiene necessario dividerlo in due fasi: una di «orientamento e ricerca ancora generica; un'altra più chiaramente centrata sulla prospettiva della vocazione salesiana».[29]

La diversità tra le due fasi riguarda lo stile della comunità (corresponsabilità dei giovani, personalizzazione, spazi di autodeterminazione, impegni apostolici), la selezione dei candidati dai quali si esige progressivamente un'intenzione esplicita, sebbene non ancora totalmente verificata, di abbracciare la vita salesiana e una presenza di impegno maggiore sui contenuti vocazionali loro propri.

Le differenze tra le due fasi nelle modalità organizzative suggeriscono di creare ambienti distinti e diversi. Per quanto riguarda l'accoglienza dei candidati a coadiutori salesiani si presentano due possibilità: l'aspirantato specifico e quello integrato.

L'aspirantato specifico si propone il consolidamento e la matu­razione dei germi di vocazione laicale salesiana. Assume la linea indicata [pag. 157] da Regolamenti 17 e le ulteriori determinazioni pratiche suggerite dai documenti del Dicastero per la pastorale giovanile. Ma le attua diversificando alcuni elementi tipici dell'aspirantato. Nella comunità c'è una presenza preponderante e significativa di confratelli coadiutori. Il programma di studi e le qualificazioni vanno sulla linea della preparazione tecnica professionale. C'è una riflessione più attenta alla storia e alle caratteristiche della vocazione laicale. Si sottolineano nella vita comunitaria alcuni atteggiamenti e capacità tipici di questa stessa vocazione.

Ma, come avviene nell’aspirantato per candidati al presbiterato salesiano, anche in quello per coadiutori si presenta la vocazione salesiana nelle sue due possibili forme, in maniera chiara e propositiva, e si rimane aperti ad un orientamento vocazionale ampio. Da questa formula ci si aspetta un contatto più frequente e diretto con modelli di coadiutore, un'esperienza più immediata dei tratti della vocazione salesiana laicale, la possibilità di un accompagnamento più specifico. Si vuole anche arginare il pericolo che le disposizioni per questa vocazione in alcuni soggetti vengano soffocate da un ambiente in cui, per difetti di impostazione pedagogica, prevalgono prematuramente gli stimoli per il ministero sacerdotale.

La formula funziona quando i candidati sono relativamente numerosi (indice di natalità, forme di promozione, disponibilità delle famiglie) da poter costituire un ambiente-struttura proprio; quando la loro età e sviluppo consentono già una prima intenzione personale motivata, e i programmi di studio comportano differenze riguardo a quelli che si seguono nell’aspirantato per candidati al presbiterato.

Non poche ispettorie comunque, anche per ragioni di circostanza, adoperano la forma integrata, quella cioè in cui tutti gli aspiranti alla vita salesiana, sacerdotale o laicale, vengono accolti in un unico ambiente.

Le ragioni di fondo si rifanno ai criteri che guidano il progetto educativo pastorale: provvedere alla formazione cristiana e accompagnare i primi passi delle vocazioni sulla base comune della salesianità, dando tempo per una opzione più matura sulla forma di viverla.

Il vantaggio che ci si aspetta è quello di rendere comprensibile in forma vitale il carattere dell'unica chiamata alla consacrazione [pag. 157] apostolica secondo il progetto di Don Bosco che è per tutti; di abilitare tutti a vivere assieme, sin dall'inizio, in vicendevole stima e complementarità, secondo lo stile delle comunità salesiane.

Le ragioni di circostanza tengono conto del numero di candidati e della possibilità di soddisfare in un unico ambiente alle esigenze di studio, dipendenti molto dal contesto socioculturale.

Quando si assume questa modalità si deve assicurare una consistente e qualificata presenza di salesiani coadiutori tra il personale dirigente, anche in ruoli rilevanti, e un ambiente che non anticipa in dismisura motivi e insistenze presbiterali, che peraltro non sono propri di questa fase. È invece la vocazione salesiana alla vita consacrata e alla missione giovanile che va messa a fuoco, mentre si accompagna ciascuno nel discernimento e nella scelta.


B. Comunità vocazionali

 

«La cura tempestiva di questi giovani può essere condotta anche in altre forme: comunità di riferimento vocazionale...»?[30]

Nel piano di lavoro preparato per il secondo Congresso Internazionale per le vocazioni (1982) si dice: «Il seminario minore non viene considerato come l'unica struttura entro la quale cresce e matura una vocazione. Anzi è necessario intensificare il lavoro vocazionale con i giovani e con gli adolescenti mediante nuove forme ed esperienze complementari al seminario stesso».[31]

Queste forme alternative appartengono alla tradizione della vita religiosa e oggi ridiventano frequenti. La vita religiosa ha trovato nelle proprie comunità, particolarmente in tempi di forte tensione carismatica, il migliore ambiente per la crescita delle vocazioni. L'esempio dell'Oratorio di Don Bosco a Valdocco risulta eloquente.

Le circostanze locali e le esigenze pastorali possono consigliare la creazione di comunità piccole di accoglienza, con finalità identiche a quelle dell'aspirantato, ma con modalità differenti che rispondono meglio alla situazione di certi giovani di determinati contesti culturali ed ecclesiali.

Tali comunità, caratterizzate dai rapporti personali e dalla [pag. 158] corresponsabilità, prendono in considerazione la diversità dei candidati, li mantengono in relazione col proprio ambiente familiare e giovanile, si avvalgono di molteplici strutture scolastiche frequentate dai candidati a seconda dei diversi tipi di studio intrapresi, valutano la loro capacità di reagire di fronte agli stimoli correnti, positivi o negativi.

È indispensabile però che esse assicurino e guidino il processo vocazionale e che il loro programma e le loro modalità non siano lasciati alle decisioni di singole persone, ma siano assunte dalla responsabilità della comunità ispettoriale. [32]

Anche in queste comunità, come negli aspirantati, possono venir separati o messi assieme i candidati alla vita salesiana sacerdotale o di consacrazione laicale. A favore dell'una o dell'altra soluzione valgono le ragioni sopra esposte.

 


C. Inserimento in una comunità salesiana

 

Infine c'è l'inserimento del candidato in una comunità normalmente impegnata nel lavoro salesiano, ritenuta atta ad accompagnare una vocazione. [33]

In linea di principio ogni comunità dell'ispettoria potrebbe e dovrebbe servire come ambiente, esempio e appoggio per nuove vocazioni. Ciascuna di esse infatti vive le caratteristiche della missione salesiana, fonde in un unico tipo religioso la vocazione sacerdotale e quella laicale ed è chiamata ad assumere quel servizio tipico della pastorale salesiana che è la cura delle vocazioni.[34]

Le si può dunque chiedere di offrire ai candidati spazi di esperienza autentica, informazioni sulla vita salesiana e assistenza spirituale.

Va allora superata, qualunque siano poi le scelte giudicate più opportune, la divisione tra comunità capaci di accogliere e quelle che non lo sono. Il CG21 raccomandava di affrontare il problema delle vocazioni a partire dalla persona del salesiano e dalla vita della comunità. «È fondamentale l'autenticità del nostro essere cristiani e [pag. 159] salesiani, come lo è un'immagine della Congregazione che presenti una identità 'chiara', nelle sue motivazioni evangeliche, nei suoi destinatari e nel suo progetto educativo... la testimonianza e l'azione di ogni confratello saranno sempre lo stimolo più forte e la mediazione più efficace per aiutare i giovani a una risposta generosa a Cristo».[35]

Per coloro che si orientano verso la vita salesiana laicale si preferiranno quelle comunità in cui questa vocazione ha espressioni più rilevanti e attraenti.

 


CONCLUSIONE: ANIMARE, PREGARE

 

Quanto veniamo dicendo è affidato a responsabilità definite che operano comunitariamente. Poiché la pastorale vocazionale si compone di interventi molteplici e convergenti, ci vogliono convinzioni diffuse e condivise, coinvolgimento attivo delle comunità, programmi portati avanti assieme, ruoli coordinati. Il tutto sostenuto da una fiducia totale nella grazia e spinto da una volontà di servizio al Signore, alla Chiesa e ai giovani. La pastorale vocazionale implica e suppone tensione spirituale, conoscenza aggiornata delle questioni specifiche, aggiornamento metodologico, appoggi organizzativi e pratici.

L'animazione appare allora necessaria. Con essa si vuole passare dall'azione soltanto individuale al coinvolgimento comunitario, dagli interventi occasionali e settoriali ai piani organici e stabili, dal «settore» vocazionale slegato alla sua integrazione in un programma completo di pastorale giovanile, dal carattere funzionale dei nostri interventi (per avere...) al criterio educativo (perché la persona cresca secondo il piano di Dio).[36]

Sia a livello ispettoriale che locale l'animazione chiama in causa responsabilità di governo e ruoli di sostegno.

I primi definiscono l'orientamento della pastorale vocazionale e le garantiscono un largo spazio nella pastorale giovanile globale. È il compito dell'Ispettore e del Direttore con i rispettivi Consigli. Ai [pag. 160] secondi tocca attivarla, stimolarla, appoggiarla, coordinarla. Questi ruoli possono essere svolti da persone singole o da équipe. Ma «più che delegare a fare, devono essere degli stimolatori e informatori delle varie comunità».[37]

Per ciò che riguarda la vocazione del salesiano coadiutore l'animazione tenderà in primo luogo ad assicurare la mentalità e la testimonianza delle singole comunità.

La mentalità riguarda una giusta visione dell'originalità del carisma, della missione e della comunità salesiana manifestata in espressioni verbali, nell'organizzazione e nelle valutazioni.

La testimonianza si riferisce alla vita della comunità, ai rapporti al suo interno, all'apprezzamento degli aspetti laicali per ottenere le finalità educative e pastorali proprie dell'azione salesiana.

Ma oltre la mentalità e la testimonianza bisognerà curare che l'orientamento vocazionale venga esplicitamente incluso nel progetto educativo pastorale ai tre livelli con attività e momenti differenziati: per tutti i ragazzi, per quelli che manifestano segni di particolari vocazioni, per quelli che si orientano alla vita salesiana.[38]A tutti poi venga presentata la vocazione salesiana laicale nella sua ricchezza di svariate possibilità.

Bisognerà dunque che, sempre con il coordinamento di dirigenti e animatori, gli orientamenti vengano tradotti in obiettivi raggiungibili, sulla misura dei ragazzi concreti a cui gli interventi sono rivolti; in esperienze praticabili, a cui vengono interessati tutti i componenti della comunità, sebbene con contributi diversi (ambiente, rapporto, dialogo personale, momenti specifici).

Si impone poi la verifica e riprogettazione periodica. Ciò porterà ad approfittare di quanto è stato sperimentato con successo e a tentare vie nuove per la presentazione della vocazione del salesiano coadiutore.

Ma il punto principale dell'animazione è mantenere le comunità in uno stato permanente di preghiera per le vocazioni. Ne abbiamo parlato già come di un compito fondamentale della pastorale vocazionale. [pag. 161]

La preghiera è invocazione-petizione, ma anche sforzo di consapevolezza di fronte a Dio, meditazione, apertura ai suoi disegni, comunione con coloro che ci hanno preceduto nel cammino che noi cerchiamo di percorrere. Intenzioni, formule di preghiere, testi di lettura, intercessori (i salesiani coadiutori servi di Dio!)[39]aiuteranno a includere la preoccupazione della vocazione salesiana laicale nel nostro desiderio espresso ogni giorno al Signore: «che mandi operai alla sua messe».

In particolare non bisognerà dimenticare mai quanto affermano le Costituzioni circa il clima gioioso e familiare della comunità salesiana: «tale testimonianza suscita nei giovani il desiderio di conoscere e seguire la vocazione salesiana».[40]



[1] * Cf. Sviluppi della cura pastorale delle vocazioni nelle Chiese particolari: esperienze del passato e programmi per l'avvenire, Tema generale del Secondo Congresso Internazionale per le Vocazioni, a cura delle Congregazioni per le Chiese Orientali, per i Religiosi e gli Istituti Secolari, per l'Evangelizzazione dei Popoli, per l'Educazione Cattolica. Documento conclusivo, Roma, Ed. Rogate Ergo, 1982; * Documenti delle chiese locali, per es. Conferenza episcopale italiana, Vocazioni nella Chiesa italiana. Piano pastorale per le vocazioni, Bologna, EDB, 1985; * CG21, La fecondità vocazionale della nostra azione pastorale, Documenti Capitolari, nn. 106-119 Roma 1978; * Dicastero Pastorale Giovanile, Lineamenti essenziali per un Piano Ispettoriale di Pastorale Vocazionale, Roma 1981.

[2] CG21 106.

[3] Sviluppi della cura pastorale..., o. c. n. 42.

[4] CG21 112.

[5] CG21 113.

[6] Cf. Gv 1, 39.

[7] Cf. Lc 9, 1-6.

[8] Sviluppi della cura pastorale..., o. c. n. 23.

[9] Ib. n. 25-28.

[10] Ib. n. 15.

[11] CG21 113.

[12] Sviluppi della cura pastorale..., o. c. n. 131.

[13] MB 12, 151.

[14] CG21 112b.

[15] Cf. * CERIA E., Profili di 33 coadiutori salesiani LDC, Colle Don Bosco 1952; * BIANCO E., La mano laica di Don Bosco. Il Coadiutore salesiano,LDC, Torino 1982; * BIANCO E., Rico J. E., Salesiano Coadjutor, Ed. CCS, Madrid 1984; * FORTI E., Fedeli a Don Bosco in Terra Santa. Profili di otto coadiutori salesiani, LDC, Torino 1988.

[16] Cf. * ENTRAIGAS R., El pariente de todos los pobres, Ed. Don Bosco, Buenos Aires 1961; * BIANCO E., Artemide Zatti, il parente di tutti i poveri, LDC, Torino 1978; * FORTI E., Un buon samaritano. Simone Srugi, Salesiano Coadiutore, Scuola Grafi­ca Don Bosco, Ge-Sampierdarena 1967; * FORTI E., Da Nazareth qualcosa di buono. Servo di Dio Simone Srugi, Ed. SDB, Roma 1981.

[17] PC 10.

[18] LG 43.

[19] Cf. Sviluppi della cura pastorale..., o. c.

[20] Ib. n. 50.

[21] Ib. n. 50.

[22] Ib. n. 51.

[23] Cf. * Dicastero Pastorale Giovanile, Lineamenti Essenziali per un Piano Ispettoriate di Pastorale Vocazionale, Roma 1981. * Sviluppi della cura pastorale..., o. c. n. 51.

[24] Cf. art. 16, 17.

[25] R 17.

[26] CG21 118.

[27] R 16.

[28] Dicastero Pastorale Giovanile, Lineamenti Essenziali..., o. c. n. 49-50.

[29] Cf. *CG21 118; * Dicastero Pastorale Giovanile, Lineamenti Essenziali..., o. c. n. 48.

[30] CG21 118.

[31] Riv. Seminarium, ottobre-dicembre 1981, p. 991.

[32] Cf. CG21 118.

[33] Cf. CG21 118.

[34] Cf. C 28, 37.

[35] CG21 112.

[36] Dicastero Pastorale Giovanile, Lineamenti Essenziali..., o. c, n. 53.

[37] CG21 114.

[38] Cf. C 6, 28, 37.

[39] I Coadiutori Salesiani Artemide Zatti e Simone Srugi. Cf. le biografie citate alla nota n. 16.

[40] C 16.

 Cfr. Il salesiano coadiutore. Storia, identità, pastorale vocazionale, Roma, Editrice SDB, 1989 (le pagine indicate in parentesi quadra indicano la pagina esatta del volume in edizione cartacea). 

 


2. L'IDENTITÀ VOCAZIONALE DEL SALESIANO COADIUTORE: APPROFONDIMENTI TEOLOGICI [pag.70]
2.0 PREMESSA 

Si è presentata a larghi tratti la storia del Salesiano coadiutore. Non è la storia di un'idea, ma di un dono che lo Spirito Santo, attraverso Don Bosco, ha fatto alla sua Chiesa. È stato percepito e amato da Don Bosco e da lui sempre meglio conosciuto e apprezzato come ricchezza di una comunità originale e attiva al servizio dei giovani.

I Salesiani coadiutori hanno dato ai giovami, specialmente più poveri, ma hanno anche ricevuto da questo contatto il dono di essere di più quello che già erano. Nella loro storia, lo abbiamo visto, questo è chiaro: essi hanno imparato dai giovani e dal loro mondo ad essere più se stessi.

È un messaggio della storia questo: ogni vocazione è un mistero che si manifesta, si dona, riceve e cresce nel tempo stesso in cui, a contatto con le situazioni giovanili e popolari si offre per il loro servizio.

La storia, attraverso i diversi strumenti con cui si accosta, porta a questa ricchezza sempre in movimento di servizio per gli altri e di crescita di se medesimo.

L'identità vocazionale del Salesiano laico è stata progressivamente ridefinita nei Capitoli generali del postconcilio, che hanno condotto ad una più chiara visione della figura e del ruolo del Salesiano coadiutore: si deve ricordare specialmente il CG21 che vi ha dedicato un apposito documento. Tutta la riflessione capitolare è poi confluita nel testo rinnovato delle Costituzioni, approvato dalla Santa Sede.

L'intera Congregazione si è molto impegnata in questo compito non facile. Lo ha fatto seguendo gli orientamenti del Vaticano II, le autorevoli indicazioni del Rettor Maggiore, lo studio degli esperti e, in particolare, l'esperienza viva degli stessi Soci laici. [pag. 71]

Oggi è a nostra disposizione un ampio insegnamento. Si tratta di penetrarne la profondità e rendersene più consapevoli, tenendo presente anche la riflessione in atto nella Chiesa che sta chiarendo in modo particolare due argomenti: 1. i molti sensi ed aspetti dell'identità e, 2. le componenti della laicità e della secolarità. Privilegeremo dunque questi due argomenti e su di essi fermeremo la nostra riflessione. 


2.1 IDENTITÀ: I MOLTI SENSI 

Una spiegazione iniziale dei termini aiuta sicuramente l'indagine e aiuta anche a comprendere meglio il delicato e complesso lavoro compiuto in Congregazione nell'ultimo ventennio per definire la nostra identità. In tale periodo, infatti, si è parlato molto di identità riferendola alla Chiesa, alla Famiglia salesiana e, in essa, alla nostra Società, ai Salesiani preti e ai Salesiani coadiutori. Se ne è parlato in molti sensi. Qui se ne indicano alcuni principali.[1] 


2.1.1 Identità salesiana quantitativa e qualitativa 

Si parla di identità salesiana in termini quantitativi o numerici quando, ad es., si fanno domande come queste: quanti sono i Salesiani?, il loro numero aumenta o diminuisce?, e il numero dei Salesiani coadiutori? cosa dicono le statistiche circa il loro rapporto in percentuale con i Salesiani preti?

Si parla di identità salesiana in termini qualitativi quando, invece, si sollevano interrogativi come i seguenti: chi siamo noi, oggi, nella società e nella Chiesa? chi sono i Salesiani coadiutori per i Salesiani preti e per gli appartenenti alla Famiglia salesiana? come sono visti dagli altri nella società e nella Chiesa?

Se, come si vedrà, i problemi più rilevanti riguardano piuttosto l'identità qualitativa, quelli attinenti l'aspetto numerico non vanno [pag. 72] tenuti in poco conto. Nel caso dei Salesiani coadiutori, anzi, si aprono su un panorama che può preoccupare.[2] 


2.1.2 Identità salesiana personale e comunitaria 

Si parla di identità salesiana anche in senso personale comunitario. In senso personale quando ci si riferisce alla persona del singolo salesiano considerato nella sua appartenenza alla Congregazione e alla Famiglia salesiana.

Se ne parla in senso comunitario o collettivo quando ci si riferisce a un «noi», ai Salesiani presi nel loro insieme. In Congregazione, i rapporti di amicizia, di comunione fraterna, di collaborazione e di solidarietà consentono di essere e di agire come un «noi», che ha una propria esistenza e originalità, perché saldato dalla comune missione salesiana e dal comune spirito di Don Bosco.

Il testo rinnovato delle Costituzioni usa correntemente il «noi». Vuol mettere in risalto l'identità salesiana comunitaria: il singolo fa parte di un «noi»; ciascuno è salesiano non da solo, ma «con» altri Salesiani.

I rapporti tra Salesiani preti e Salesiani laici sono elementi costitutivi dell'identità così intesa. L'identità degli uni incide su quella degli altri e non possono essere pienamente descritte e vissute senza riferirsi quella degli uni a quella degli altri, reciprocamente. La pre­senza dunque di Salesiani laici nella comunità salesiana non è un fatto accessorio o marginale. Essa mette in questione la fedeltà al progetto comunitario e operativo di Don Bosco e il fatto riguarda da vicino l'identità in se stessa.[3] 


2.1.3 Identità relazionale 

La persona e il gruppo esistono solo in un più vasto corpo so­ciale, il mondo. [pag. 73]

I lineamenti che configurano l'identità sono leggibili solo se si parte dal tessuto di relazioni che la persona singola o il «noi» collettivo hanno con le altre persone e con l'universo religioso in cui si muovono.

Per ridefinire l'identità della nostra Società il testo delle nostre Costituzioni indica non soltanto i suoi lineamenti interni (la consacrazione apostolica e la forma: artt. 2. 3. 4), ma anche il tipo di rapporto che essa ha con la Famiglia salesiana (art. 5) nella Chiesa (artt. 6. 23), col mondo contemporaneo (art. 7) e con l'universo religioso cristiano (la presenza di Maria e dei Protettori: art. 8. 9) e non cristiano (art. 7).

Più precisamente, entrano tra le componenti da prendere in considerazione: il nome e l'appellativo, l'età, il numero dei componenti, lo scopo che la Congregazione persegue, la sua struttura giuridica, i valori in essa vissuti o ricercati, le norme positive o morali che la reggono, le culture in cui i suoi membri vivono o di cui sono artefici.

Li prenderemo in considerazione. 


2.1.4 Identità reale e ideale 

Nel tessuto di relazioni che costituiscono l'identità qualitativa si distinguono un'identità reale e un'identità ideale.

L'identità reale è quella vissuta e prodotta, in modo spontaneo o consapevole, dal singolo o da un gruppo nella maniera di vivere e di agire quotidianamente.

Ogni Salesiano ha una sua identità. La vive e la rivela nel suo modo di lavorare, di pregare e di parlare, nel suo modo di comportarsi con i confratelli, i giovani e le persone con cui viene a contatto. Può esserne più o meno consapevole. Se ne rende conto specialmente quando attraversa momenti di difficoltà e quando fa una specie di bilancio della sua vita.

Ogni comunità salesiana, locale o ispettoriale, ha una sua identità. La esprime nel suo vissuto quotidiano. La si può percepire nella convivenza di ogni giorno e specialmente nelle varie forme di incontri comunitari e nei rapporti col territorio in cui essa opera.

L'identità ideale è quella progettata come meta verso cui tendere, [pag. 74] perché ritenuta più perfetta rispetto a quella effettivamente vissuta e sempre variamente difettosa.

Nel ridefinire la nostra identità le Costituzioni hanno avuto pre­sente l'esperienza dei Salesiani e delle loro comunità e, quindi, la loro identità reale, qualitativa e comunitaria. Hanno utilizzato il criterio esperienziale. Ma insieme hanno cercato anche di definire la nostra identità ideale, in modo che essa fosse il più conforme possibile al vangelo, agli esempi e insegnamenti di Don Bosco, alle indicazioni autorevoli dell'attuale magistero della Chiesa.

Nel presentare l'identità vocazionale del Salesiano laico ci si riferirà alla sua identità reale e soprattutto a quella ideale delineata dalle Costituzioni. 


2.1.5 Identità istituita 

Il Salesiano non è un'isola. Appartiene a una Congregazione, a una comunione di persone regolata da norme. È membro di un'istituzione religiosa e apostolica.

Questo aspetto istituzionale rientra nell'identità personale del singolo e in quella collettiva dei Salesiani. È appunto l'identità salesiana cosiddetta istituita.

Quando le Costituzioni e i Regolamenti indicano i vari tipi di attività e di opere in cui operiamo come missionari dei giovani, quando descrivono la comunità salesiana ai vari livelli e danno indicazioni e norme per la pratica dei consigli evangelici, per la formazione iniziale e permanente, per il servizio dell'autorità definiscono appunto gli aspetti istituzionali della nostra identità. 


2.1.6    Identità espressa: necessità e limiti 

L'identità salesiana espressa è la descrizione della nostra identità reale o ideale e istituita fatta attraverso il discorso, i pronunciamenti, le norme.

Quando un Salesiano o una comunità scrive o parla di sé, della propria vita e attività, dei suoi rapporti con gli altri, dei suoi atteggiamenti e comportamenti, dei suoi valori e dei suoi progetti, esprime la sua identità e lo fa per lo più in forma spontanea. [pag. 75]

Ma vi è una forma autorizzata di manifestarla: è il discorso ufficiale fatto da autorità riconosciute come sono il Papa, il Rettor Maggiore, i Capitoli generali, i Superiori ai vari livelli.

Per farlo, oggi, ricorrono alle intenzioni e agli esempi di Don Bosco fondatore, alla tradizione, specialmente alle Costituzioni e ai Regolamenti che sono il testo approvato e autorevole in cui sono descritti i lineamenti fondamentali della nostra identità.

Questo discorso detto «autorizzato» è un discorso indispensabile e ad esso, quasi esclusivamente, si riferisce quanto diremo sull'identità del Salesiano laico. Eppure è un discorso che non va assolutizzato a scapito della descrizione spontanea dell'identità salesiana. Pur con i suoi limiti, questa sovente anticipa e prepara i pronunciamenti ufficiali. Se i confratelli non si fossero espressi e non avessero fatto presenti le loro esperienze e le loro convinzioni, non si sarebbe potuto condurre a termine, con la ricchezza che oggi possiede, il complesso lavoro di revisione delle Costituzioni.

Ci si guarderà allora dal ridurre la nostra identità personale o comunitaria alle riflessioni che si fanno su di essa e, sopra tutto, dal ritenere risolti problemi di identità che essa pone ai Salesiani preti e laici per il semplice fatto che essi ormai possono contare su idee chiare e distinte. Esse sono utili, persino necessarie per vivere in modo autentico la vocazione salesiana. Ma non esprimono tutta la variegata esperienza spirituale e apostolica della Congregazione né pretendono di risolvere i problemi spesso drammatici che essa presenta. 


2.1.7 Il cammino storico dell'identità salesiana 

Ogni discorso tende a fissare l'identità in una specie di fotografia. Coloro che sono restii al cambio la pietrificano e sembrano ignorare che la tensione tra permanenza e dinamismo è vitale e regola lo sviluppo degli esseri spirituali.

L'identità delle persone e delle istituzioni cambia con il tempo. A cinquantanni uno è diverso da quando ne aveva venti: la vita lo ha cambiato, anche se la coscienza di se stesso rimane. La nostra Congregazione ha una data di nascita. Da allora si è via via sviluppata ed estesa a tutto il mondo, si è articolata in ispettorie e regioni, [pag. 76] ha in parte modificato la sua configurazione giuridica, si è adattata a diverse culture e alle varie generazioni di Salesiani. Quanto poi è avvenuto nell'ultimo trentennio, dietro la spinta innovatrice del Vaticano II e delle mutate situazioni in cui si vive e si opera, lo dimostra all'evidenza.

Non sorprende! Al contrario, la Congregazione, coinvolta in av­venimenti storici in costante evoluzione, per vivere e progredire nel suo servizio ha dovuto assumerne le espressioni culturali o ricollocarsi di fronte ad esse e condividerne o meno gli aspetti che le caratterizzano.

La nostra identità ha dunque una dimensione temporale, è sottoposta all'evoluzione della storia e ai suoi dinamismi. Per quanto riguarda i Salesiani coadiutori, lo abbiamo visto, indica bene i cambi e le mutazioni avvenute.

La nostra tradizione ha riassunto questo processo nell'espressione: «con Don Bosco e con i tempi», mentre il magistero salesiano, da tempo, preferisce parlare di «fedeltà dinamica».[4] 


2.1.8 Il senso dell'identità «collettiva» 

Nei periodi di crisi vocazionale ci si interroga spesso sul «senso» della propria vita. Negli anni del postconcilio la nostra Congregazione si è chiesta se mai la figura del Salesiano coadiutore poteva avere ancora senso in un mondo così mutato. Alcuni si erano persino rassegnati alla sua scomparsa, tanto poco ci credevano. Si trattò di atteggiamenti certamente criticabili e giustamente denunciati, ma purtroppo reali.[5]

Un'identità personale e collettiva ha senso finché le sue componenti sono coerenti e significative per le persone interessate e quando le sue finalità e i suoi valori sono leggibili e credibili per gli altri. Se viene a mancare questa coerenza, se essa diventa variamente insignificante, poco leggibile e credibile, l'identità diviene priva di valore ed entra in crisi. [pag. 77] L'enorme lavoro che la nostra Congregazione ha compiuto nell'ultimo ventennio, ha avuto di mira la riconquista e l'assicurazione, per i Salesiani preti e per i Salesiani laici, che la loro vocazione ha un senso attuale nella chiesa al servizio del vasto mondo dei giovani, specialmente più poveri. 


2.2 ALCUNI ASPETTI GENERALI DELL'IDENTITÀ DEL SALESIANO COADIUTORE: CRITERI 

Chiariti i diversi «sensi» secondo cui si parla oggi di identità salesiana, se ne presentano ora vari aspetti. Alcuni sono essenziali e determinati, altri non sono tali, pur essendo importanti.

I fini e i valori professati costituiscono, senza dubbio, le componenti che determinano la nostra identità vocazionale. Le Costituzioni quando parlano della nostra consacrazione apostolica che comprende lo spirito salesiano, la missione, la comunità fraterna, la pratica dei consigli evangelici, il dialogo col Signore nella preghiera, intendono riferirsi ai valori morali e religiosi in cui crediamo e che alimentano la nostra azione e la nostra vita.

Essi sono lineamenti vocazionali così importanti e centrali da meritare una riflessione a parte. La faremo.

Qui segnaliamo altri aspetti della nostra identità che influiscono variamente su quelli essenziali e, in parte almeno, li condizionano. Per questo richiedono di essere presi nella dovuta considerazione. 


2.2.1 La consistenza numerica e la collocazione geografica 

La consistenza numerica dei Salesiani, preti e coadiutori, e la loro collocazione geografica sono fattori di identità. In Congregazione vi si è stati particolarmente attenti. Se ne sono interessati i Superiori e i Capitoli generali, traendone motivi di speranza e di preoccupazione a seconda dei dati che le statistiche offrivano. L'ultima dichiarazione al riguardo fu fatta dal Rettor Maggiore al Capitolo generale 22: «Debbo lanciare un grido di allarme. Nella prima parte [della relazione sullo stato della nostra Società] ci siamo soffermati con intenzionata diligenza a presentare in ogni continente i [pag. 78] dati statistici riferentisi ai confratelli coadiutori. Ne è risultato un panorama preoccupante. Mentre nella chiesa si sta parlando di 'un'ora del laicato', sembrerebbe che gli istituti maschili di vita attiva (e noi tra essi) non abbiano saputo coinvolgere questo aspetto nel processo di rinnovamento della loro comunità religiosa. Noi salesiani, poi, quanto più ci rivolgiamo verso i nostri destinatari preferenziali, soprattutto nel terzo mondo, tanto più sentiamo angosciosamente l'impatto negativo del calo numerico dei coadiutori.

«La comunità salesiana non può prescindere da questa figura tanto caratteristica di socio, che testimonia prioritariamente una delle sue componenti costitutive. Enumeriamo alcuni dei gravi problemi che rimangono aperti:

—  innanzitutto, il calo numerico dei confratelli coadiutori;

—  il fatto che vi siano parecchie ispettorie senza novizi coadiutori;

—  il permanere in molti confratelli di una mentalità alienata da questo urgente problema, per ignoranza o per pregiudizi;

—  una certa amarezza in alcuni, alimentata da preconcetti che considerano i valori del sacerdozio e quelli del laicato non partendo dalla sintesi di mutua complementarità propria dello spirito salesiano, ma da considerazioni generiche che concorrono a indebolire l'indole propria della nostra comunità; [...]

—  l'indebolimento e la diminuzione degli apporti specifici del ministero sacerdotale nell'azione della comunità in conformità ai criteri pastorali del sistema preventivo;

— un cresciuto secolarismo nella mentalità e negli atteggiamenti di non pochi confratelli preti.

[...] Non è tanto una categoria di soci che è in crisi, ma è la componente laicale della stessa comunità che è interpellata e che deve venir ripensata in fedeltà a Don Bosco e ai tempi».[6]

Il calo numerico segnalato fa problema, ma non deve ingenerare atteggiamenti negativi improntati ad amarezza, a pessimismo, a sfiducia. Deve piuttosto sollecitare un rinnovato impegno per far meglio conoscere e apprezzare, all'interno della Congregazione e nel più vasto territorio in cui operiamo, la nostra identità di Salesiani [pag. 79] presbiteri e laici; per prestare un'attenzione continua alla situazione locale, alle sue prospettive e ai nuovi spazi che vi si aprono e per promuovere un'illuminata, coraggiosa e fiduciosa pastorale vocazionale. 


2.2.2 Gli appellativi di «Coadiutore» e di «Salesiano laico» 

Scegliere, accettare o mutare il nome non è cosa indifferente o soltanto formale. Lo si voglia o no, il nome classifica una persona o un gruppo, rivela la loro appartenenza a un determinato mondo culturale e a una connessa gamma di valori e di non valori, che toccano l'identità.

Negli Ordini e Congregazioni religiose non esclusivamente laicali, lo si è visto, i membri laici sono indicati con diversi appellativi: o si dicono conversi, oblati, servitori, oppure fratelli, confratelli, coadiutori, ausiliari, discepoli. Questi appellativi sono nati in contesti cristiani e richiamano o richiamavano ai credenti alcuni valori evangelici: i conversi, ad esempio, la conversione, gli oblati la donazione di sé, i servitori il servizio cristiano, i fratelli o confratelli la fraternità religiosa, i coadiutori l'aiuto e la collaborazione, i discepoli il discepolato evangelico.

D'altra parte furono appellativi utilizzati in determinati contesti. Proprio per questo, oltre ai valori evangelici essi indicavano anche altri aspetti della vita e dell'azione dei religiosi laici sia all'interno del rispettivo Istituto che nel più vasto ambiente della Chiesa e della società. In concreto, designavano:

— gli uffici, semplici o variamente rilevanti, e i ruoli, per lo più subordinati, dei religiosi laici;

— il loro tipo di presenza nella vita comunitaria come categoria a parte oppure come fratelli alla pari dei religiosi presbiteri;

— il rapporto che avevano con questi, fatto di servizio, di aiuto, di collaborazione paritaria;

— il loro grado di formazione e il loro livello culturale.

In breve, gli appellativi indicavano il loro «status» sociale e cul­turale, canonico e religioso, di gruppo, di categoria, di «classe».

Don Bosco, lo si sa, per designare i Soci laici della sua Congre­gazione si attenne alla legislazione canonica vigente al suo tempo e [pag. 80] scelsel'appellativo di «Coadiutori». Questo appellativo faceva già problema tra i Salesiani di allora, ma egli non volle che lo si cambiasse.

Il problema è riemerso nell'ultimo ventennio. Nei Capitoli generali del postconcilio si discusse se mantenere o cambiare l'appellativo di «Coadiutori».

Per alcuni era questo il nome dato da Don Bosco fondatore. È carico di valori legati alla nostra tradizione e a tante mirabili figure di Salesiani laici. Modificandolo ci si sarebbe esposti al rischio di rompere con le proprie radici e con il patrimonio salesiano e culturale della nostra Società.

Per altri, l'appellativo «Coadiutore» traduce poco i significati della tradizione ed è incomprensibile, oggi, fuori dei nostri ambienti. Richiama inoltre un'immagine caratterizzata da una certa dipendenza, marginalità e «discriminazione». È un'immagine non più proponibile a possibili aspiranti alla vita salesiana. Per questo, il suo cambio era ritenuto non solo utile, ma necessario.

Tenuto conto di questi vari motivi, e specialmente del fatto che «la nostra Società è composta di chierici e di laici che vivono la medesima vocazione in fraterna complementarità»,[7] le Costituzioni rinnovate hanno scelto, per gli uni e per gli altri, il sostantivo «Salesiano» che connota l'unica vocazione da legare poi con l'aggettivo «coadiutore«o «laico» e «presbitero» o «prete», capace di specificare la forma vocazionale propria.[8]

In tal modo si è voluto da un lato essere fedeli al volere di Don Bosco e, dall'altro, venir incontro agli attuali contenuti del linguaggio e alle giuste attese dei Confratelli. Ma, sopra tutto, si è inteso sottolineare i rapporti di piena uguaglianza tra Salesiani preti e Salesiani laici, voluti dal nostro Fondatore e ribaditi più volte dai suoi successori come aspetto originale della nostra identità. [pag. 81] 


2.2.3 Influsso delle strutture 

La struttura fa parte dell'identità e i vari tipi di strutture della Congregazione influiscono sulla nostra identità.

Noi Salesiani «siamo riconosciuti nella Chiesa come istituto religioso clericale, di diritto pontificio, dedito alle opere di apostolato».[9] Sono questi i lineamenti giuridici essenziali della nostra identità nella Chiesa.[10]

È bene far notare che il carattere «clericale» della nostra Congregazione va inteso tecnicamente nel suo specifico senso «canonico». Esso esprime nella forma giuridica un aspetto della sua realtà carismatica. Infatti comporta che la guida, cioè il servizio di animazione e di governo delle comunità — chiamato ad essere in quanto tale nucleo propulsore della pastorale giovanile — sia affidato, ai vari livelli, a un confratello presbitero, a ciò qualificato dalla grazia del ministero sacerdotale e dalla personale competenza e sensibilità pastorale. La caratteristica di questo servizio, però, che Don Bosco volle e la tradizione confermò motivandola, è strettamente collegata a una specifica valorizzazione della componente laicale. Nella co­munità salesiana infatti «chierici e laici vivono la medesima vocazione in fraterna complementarità», recita l'articolo 4 delle Costituzioni. In essa — aggiunge l'art. 45 — «ciascuno è responsabile della missione comune e vi partecipa con la ricchezza dei suoi doni e delle caratteristiche laicale e sacerdotale dell'unica vocazione salesiana».

Questo apporto di ricchezze diversificate alimenta il nostro spirito di famiglia contrario ad atteggiamenti comunque discriminanti tra confratelli.

Altre strutture rivestono al riguardo una loro importanza da non sottovalutare. Esse sono:

— le strutture operative: scuole, oratori, parrocchie, centri di studi superiori, editrici, librerie, stazioni missionarie, centri di acco­glienza, centri di spiritualità; [pag. 82]

— le strutture formative: campi scuola, aspirantati, noviziati, studentati, università;

— le strutture di comunicazione: Atti del Consiglio generale, Bollettino salesiano, notiziari ispettoriali, visite dei Superiori, incontri comunitari a raggio locale ispettoriale regionale internazionale, convegni;

— le strutture di governo, quali esercizio dell'autorità ai vari livelli;

— le strutture finanziarie: economati e uffici amministrativi ai vari livelli.

Prescindendo, per il momento, dalle strutture di governo, sembrano opportune alcune considerazioni sull'influsso che le altre elencate hanno sull'identità salesiana, individuale e collettiva.

I rapidi e profondi cambi sociali e culturali che si sono verificati nell'ultimo trentennio hanno richiesto, a volte, mutamenti di rilievo nelle strutture operative e formative. I nuovi ruoli professionali hanno provocato la superqualificazione di alcuni Salesiani coadiutori. Per far fronte alle accresciute esigenze delle scuole professionali, dei centri editoriali, degli istituti superiori, si rese necessario qualificarsi a livello universitario e munirsi di titoli accademici. D'altra parte, questi stessi fenomeni provocarono la dequalificazione di altri. La progressiva chiusura di alcuni laboratori (sarti, calzolai, falegnami), di scuole professionali e agricole costrinse un certo numero di Salesiani coadiutori ad abbandonare compiti professionali di prestigio svolti, in non pochi casi, per lunghi anni, e ad adattarsi ad altri, spesso meno qualificati e gratificanti. Questi stessi compiti poi li sottrassero al contatto personale e prolungato con i giovani, che così non poterono più incontrare e capire dal vivo, in tutto il suo significato, il modello di vita del Salesiano laico.

Questi fenomeni provocarono inoltre la permeabilità dei ruoli: compiti come quelli del maestro d'arte, del direttore editoriale, del capo laboratorio, riservati fino a un recente passato ai Salesiani coadiutori, vennero assunti anche dai Salesiani preti.

In breve, i cambi delle strutture operative incidono più o meno, ma sicuramente, sull'evoluzione dell'identità, causano crisi di ruoli e condizionano il flusso delle vocazioni.

Nella formazione iniziale e permanente sarà dunque necessario tenere nella dovuta considerazione questo fenomeno, per alcuni [pag. 83] aspetti positivo e per altri preoccupante. I cambi sociali e culturali dovuti al continuo progredire della scienza e della tecnica fanno scomparire alcuni ruoli e ne fanno emergere altri; esigono persone formate in modo da poter periodicamente riqualificarsi, assumere nuovi compiti, recepire nuovi valori, ovviando ai disvalori che sempre si accompagnano ai mutamenti profondi e accelerati.

Oggi le nostre strutture sono codificate. Le Costituzioni, i Regolamenti, la Ratio, i vari Direttori assieme alle indicazioni contenute nella nostra secolare tradizione, costituiscono un corpo di norme che struttura la nostra vita e la nostra azione.

Oltre alla normativa scritta vi sono anche usi, costumi e prassi generalmente non codificati, ma ugualmente influenti sul nostro modo di vivere, di lavorare, di pregare.

Le nostre strutture codificate raggiungono lo scopo di guidare con sicurezza a un'autentica vita salesiana solo quando sono accolte e fedelmente attuate. La nostra identità è toccata più dall'interio­rizzazione di una struttura che non dalla sua codificazione, anche se per interiorizzarla bisogna pure che essa sia identificata nel suo valore e codificata.

Che la nostra identità di Salesiani preti o laici sia vitalmente segnata, in positivo e in negativo, più dalle norme di fatto praticate che non da quelle semplicemente codificate lo si è sperimentato e, spesso, sofferto nel periodo del postconcilio, quando si trattò di mettere in pratica il testo rinnovato delle Costituzioni e le delibere dei vari Capitoli generali.

In ogni caso, l'esperienza recente ci convince sempre più che il rinnovamento delle nostre strutture specialmente operative e formative suppone ed esige il rinnovamento della mentalità, personale e comunitaria, tanto dei Salesiani preti che dei Salesiani coadiutori. Si tratta in ultima analisi di un problema di rinnovamento di identità.[11] [pag. 84] 


2.2.4 I valori economici ed estetici 

In Congregazione, assieme e in dipendenza dai valori morali e religiosi che sono sicuramente essenziali e centrali, e verranno presentati più oltre, esistono altri valori, quelli economici e quelli estetici, l'utile e il bello, lo spirito di famiglia e l'allegria, che toccano la nostra identità in misura forse più consistente di quanto persone troppo idealiste potrebbero supporre.

beni economici giuocano un loro ruolo nella vita e nell'attività dei membri della nostra Società. Basterebbe richiamare alla memoria quanto essi impegnarono la vita di Don Bosco: quante preoccupazioni, quanto lavoro, quante iniziative, quante lettere e quanta fiducia nella Provvidenza, il tutto diretto a reperire il denaro necessario per mantenere i suoi giovani, a creare un clima di gioia e a sostenere le sue opere. Lasciare in ombra questa zona nella vita del nostro Fondatore equivarrebbe a renderlo per vari aspetti incomprensibile e se ne oscurerebbe in ogni caso la figura di organizzatore, di educatore dei giovani e di prete della Provvidenza.[12]

I mezzi economici sono indispensabili per raggiungere gli obiettivi culturali, educativi, pastorali, assistenziali e missionari che persegue la nostra Congregazione con le sue molteplici opere e attività.

Nella storia passata e recente i Salesiani coadiutori hanno offerto e offrono tuttora un apporto spesso rilevante quanto a mole di lavoro e a competenza per il reperimento e l'amministrazione di questi beni, per il finanziamento e il sostegno di opere spesso costosissime.

Nell'attuale cultura di matrice materialista, gli osservatori esterni, più o meno benevoli o critici verso le istituzioni religiose, sono particolarmente attenti a questi valori. I beni immobili e mobili di un Istituto possono comunicare una testimonianza di povertà, di servizio, di condivisione. Possono anche costituire, al contrario, una controtestimonianza. In definitiva non sono indifferenti: contribuiscono a conferire ai religiosi, preti o laici, un'immagine credibile, ma ne possono anche mettere in crisi l'identità, la sua comprensione [pag. 85] e la sua forza di appello. L'articolo 77 delle Costituzioni a questo ci impegna: «Sull'esempio e nello spirito del Fondatore, accettiamo il possesso dei mezzi richiesti dal nostro lavoro e li amministriamo in modo che a tutti sia evidente la loro finalità di servizio. La scelta delle attività e l'ubicazione delle opere rispondano alle necessità dei bisognosi; le strutture materiali si ispirino a criteri di semplicità e funzionalità».

Gli Ordini e le Congregazioni dispongono anche, alcuni più altri meno, di valori estetici, di un proprio patrimonio architettonico e pittorico fatto di monasteri, conventi, chiese, scuole, ospedali, case e caratterizzato da un proprio stile, severo ed austero in alcuni casi, opulento e sensibile in altri, sobrio e gioioso in altri ancora.

Le pretese dei Salesiani in fatto di estetica sono piuttosto semplici. Tuttavia essi hanno esportato nel mondo progetti di chiese e di scuole, quadri e immagini, tipi di teatro che hanno lasciato e lasciano ancora la loro impronta sull'identità collettiva della Congregazione.

Questo patrimonio è motivo di vanto per il fatto che spesso rispecchia i gusti popolari e si armonizza con essi; o, a volte, di critica per il fatto che non si è mostrato abbastanza sensibile alle forme architettoniche e iconografiche dei paesi in cui lavoriamo.

Emerge comunque qui uno dei tanti aspetti del rapporto vita salesiana-cultura. 


2.2.5 Incidenza della cultura sull'identità salesiana 

La cultura in effetti è un'altra delle componenti che più determinano la nostra identità, individuale e collettiva. Insieme alle altre già segnalate, nelle quali del resto è vitalmente innervata, contribuisce in larga misura a imprimere lineamenti fisionomici originali, almeno in parte, alla Congregazione e ai suoi soci.


A. Cultura e culture 

Con la parola cultura si suole indicare un insieme di nozioni, credenze, arti, abitudini e tutti gli altri tipi di capacità e di costanti attività che sono propri dell'uomo come membro della società. È la vita di un popolo. Essa comprende i valori che lo animano, i disvalori [pag. 86] che lo debilitano e che, essendo condivisi dalla moltitudine dei membri, lo riuniscono in base a una stessa 'coscienza collettiva'. Sono cultura anche le forme attraverso le quali questi valori o disvalori si esprimono e si configurano, cioè i costumi, la lingua, le istituzioni e le strutture della convivenza sociale, quando non sono impedite e represse da altre culture dominanti.

Esistono non una ma molte culture, secondo i popoli e gli ambienti: si caratterizzano per i differenti modi di concepire la vita, di usare le cose, di esprimersi e di mettersi in relazione con gli altri e sopra tutto di collocarsi di fronte all'Assoluto, a Dio. Si trovano in esse elementi che ne rivelano il fondo umano comune e l'azione divina sull'umanità, anche anteriormente all'annuncio del vangelo.[13]


B. La Chiesa, la Congregazione e le culture

La Chiesa non può prescindere da queste culture, pur non identificandosi con nessuna di esse. Ne ha bisogno per esprimere la propria fede,[14] per approfondire il suo messaggio di salvezza[5] e per giungere a prendere decisioni concrete nella sua azione evangelizzatrice.

Si capisce allora perchè essa cerchi di comprenderne gli elementi di unità e le loro differenziazioni, perchè vi si incarni, le assuma e ne promuova la purificazione, l'arricchimento e la trasformazione fino ad aprirle, «in continuità e insieme in discontinuità con la situazione presente»,[16] all'adesione a Dio e al servizio all'uomo.

Gli Ordini e le Congregazioni religiose hanno anch'essi una loro cultura. Nella misura in cui questa dipende dalla cultura cristiana di un determinato periodo storico, sarà facile che scelga e ne riveli alcuni aspetti congeniali al suo carisma e più utili alla sua attività apostolica, divenendo piuttosto una subcultura cattolica.

Don Bosco e la nostra Congregazione hanno fatto le loro scelte e hanno messo in circolazione una cultura salesiana debitrice, per tanti aspetti, della cultura cristiana del secolo scorso e del nostro secolo. [pag. 87] La loro genialità spirituale e pedagogica si è rivelata ed espressa piuttosto nella prassi apostolica e nel momento di riflessione che sempre l'accompagna.

Oggi l'articolo 7 delle Costituzioni dichiara: «aperti alle culture dei paesi in cui lavoriamo, cerchiamo di comprenderle e ne accogliamo i valori, per incarnare in esse il messaggio evangelico».

La cultura (o subcultura) salesiana ha propri luoghi di produzione, una rete di diffusione e un sistema culturale sufficientemente completo: luogo, rete e sistema sono identificabili.


C. I luoghi di produzione e la rete di diffusione

 

I luoghi di produzione della cultura salesiana sono tutti i centri incaricati di elaborare orientamenti dottrinali e operativi per gli appartenenti ai vari gruppi della Famiglia salesiana. Prima di tutto quindi le case generalizie dei SDB e delle FMA. Poi i nostri centri di studi e di formazione, le case editrici, i vari tipi di scuola. L'esigenza di inculturare il vangelo secondo il nostro carisma potrà essere soddisfatta nella misura in cui esisteranno e funzioneranno bene questi centri di elaborazione culturale distribuiti nei vari contesti e qualificati in senso salesiano e scientifico.

Assieme a questi centri produttori di cultura cosiddetta «dotta», ne vanno debitamente valorizzati altri: le scuole professionali di vario tipo, gli oratori e i centri giovanili, che in passato hanno prodotto e producono ancora, specialmente ad opera dei Salesiani laici, una «cultura del lavoro» caratterizzata dalla solidarietà, dalla condivisione e dalla professionalità, e una «cultura popolare» oggi fortemente rivalutata.

La rete di diffusione della cultura salesiana è costituita dai mezzi di comunicazione che utilizza: fin dai tempi di Don Bosco la stampa e, di recente, gli altri mass-media. Le nostre opere sono anch'esse altrettanti trasmettitori culturali e, per ragioni diverse, diventano anche strumenti di trasmissione, più o meno filtrata, di altre culture rivali o semplicemente estranee. Basti accennare al fatto che, in non poche nazioni, le nostre scuole sono variamente vincolate a programmi di studio fissati da governi laicisti e con personale docente non salesiano e, spesso, non scelto dai Salesiani. Si può essere esposti al rischio di far perdere la propria identità e originalità salesiana. [pag. 88]

Ogni Salesiano, prete o coadiutore, è a sua volta in qualche modo un recettore e un emittente. Nella misura in cui ha assimilato la cultura salesiana la diffonde attorno a sé mescolandola con quella dell'ambiente in cui opera. La potenza di questi trasmettitori varia. Un Salesiano, laico o prete, che abbia perso o impoverito gravemente la sua identità, diventa un canale che non comunica, con tutte le conseguenze che sappiamo in fatto di pastorale e formazione vocazionale.


D. Un sistema culturale

 

Questa rete trasporta nella Chiesa e nella società un sistema culturale salesiano, i cui aspetti variano di tempo in tempo e che merita di essere disegnato almeno a larghi tratti. Globalmente, a questo sistema culturale fa riferimento il primo articolo delle Costituzioni.

a. Una storia e un calendario salesiano

Le date principali di questa storia sacra salesiana sono note e generalmente ricordate. Riguardano alcuni momenti importanti della vita di Don Bosco, segnati dalla presenza divina. Le Memorie dell'Oratorio scritte da Don Bosco e le Memorie Biografiche lo testimoniano in modo assai palese.

Anche se oggi si è più attenti nel valutarne i contenuti, è tuttavia innegabile che questa storia sacra salesiana ha trasmesso e continua ancora a trasmettere avvenimenti che fanno parte delle radici della nostra vita e del nostro spirito.

Come gli altri Istituti religiosi anche la Famiglia salesiana ha un suo calendario che si inserisce in quello della Chiesa e che essa adatta alla propria vita. A partire dalla festa di Tutti i Santi, esso riprende il ciclo della salvezza punteggiandolo di note pie e gioiose: sono le feste e le ricorrenze del nostro calendario; sono gli incontri di preghiera che scandiscono i momenti principali della giornata, del mese, dell'anno.

b. Una geografia e un'onomastica salesiana

La geografia si concentra attorno ai luoghi in cui vissero il nostro [pag. 89] Fondatore e altri santi della sua Famiglia. I loro nomi, con quelli del Sacro Cuore e di Maria Ausiliatrice sono titolari, nei vari paesi, di opere, istituzioni, luoghi ecclesiastici e civili; e compongono, per così dire, insieme ai nomi con cui vengono designati in Congregazione i titolari di determinati incarichi (Rettor Maggiore, Consiglieri, Ispettori, Direttori, Economi) l’onomastica salesiana.

c. Un ritualismo e una sensibilità etica salesiana

Nella tradizione salesiana esiste un ritualismo religioso derivato da abitudini popolari locali e propagatosi poi in tutto il mondo: il segno di croce alla levata del mattino; la preghiera prima e dopo il lavoro e i pasti; la visita quotidiana al SS. Sacramento; la recita dell'Angelus tre volte al giorno; le tre Ave Maria ai piedi del letto prima di coricarsi alla sera. Nei vari paesi usanze religiose locali si sono aggiunte o hanno sostituito quelle che abbiamo appena elencate.

È propria dei Salesiani anche una caratteristica sensibilità etica che si rifà alla dottrina di Sant'Alfonso e professa una particolare delicatezza in materia di castità, coltiva un'obbedienza e un amore anche personale al Papa e ai Vescovi, valorizza in modo particolare i sacramenti dell'Eucaristia e della Penitenza.

d. Un pensiero filosofico-teologico e sociale alla base del Sistema preventivo

In materia di filosofia teologia i Salesiani, pur affrontando nella loro prima formazione studi seri e specializzazioni impegnative, hanno preferito la semplicità. Alle gravi e ricorrenti domande essi hanno dato le risposte più comuni, quelle ispirate dal buon senso cristiano dell'epoca. Nel periodo del postconcilio, stimolati dal rinnovamento promosso dal Vaticano II hanno fatto progressi rilevanti. In ogni caso, il sistema educativo che Don Bosco ha lasciato loro «in preziosa eredità», li ha obbligati fin dagli inizi a prendere posizione sulla sorte dei giovani più bisognosi. Oggi più che mai, poiché l'attuazione del Sistema Preventivo, che fa ormai parte del patrimonio pedagogico della Chiesa, li conduce a ricercare e ad assumere i risultati delle scienze dell'uomo e dell'educazione, e dunque a rispondere alle domande e alle sfide del tempo e della condizione giovanile. [pag. 90]

e. Una «politica» salesiana

Per tradizione, la politica salesiana rispetta tutte le autorità, civili e religiose, e mira a farsi ovunque degli amici, senza che ciò voglia dire necessariamente tolleranza, in ogni caso, dell'»ordine» stabilito. Si prefigge il «bene comune» piuttosto che il «potere» e si impegna ad educare alla responsabilità sociale.

Nei Capitoli generali del postconcilio si è manifestata un'aggiornata sensibilità che, in sintonia con gli orientamenti del magistero ecclesiale e con l'anima più vera della nostra tradizione, definisce il comportamento del Salesiano in questa materia sempre difficile e problematica: «Lavoriamo in ambienti popolari e per i giovani poveri. Li educhiamo alle responsabilità morali, professionali e sociali, collaborando con loro, e contribuiamo alla promozione del gruppo e dell'ambiente. Partecipiamo in qualità di religiosi alla testimonianza e all'impegno della Chiesa per la giustizia e la pace. Rimanendo indipendenti da ogni ideologia e politica di partito, rifiutiamo tutto ciò che favorisce la miseria, l'ingiustizia e la violenza, e cooperiamo con quanti costruiscono una società più degna dell'uomo. La promozione, a cui ci dedichiamo in spirito evangelico, realizza l'amore liberatore di Cristo e costituisce un segno della presenza del Regno di Dio».[17]

f. Un'agiografia salesiana

Nella Famiglia salesiana si dispone oggi di una ricca letteratura dedicata alla figura e dell'opera del nostro Fondatore, dei suoi successori, di santi della sua famiglia spirituale, di figure eminenti od anche semplici, ma tutte significative.

Il riferimento a tali modelli di santità è importante per la nostra vita ed azione. Essi sono i testimoni di un'identità salesiana riuscita e, in alcuni casi, canonizzata dalla Chiesa.

La conoscenza, progressivamente approfondita, della loro vita e specialmente delle loro virtù dovrebbe diventare un contenuto insostituibile della pastorale vocazionale e della formazione iniziale e permanente. [pag. 91]

 


E. Incidenza della cultura sull'identità del Salesiano coadiutore

 

Il fattore «cultura» incide anche e non poco sulla vita dei Salesiani coadiutori e sui loro rapporti con i Salesiani preti. Ne può condizionare variamente l'apporto. Nella nostra storia si è percepita l'esigenza, oggi pienamente riconosciuta nelle Costituzioni, di garantire ai Confratelli laici, nel rispetto delle loro capacità e attitudini, un'adeguata formazione umanistica, teologica e professionale. È condizione indispensabile perché siano produttori e diffusori qualificati di cultura salesiana, di tipo accademico o popolare che sia, specialmente se posta al servizio del mondo del lavoro.

La crisi che da oltre un ventennio attraversa, in forme e misure diverse, tutti gli Istituti religiosi non esclusi quelli laicali ha, tra l'altro, radici culturali. Va ascritta alle più o meno profonde ripercussioni che sull'identità religioso-culturale dei vari Istituti, hanno esercitato i rapidi cambi culturali verificatisi di recente.

Di conseguenza, la ricerca di soluzioni non potrà prescindere da una lucida diagnosi della realtà dei paesi in cui operiamo e da una sua correttainterpretazione alla luce della fede. Sarà così possibile cogliere le esigenze, gli appelli e, in ultima analisi, gli imperativi morali destinati a guidare le scelte e gli interventi operativi.

 


2.3 LINEAMENTI FONDAMENTALI DELL'IDENTITÀ DEL SALESIANO COADIUTORE

 

 

Le finalità i valori morali e religiosi, lo si è detto, costituiscono gli aspetti più profondamente qualificanti della nostra identità di Salesiani, laici e preti. Se ne offre qui un'ampia descrizione.

 


2.3.1 Nella Famiglia salesiana, la Comunità sdb, una comunità originale

 

Per descrivere finalità e valori, le Costituzioni hanno utilizzato l'attuale linguaggio ispirato dal Vaticano II. Parlano di carisma di Don Bosco, di vocazione salesiana, di consacrazione apostolica, di missione giovanile, di comunione fraterna, di pratica dei consigli evangelici, di spirito di Don Bosco. [pag. 92]

«Identità vocazionale salesiana» è la formula breve con cui i nostri testi ufficiali esprimono questa ricchezza di doni.[18] Tocchiamo qui la ragione profonda del nostro essere e operare, quella che ci qualifica e caratterizza. Se l'identità vocazionale si stempera e si affievolisce, le componenti finora elencate, anche se apprezzabili, si riducono a ben poca cosa. A ragione quindi i recenti Capitoli generali e le nuove Costituzioni si sono preoccupati di ridefinire sopra tutto la nostra identità vocazionale.

Nel compiere questo delicato lavoro di discernimento essi si sono riferiti a Don Bosco, alla sua vita e alla sua opera, al suo spirito e, in generale, al suoprogetto apostolico. «Noi, Salesiani di Don Bosco, — recita l'art. 2 delle Costituzioni — formiamo una comunità di battezzati che, docili alla voce dello Spirito, intendiamo realizzare in una forma di vita religiosa il progetto apostolico del Fondatore».

Questo progetto coinvolge un vasto movimento di persone che, in vari modi, operano per la salvezza della gioventù. «Ne fanno parte i vari gruppi della Famiglia salesiana. In essa, per volontà del Fondatore, abbiamo particolari responsabilità: mantenere l'unità dello spirito e stimolare il dialogo e la collaborazione fraterna per un reciproco arricchimento e una maggiore fecondità apostolica».[19] In questo quadro si ridisegna la nostra identità: «I salesiani — dichiara il CGS iniziando la sua riflessione sulla Famiglia salesiana — non possono ripensare integralmente la loro vocazione nella chiesa senza riferirsi a quelli che con loro sono i portatori della volontà del Fondatore».[20]

A sua volta, l'identità vocazionale del Salesiano, laico e prete, è stata definita a partire dalla loro condizione di membri della Comunità salesiana: «Il mandato apostolico, che la Chiesa ci affida, viene assunto e attuato in primo luogo dalle comunità ispettoriali e locali i cui membri hanno funzioni complementari con compiti tutti importanti. Essi ne prendono coscienza».[21]

Il Salesiano laico in essa vive, lavora, prega, testimonia la sua [pag. 93] vocazione, fraternamente accompagnato dai Confratelli e corresponsabilmente impegnato con loro. In essa egli rivela a sé e agli altri la sua identità.[22]


A. Una comunità fraterna

 

Il testo delle Costituzioni presenta innanzitutto la nostra identità collettiva di Salesiani. In questa cornice identifica poi i lineamenti propri del Salesiano laico e del Salesiano prete poiché essi ricevono la Dio la vocazione in vista della loro entrata nella comunità. «Ciascuno di noi — dice l'art. 22 — è chiamato da Dio a far parte della Società salesiana»[23]. E vive la sua vocazione all'interno di essa con la coscienza della sua comune dignità di fratello che Don Bosco volle e la tradizione salesiana ha più volte ribadito: «Tra i soci della congregazione — affermò Don Bosco — non vi è distinzione alcuna: sono trattati tutti allo stesso modo, siano artigiani, siano chierici, siano preti; noi ci consideriamo tutti come fratelli».[24]

Don Rinaldi così scrisse nel 1927: «Quando [Don Bosco] cominciò a pensare alla fondazione di una nuova società religiosa, volle che tutti i membri di essa, sacerdoti, chierici e laici, godessero degli stessi diritti e doveri. Per lui i sacerdoti assumono sì, con l'ordine sacro, maggiori doveri e responsabilità, ma i diritti sono uguali, tanto per essi e i chierici, quanto per i coadiutori, i quali non costituiscono punto un secondo ordine, ma sono veri salesiani obbligati alla medesima perfezione e ad esercitare, ciascuno nella propria professione, arte o mestiere, l'identico apostolato educativo che forma l'essenza della società salesiana».[25]

Nel 1930 così ribadì questa caratteristica vocazionale del Salesiano laico: «I coadiutori non sono semplici ausiliari della comunità, ma sono veri e perfetti religiosi, quanto i sacerdoti nostri; educatori e maestri essi pure di un'importante parte del nostro programma sociale».[26] [pag. 94]

I testi delle Costituzioni ripropongono questa fraternità salesia­na, espressione di viva fede e di carità evangelica: «Vivere e lavorare insieme — recita l'art. 49 — è per noi Salesiani una esigenza fondamentale e una via sicura per realizzare la nostra vocazione. Per questo ci riuniamo in comunità, nelle quali ci amiamo fino a condividere tutto in spirito di famiglia e costruiamo la comunione delle persone».

«Dio ci chiama a vivere in comunità — afferma l'articolo successivo — affidandoci dei fratelli da amare. La carità fraterna, la missione apostolica e la pratica dei consigli evangelici sono i vincoli che plasmano la nostra unità e rinsaldano continuamente la nostra comunione. Formiamo così un cuor solo e un'anima sola per amare e servire Dio e per aiutarci gli uni gli altri».

«La comunità salesiana — è l'art. 51 — si caratterizza per lo spirito di famiglia che anima tutti i momenti della sua vita. [...] In clima di fraterna amicizia ci comunichiamo gioie e dolori e condividiamo corresponsabilmente esperienze e progetti apostolici».

Secondo il dettato dell'art. 52, «la comunità salesiana accoglie il confratello con cuore aperto, lo accetta com'è e ne favorisce la maturazione. Gli offre la possibilità di esplicare le sue doti di natura e di grazia. Provvede a ciò che occorre e lo sostiene, nei momenti di difficoltà, di dubbio, di fatica, di malattia. [...] Il confratello s'impegna a costruire la comunità in cui vive e la ama, anche se imperfetta»; «partecipa generosamente alla vita e al lavoro comune. Ringrazia Dio di essere tra fratelli che lo incoraggiano e lo aiutano».

Nella sua comunità, il Salesiano laico, al pari del Salesiano prete, prende parte in modo corresponsabile alla programmazione, all'attuazione e alla revisione del progetto educativo e pastorale comunitario.[27] Partecipa attivamente alla comunione di preghiera, all'ascolto della parola di Dio, alla celebrazione dei sacramenti dell'Eucaristia e della Riconciliazione.[28] Viene costantemente ani­mato nella fedeltà alla sua specifica vocazione divenendo, con i fratelli, segno credibile della fraternità instaurata in terra dal Signore Gesù.[29] [pag. 95]


B. Una comunità apostolica aperta alla secolarità

 

Secondo il pensiero e la prassi di Don Bosco, la nuova Società da lui fondata si sarebbe mossa non nella direzione dell'ideale monastico di separazione dal mondo, ma piuttosto nella direzione dell’ideale religioso apostolico vissuto in stretto contatto con la realtà giovanile e popolare.

Partendo dalla sua esperienza di prete secolare, Don Bosco intese iniziare un vasto movimento apostolico, giovanile e popolare, immerso e adattato alla realtà sociale e culturale che stava emergendo. L'oratorio in cui vivevano e lavoravano lui e i suoi primi collaboratori era «per i giovani casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita e cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria».[30]

Quando si propose di condensare in una «regola» i suoi ideali, scrisse anche un capitolo su «Gli Esterni», il cui primo articolo esprimeva chiaramente la novità del suo progetto: «Qualunque persona — scriveva — anche vivendo nel secolo, nella propria casa, in seno alla propria famiglia, può appartenere alla nostra Società, ecc.».[31]

Vi si percepisce un vivo interesse ad aprire il suo progetto operativo a persone che vivono in una condizione secolare e vi svolgono la missione salesiana,praticando i consigli evangelici. Don Rinaldi, più avanti nel tempo, cercò di realizzare questo ideale. Formò e organizzò quel gruppo di zelatrici di Maria Ausiliatrice, divenuto oggi l'Istituto delle Volontarie di Don Bosco.

Il nostro Fondatore costatò poi, anche per ispirazione interiore e su consiglio di Pio IX, che per raggiungere lo scopo era indispensabile assicurare un nucleo centrale animatore che avesse la stabilità e la consistenza di una Congregazione religiosa. E configurò così la sua Società, che è appunto una Congregazione religiosa nata da un'esperienza apostolica secolare e aperta alla secolarità.[32]

Doveva dunque assumere caratteristiche nuove rispetto ad altri Istituti religiosi, doveva cercare il modo di adattare la sua forma alle esigenze della nascente società civile. Così anche il modo familiare [pag. 96] di vivere insieme, l’agilità delle strutture il comportamento circa la proprietà dei beni, la duttilità di adattamento, l'abito, il linguaggio da usare (casa, ispettore, direttore, assistente), le aree da preferire nell'apostolato, la vicinanza al mondo del lavoro dovevano essere espressioni il più possibile consone a certe esigenze della società che procedeva e si sviluppava sempre più segnata ormai da un progressivo processo di secolarizzazione.

Anche i vari tipi di azione educativa e pastorale erano, di loro natura, orientati a offrire una testimonianza e un servizio aperto alla realtà del mondo circostante. Una caratteristica spiritualità che, modellata sull'umanesimo di san Francesco di Sales, interessava i Salesiani all'azione e ai valori temporali, li aiutava anche a far sì che la loro vita di unione con Dio e la pratica dei consigli evangelici infondessero nuova energia nell’educare la gioventù in vista della costruzione di una società fondata sull'amore.

Per attuare il progetto apostolico di Don Bosco, i Salesiani dovevano evangelizzare attraverso impegni professionali per lo più secolari: l'insegnamento, l'animazione sociale e culturale, la comunicazione sociale, le attività terziarie, gli uffici domestici, lo sport.

Don Rinaldi rimarcò, in un testo giustamente famoso, questa apertura della Congregazione alla secolarità. «Lo spirito nuovo — egli scrive — cui Don Bosco aveva improntato le Costituzioni, spirito precursore dei tempi, sollevò molti ostacoli all'approvazione; ma egli lavorò, insistette, pregò e fece pregare i suoi giovani, e attese per ben 15 anni, ammettendo nelle sue Costituzioni solo quei mutamenti che potevano conciliarsi colla loro indole moderna, agile, facilmente adattabile a tutti i tempi e luoghi. Egli aveva ideato una pia società che, pur essendo vera congregazione religiosa, non ne avesse l'aspetto esteriore tradizionale: gli bastava che vi fosse lo spirito religioso, unico fattore della perfezione dei consigli evangelici; nel resto credeva di poter benissimo piegarsi alle esigenze dei tempi. Questa elasticità di adattamento a tutte le forme di bene che vanno di continuo sorgendo in seno all'umanità è lo spirito proprio delle nostre Costituzioni; e il giorno in cui vi s'introducesse una variazione contraria a questo spirito, per la nostra pia società sarebbe finita».[33] [pag. 97]

In questa Congregazione e nelle sue comunità, così aperte alla secolarità, il Salesiano coadiutore è una presenza caratterizzante in virtù della sua qualifica di Salesiano laico.

La sua è una forma vocazionale in parte diversa da quella del Salesiano prete, ma ugualmente carismatica, dichiara al riguardo il CG21,[34] perché la vocazione alla vita salesiana come «Coadiutore» è un dono gratuito, un carisma dello Spirito. Alla radice delle differenze tra Salesiano laico e Salesiano prete non c'è una negazione, il non essere prete, né una carente qualifica ecclesiale, bensì una scelta in risposta a una vocazione: «il Coadiutore ha optato per un ideale cristiano positivo che non è definito dal sacramento dell'Ordine, ma è costituito da un insieme di valori che formano in se stessi un vero obiettivo vocazionale di alta qualità».[35]

 


2.3.2 La vocazione del Salesiano coadiutore è caratterizzata dalla laicità

 

I Salesiani coadiutori sono i Soci laici della nostra Società. La qualifica laicale imprime un lineamento concreto e complementare alla loro vocazione. E questo è il motivo per cui accanto all'appellativo tradizionale di Salesiani coadiutori i nostri testi ufficiali ricorrono ormai indistintamente a quello recente diSalesiani laici.

Gli ultimi Capitoli generali e gli interventi dei Rettori Maggiori hanno efficacemente e progressivamente orientato a chiarire il tipo di laicità che caratterizza il Salesiano coadiutore, tenendo conto che egli è religioso, membro di una determinata comunità apostolica.

È un argomento complesso, nevralgico per il presente e il futuro di tutti. Vi dedichiamo un ampio spazio, mossi da questo interesse e da questa urgenza carismatica e storica. Lo facciamo in due momenti: qui offrendo delle osservazioni generali sulla laicità e le sue modalità; più avanti definendo il tipo di laicità proprio dei Sale­siani coadiutori.

Nel linguaggio corrente, civile ed ecclesiastico, i termini laico, [pag. 98] laicità indicano realtà spesso assai diverse e presentano una comprensione vasta di significati, precisi alcuni, altri piuttosto vaghi, altri ancora sviati; alcuni si possono applicare nel loro senso ai Salesiani coadiutori, altri solo in parte, altri per niente.

Volerli elencare e precisare tutti è impresa quasi impossibile. Qui ci limitiamo a presentarne alcuni più familiari, condivisi e utili al nostro caso.


A. Laicità con riferimento alla creazione

 

Parlando di laicità, di valori laici, di mentalità laica spesso si intende una ragione e una volontà di rispetto dell'autonomia delle cose: esse hanno una «loro propria consistenza, verità, bontà, leggi proprie e il loro ordine», perché sono state create da Dio e sono sue creature.[36]

È compito dell'uomo scoprirle mediante la scienza, rispettarle, usarle e ordinarle tramite il lavoro e la tecnica, «riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza ed arte».[37]

Il Vaticano II chiama tutto questo «autonomia delle realtà temporali» e dichiara che, quando sia intesa nel senso appena spiegato, è una esigenza legittima postulata non solo dagli uomini del nostro tempo, ma conforme anche al volere del Creatore».[38]

Una corretta mentalità laica esige dunque un alto senso di professionalità, spesso non facile. Più precisamente essa si interessa della realtà oggettiva delle cose; si dedica con costanza a conoscerle, anche se sono complesse ed esigono rigoroso studio, aggiornate conoscenze scientifiche e tecniche, attenta sperimentazione; è lucida nel descrivere le situazioni, critica nel valutarle, realista nel programmarne il miglioramento, serena nel verificarne i risultati, positivi o negativi, coraggiosa nel modificarla; è generosa nella collaborazione e apprezza l'organizzazione.

Queste esigenze sono, tra l'altro, un apporto positivo del processo di secolarizzazione che con varia intensità ha segnato di sé l'epoca moderna e contemporanea. [pag. 99]

Applicando al nostro caso, il fatto di essere cristiani e Salesiani stimola non già a rinunciare a una riconosciuta professionalità e competenza, ma piuttosto a valorizzarle ancor di più: «Sbagliano coloro che, sapendo che "le realtà temporali sono passeggere" — dichiara la Gaudium et spes — pensano di poter per questo trascurare i propri doveri terreni e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno».[39]

Le cose create, pur avendo un valore in se stesse, hanno anche un necessario e imprescindibile riferimento a Dio: «La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce. Tutti coloro che credono, a qualunque religione appartengano, hanno sempre inteso la voce e la manifestazione di Lui nel linguaggio delle creature».[40]

L'attuale processo di secolarizzazione purifica la fede cristiana da visioni mitiche e irrazionali; aiuta a non contrapporre Dio e l'uomo quasi fossero due antagonisti che si spartiscono «sacro» e «profano». Fra Dio e le creature infatti vi è un rapporto di creazione continua: Dio «mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono».[41]

Una giusta mentalità laica, illuminata dalla visione cristiana, scopre nella verità bontà e bellezza di tutte le cose il rapporto che le lega a Dio e un riflesso di Lui; sa che il contemplarle e l'usarle in modo corretto stimolano il dialogo riconoscente con il loro Creatore.

Ma va detto che il processo di secolarizzazione si accompagna spesso ad affermazioni che difendono la radicale indipendenza delle cose quasi che esse non dipendessero da Dio e l'uomo ne potesse disporre senza riferirle al Creatore.[42] L'uomo stesso nascerebbe alla sua libertà perché finalmente libero da Dio. In molti ambienti «laicità» non è legittima autonomia ma totale indipendenza delle persone, delle società e delle scienze da ogni ulteriore riferimento religioso: una forma di laicismo ateo e di secolarismo, nata dalla degenerazione della laicità stessa intesa in senso evangelico. [pag. 100]

Di fronte a questa situazione, avere una corretta mentalità laica vuol dire, per il Salesiano, laico e prete, sapersi validamente premunire e opporre a svariate forme di materialismo e laicismo ateo, di indifferentismo religioso, purtroppo presenti in molti settori in cui egli svolge il suo apostolato.

 


B. Laicità con riferimento alla missione della Chiesa

 

Con riferimento alla missione della Chiesa nella storia dell'umanità, si parla di fedeli laici per distinguerli dal clero e dai religiosi e per indicare che essi, «per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano».[43] Si parla di laicità per sottolineare il fatto che tali fedeli svolgono la missione della Chiesa all'interno del mondo. È l'indole secolare loro propria di cui si dirà fra poco.

Va notato infatti che il popolo di Dio nel suo insieme è «inviato da Cristo a tutto il mondo», per esservi «segno e strumento d'intima unione con Dio e di unità di tutto il genere umano».[44] Rientra quindi in questa missione, unica e universale, della Chiesa il «permeare e perfezionare l'ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico».[45]

Ma sono diverse le modalità secondo cui questo avviene: «Certamente tutti i membri della Chiesa — dichiara l'esortazione Christifideles laici di Giovanni Paolo II (n. 15) — sono partecipi della sua dimensione secolare; ma lo sono in forme diverse»altro è il modo proprio dei fedeli laici, altro quello dei preti secolari, altro quello degli appartenenti a Istituti secolari, altro ancora quello dei membri delle Congregazioni religiose.

In questo contesto il mondo è inteso non tanto come creazione, ma come mondo degli uomini, «teatro della storia del genere umano», segnato dal suo lavoro, dai suoi insuccessi e dalle sue vittorie; «il mondo certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma liberato dal Cristo morto e risorto, e destinato, secondo il piano divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento».[46] [pag. 101]

Rendiamoci dunque conto di queste diverse modalità di vita e d'impegno cristiano nel mondo.

a. La «laicità» propria dei fedeli laici è connessa con la loro «indole secolare». I fedeli laici — dichiara il decreto conciliare loro dedicato — hanno «una parte propria e assolutamente insostituibile nella missione della chiesa».[47] Lo si deve all'indole secolare che è loro «propria e particolare», anche se non esclusiva. Essa è presente infatti, secondo modalità e intensità diverse, anche nel clero e negli stessi Istituti religiosi, come verrà spiegato.[48]

Tale indole secolare, detta correntemente secolarità (da non confondere con la secolarizzazione e il secolarismo), presenta un duplice aspetto: l'uno antropologico e sociologico, l'altro ecclesiolo­gico e vocazionale.

L'indole secolare in senso antropologico e sociologico indica il fatto di essere nel mondo, di vivere nelle ordinarie condizioni di vita familiare e sociale, e il fatto di dover assolvere compiti temporali attinenti la famiglia, la salute, l'educazione, la scienza e la cultura, il mondo del lavoro, delle professioni, dell'industria, dell'economia, della giustizia, della politica, delle relazioni tra i popoli, della pace. Essa ricopre «tutte» le realtà umane temporali con le strutture che sono loro proprie e con l'evoluzione storica di cui intessono l'esistenza delle persone.[49]

L'indole secolare in senso ecclesiologico e vocazionale sottolinea l'impegno cristiano di fare in modo che queste medesime realtà siano ordinate secondo Dio, sviluppate secondo Cristo e costruite secondo le ispirazioni del suo vangelo.[50] Impegnarsi perché le relazioni tra le persone in famiglia, nel gruppo di lavoro, nei rapporti civili e sociali siano liberate dal male e dal peccato dell'uomo e rispondano alle esigenze evangeliche di giustizia, di fraternità, di solidarietà, di libertà e di pace è quanto caratterizza l'indole secolare [pag. 102] cristiana dalla semplice condizione secolare comune a tutti gli uomini.

I fedeli laici svolgono questa missione agendo dall'interno di queste stesse strutture, con responsabilità dirette. In questo senso le animano evangelicamente a guisa di fermento,[51] e devono esprimere una spiritualità molto aderente alle loro concrete forme di vita e di attività, alle loro capacità e attitudini, ai doni ricevuti dallo Spirito. Tra queste forme di vita spirituale laicale il Concilio annovera espressamente quelle delle associazioni che si ispirano alle Famiglie religiose, com'è il caso dei Cooperatori salesiani.[52]

Il Salesiano coadiutore invece è religioso e con la professione religiosa egli modifica la sua condizione secolare, perché lascia la propria famiglia e l'inserimento nelle comuni strutture civili e sociali per entrare a far parte della comunità salesiana. Modifica anche la sua missione secolare, perché la svolge ormai non all'interno di strutture secolari come fanno i fedeli laici, ma per lo più nell'ambito delle opere salesiane e, sopra tutto, in conformità alla sua consacrazione apostolica come membro di una comunità salesiana.

b. La laicità o secolarità consacrata è propria di quanti professano i consigli evangelici nel mondo come sono gli appartenenti Istituti secolari.[53]Rimangono nel mondo e operano al suo interno. Non si sottraggono alla loro condizione secolare perché scelgono di restare nella propria famiglia e di lavorare nell'una o nell'altra delle molteplici istituzioni civili e sociali. E svolgono il loro apostolato all'interno di tali strutture secolari. Per questi motivi restano laici e secolari, conservano l'«indole secolare» nel senso antropologico ed ecclesiologico spiegato.

Ma in forza di una specifica vocazione, praticano i consigli evangelici rimanendo nel mondo, divenendo così laici o secolari consacrati. Hanno uno statuto teologico e giuridico proprio, distinto da quello dei religiosi. Non vivono in comunità, anche se favoriscono i rapporti di comunione tra i membri dell'Istituto. Non esercitano un apostolato «confessionale», cioè a nome della Chiesa e del [pag. 103] proprio Istituto, perché l'efficacia della loro testimonianza ed azione cristiana di tipo secolare è strettamente connessa con una presenza nascosta e non appariscente nella società. La loro pratica dell'obbedienza, della povertà, della castità assume caratteristiche secolari adattate alla loro condizione e missione nel mondo. In questa fattispecie rientra l'Istituto delle Volontarie di Don Bosco.[54]

Diverso è il caso del Salesiano coadiutore. Facendosi religioso egli modifica la sua condizione e missione secolare. Vive e lavora in una comunità religiosa, partecipa alla sua missione che esercita a nome della Chiesa e pratica manifestamente i consigli evangelici secondo il progetto indicato nelle Costituzioni. Tutto questo specifica la sua laicità, e, se da una parte le pone sicuramente dei limiti, dall'altra ne evidenzia e caratterizza la testimonianza e l'efficacia connessa con determinati aspetti della missione salesiana.

c. Laicità con riferimento alla vita religiosa. Vi sono nella Chiesa tipi di laicità e di secolarità compatibili e realizzabili anche nella vocazione religiosa.

I fedeli laici che si fanno religiosi non rinunciano alla laicità intesa come rispetto delle realtà temporali e come visione cristiana della creazione, la irrobusticono nella misura in cui sono guidati e sostenuti dalla loro donazione totale a Dio. Con la loro vita e attività testimoniano che Dio solo è il Creatore di tutte le cose e il Signore dell'umanità.

Divenendo religiosi, essi rinnovano l'impegno, già assunto nel Battesimo e nella Cresima, di partecipare alla comune missione cristiana di inviati ai fratelli come segni e strumenti di salvezza e di svolgere le funzioni sacerdotale, profetica e regale comuni a tutti i membri del popolo di Dio. Le varie forme di vita religiosa non emarginano dal mondo e dai suoi problemi: «Né pensi alcuno — dichiara il Vaticano II — che i religiosi con la loro consacrazione diventino o estranei agli uomini o inutili nella città terrena. [...] Essi collaborano spiritualmente coi loro contemporanei, affinché la costruzione della città terrena sia sempre fondata sul Signore e a Lui [pag. 104] diretta, né avvenga che lavorino invano quelli che la stanno costruendo».[55]

I religiosi laici vivono la loro qualifica di religiosi e di laici non in modo uniforme, ma secondo l'indole propria degli Istituti religiosi a cui appartengono.

"Molti Istituti sono laicali: «In forza della loro natura, dell'indole e del fine, [essi hanno] un compito specifico, che non comporta l'esercizio dell'Odine sacro. [Ciò] è determinato dal Fondatore o in base a una legittima tradizione».[56]

Altri istituti, come il nostro, sono composti di ecclesiastici e di laici e sono i laici, sopra tutto, a realizzare quella componente laicale che è propria della loro originale natura carismatica.

Spesso con un apostolato educativo, pastorale, ospedaliero, missionario alcuni Istituti sia laicali che clericali si inseriscono vitalmente e profondamente nella realtà secolare. Hanno contatti quotidiani con la gioventù e la gente del luogo, con le famiglie e le istituzioni civili del territorio. Ma, sopra tutto edirettamente, essi intendono confessare Dio come valore assoluto e portano all'interno In questi contesti la loro testimonianza di religiosi e lo spirito del loro Fondatore. Dal punto di vista sociologico, però, e personalmente, per una particolare sensibilità che acquistano operando, essi assumono, in una certa misura, nella loro vita religiosa i segni di una fisionomia secolare. È questo il caso dei Confratelli coadiutori nella nostra Società, nata agli albori della civiltà industriale e tutta protesa a realizzare un grande impegno educativo e pastorale a favore del mondo giovanile e popolare. 


2.3.3 Caratteristiche della vocazione del Salesiano coadiutore 

Per comprendere più compiutamente questa caratteristica peculiare del Salesiano coadiutore, è necessario averne presente varie altre che insieme definiscono la sua vocazione di Salesiano laico. [pag. 105]


A. Una vocazione che si innesta nella vocazione cristiana 

In sintonia con il magistero del Vaticano II, il CG21 afferma: «La vocazione del Salesiano coadiutore è uno sviluppo della consacrazione conferita dai sacramenti del Battesimo e della Cresima. mediante la quale egli vive integralmente i valori cristiani del popolo di Dio: santificato e inviato da Dio Padre per la salvezza del mondo, partecipa della missione e azione di Cristo profeta, sacerdote e pastore, e così si inserisce nella missione propria della Chiesa di testimoniare e annunciare il vangelo». A questo fine manifesta e valorizza «gli atteggiamenti cristiani fondamentali: la coscienza della comune dignità di figli di Dio e di fratelli in Cristo, della comune corresponsabilità nell'edificazione del suo Corpo, e della comune vocazione alla santità; la libertà evangelica, dono dello Spirito, il vivo senso dell'appartenenza alla Chiesa locale presieduta dal vescovo, la rinnovata presenza nella società, e infine la solidarietà cristiana specialmente con i poveri, la sensibilità e l'apertura ai 'segni dei tempi', l'attenzione fattiva alle necessità concrete».[57]

Queste indicazioni generali sono riprese ed espresse nel testo della nostra Regola di vita. «La vocazione salesiana — dice l'art. 6 — ci situa nel cuore della Chiesa e ci pone interamente al servizio della sua missione». «Dal nostro amore per Cristo — è l'art. 13 — nasce inseparabilmente l'amore per la sua Chiesa popolo di Dio, centro di unità e comunione di tutte le forze che lavorano per il Regno. Ci sentiamo parte viva di essa e coltiviamo in noi e nelle nostre comunità una rinnovata coscienza ecclesiale. La esprimiamo nella filiale fedeltà al successore di Pietro e al suo magistero, e nella volontà di vivere in comunione e collaborazione con i vescovi, il clero, i religiosi e i laici». «La Chiesa particolare è il luogo in cui la comunità vive ed esprime il suo impegno apostolico», dichiara l'art. 48. E l'art. 7: «La nostra vocazione ci chiede di essere intimamente solidali con il mondo e con la sua storia». Lo completa l'art. 19: «Il Salesiano è chiamato ad avere il senso del concreto ed è attento ai segni dei tempi, convinto che il Signore si manifesta anche attraverso le urgenze del momento e dei luoghi». [pag. 106]


B. Una vocazione che pratica con radicalità uno stile evangelico di vita e di azione 

Il Salesiano coadiutore è consapevole che all'origine della sua vocazione salesiana vi è l’iniziativa di Dio. Chiamandolo alla vita salesiana, il Padre lo consacra con il dono del suo Spirito, suscita in lui la risposta alla vocazione ricevuta e lo sorregge continuamente nell’assolvere questo compito.

Egli risponde all'iniziativa caritativa di Dio con la professione: «La nostra vita di discepoli del Signore è una grazia del Padre che ci consacra col dono del suo Spirito e ci invia ad essere apostoli dei giovani. Con la professione religiosa offriamo a Dio noi stessi per camminare al seguito di Cristo e lavorare con Lui alla costruzione del Regno».[58]

L'azione consacrante di Dio abbraccia non l'uno o l'altro aspetto della vita del Salesiano laico, ma l'intera sua persona ed azione. Con la sua presenza attiva, lo Spirito del Signore lo inserisce nella" vita caritativa divina, lo anima e lo sostiene nello svolgere la missione, nel vivere la comunione fraterna e nel praticare i consigli evangelici.

Anche la risposta che egli dà non riguarda l'uno o l'altro aspetto della sua vita, ma la sua interezza e totalità. Con la professione religiosa egli offre a Dio tutto se stesso: il suo essere e il suo agire per la salvezza dei giovani. S'impegna nella missione salesiana e nella vita di comunione. Trova nella pratica dei consigli una garanzia di soprannaturale efficacia per la sua missione, una sorgente di fraternità e di carità pastorale, di slancio e dinamismo apostolico. I voti lo rendono anche totalmente disponibile agli altri e lo impegnano a vivere e lavorare insieme ai Confratelli per testimoniare e annunciare il Vangelo ai giovani.

La formula della professione esprime bene questa novità di essere e di impegno: «Dio Padre, Tu mi hai consacrato a Te nel giorno del battesimo. In rispostaall'amore del Signore Gesù tuo Figlio, che mi chiama a seguirlo più da vicino, e condotto dallo Spirito Santo che è luce e forza, io, in piena libertà mi offro totalmente a Te, impegnandomi a donare tutte le mie forze a quelli a cui mi manderai, [pag. 107] specialmente ai giovani poveri, a vivere nella società salesiana infraterna comunione di spirito e di azione e a partecipare in questo modo alla vita e alla missione della tua chiesa. Per questo [...] faccio voto per sempre di vivere obbediente, povero e casto, secondo la via evangelica tracciata nelle Costituzioni salesiane».[59]


C. Una vocazione religiosa laicale 

I Salesiani coadiutori sono i Soci laici della nostra Congregazione. Riprendiamo ora una riflessione avviata in tema di laicità per approfondirla e integrarla. 

a. Il Salesiano coadiutore vive da religioso salesiano la sua vocazione di laico.

Per descrivere la dimensione laicale del Salesiano coadiutore, il GCS si ispira all'insegnamento del Vaticano II circa le tre note funzioni di cui tutti i fedeli laici sono resi partecipi nei sacramenti dell'iniziazione cristiana, ma le ridisegna, partendo dal fatto che il Confratello coadiutore è un religioso salesiano e questo informa il suo essere laico. Il Salesiano coadiutore, dichiara il CGS:

—   «vive con le caratteristiche della propria vita religiosa la vocazione di laico che cerca il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio;

—   esercita il sacerdozio battesimale, la sua funzione cultuale, profetica e di testimonianza e il suo servizio regale in modo da partecipare veramente alla vita e missione di Cristo e della chiesa;

—   realizza con l'intensità della sua specifica consacrazione e per 'mandato' della chiesa, non in persona propria come semplice secolare, la missione di evangelizzazione e di santificazione non sacramentale;

—   svolge la sua azione di carità con maggiore dedizione all'interno di una congregazione che si dedica all'educazione integrale dei giovani particolarmente bisognosi;

—   come religioso, anima cristianamente l'ordine temporale, avendo egli rinunciato alla secolarità [propria dei fedeli laici che vivono [pag. 108] nel mondo e a quella dei secolari consacrati], con un apostolato efficacissimo, educando i giovani all'animazione, cristiana del lavoro e degli altri valori umani».[60]

L'attuale testo costituzionale dà tutto questo per acquisito. Delineando dapprima l'indole salesiana, comune a tutti i membri della Congregazione, e solo all'interno di essa l'identità propria del Salesiano laico e del Salesiano prete, intende chiaramente affermare che il Salesiano coadiutore è prima di tutto un Salesiano religioso: la consapevolezza di avere abbracciato una specifica forma di vita consacrata, quella salesiana, diretta a realizzare il progetto apostolico di Don Bosco, modifica la sua coscienza di laico cristiano, la permea e la anima.[61] Egli «è responsabile della missione comune e vi partecipa con la ricchezza dei suoi doni e della sua caratteristica laicale».[62] 

b. Il Salesiano coadiutore vive da laico salesiano la sua voca­zione comunitaria di religioso.

Il GC21 recepisce quanto aveva affermato il CGS,[63] ma lo integra. Definisce infatti la laicità del Salesiano coadiutore a partire certamente dalla sua vocazione religiosa, ma indica anche e sopra tutto come la caratteristica laicale specifica e informa tutta la sua vita religiosa. È una con determinazione essenziale. Egli vive da laico l'insieme dei valori comunitari che fanno la vocazione salesiana.[64] Il fatto di essere laico cioè influisce sul modo con cui il Confratello vive e agisce da religioso salesiano in comunione con gli altri Confratelli. Ecco i passi che più interessano.

Si dichiara innanzi tutto che «la dimensione laicale è la forma concreta con cui il Salesiano coadiutore vive e agisce come religioso salesiano. È questa la sua caratteristica specifica, un valore rilevante ed essenziale della sua identità».

Si concepisce tale laicità non in modo negativo, quasi bastasse non essere prete per essere laico, ma positivamente come «l'insieme [pag. 109] dei valori che caratterizzano il cristiano laico qualificato dalla consacrazione religiosa salesiana».

Non si restringe questa laicità entro i confini di determinati servizi o funzioni che il Salesiano laico svolge nell'ambito della sua comunità: la laicità — dichiara il testo capitolare — «non si riduce a un servizio o a una semplice funzione».

La si allarga piuttosto alla sua intera vita: «La dimensione laicale investe tutta la vita del Salesiano coadiutore: la missione salesiana, la vita di comunità, l'azione apostolica, la professione religiosa, la preghiera e la vita spirituale sono vissute da lui come religioso laico».

Si segnala il fatto che, in virtù di questa caratteristica laicale, «l'intera sua esistenza si trasforma in una testimonianza salesiana concreta sia verso i Confratelli sacerdoti sia verso i destinatari, sia in generale verso tutti i gruppi della Famiglia salesiana. Ciò fa assumere anche alla comunità salesiana quell'aspetto suo proprio voluto da Don Bosco: arricchita dalla dimensione laicale, è capace di accostarsi al mondo in maniera più apostolicamente valida».[65]

In particolare, non la isola dalla correlativa dimensione presbiterale.[66] La Congregazione è formata di ecclesiastici e di laici uniti fra loro dai saldi vincoli di unità dei distinti. Se si considerano i singoli Salesiani al di fuori di questi vicendevoli legami fraterni si cade nel pericolo di una visione individualistica o, peggio ancora, classista della vita salesiana.[67]

L'attuale testo costituzionale riassume brevemente ma efficacemente la progressione di questo cammino: «Il salesiano coadiutore porta in tutti i campi educativi e pastorali il valore proprio della sua laicità, che lo rende in modo specifico testimone del Regno di Dio nel mondo, vicino ai giovani e alle realtà del lavoro».[68]


D. Una vocazione al servizio della missione salesiana 

Per realizzare il suo progetto di vita e di azione apostolica, Don Bosco ritenne necessario il contributo del religioso laico. [p. 110]

Egli volle che la Società di san Francesco di Sales fosse una «radunanza di preti, chierici e laici, specialmente artigiani, i quali desiderano di unirsi insieme, cercando così di farsi del bene tra loro e anche di fare del bene agli altri».[69]

Nel configurare questa Società Don Bosco stabilì che fosse costituita non di soli ecclesiastici, e non di soli laici; ma di ecclesiastici e laici uniti in un'unica comunione di vita e di lavoro. Fedele a questa intenzione, l'art. 4 delle Costituzioni così si esprime: «La nostra Società è composta di chierici e di laici che vivono la medesima vocazione in fraterna complementarità».

Ogni Salesiano, laico o prete, è partecipe della missione che è affidata alla comunità e corresponsabile della sua concreta attuazione: «Il mandato apostolico viene assunto e attuato in primo luogo dalle comunità ispettoriali e locali i cui membri hanno funzioni complementari con compiti tutti importanti».[70] «La comunità locale — sottolinea l'art. 175 — è composta di confratelli che, [...] in unità di spirito sotto l'autorità del Superiore, operano corresponsabilmente per la missione apostolica». E l'art. 45 specifica: «Ciascuno di noi è responsabile della missione comune e vi partecipa con la ricchezza dei suoi doni e delle caratteristiche laicale e sacerdotale dell'unica vocazione salesiana».


E. Una vocazione salesiana concreta e completa 

Dio chiama ciascuno per nome e in vista di una missione concreta da svolgere all'interno del suo popolo, in un determinato mo­mento della storia.

Quella del Salesiano coadiutore come quella del Salesiano prete è una chiamata che Dio rivolge alla singola persona e la fa essere se stessa: «Ciascuno di noi — scrive l'art. 22 delle Costituzioni — è chiamato da Dio a far parte della Società salesiana. Per questo riceve da Lui doni personali».

La chiamata non è generica, ma specifica: si è chiamati ad essere concretamente Salesiani preti Salesiani laici. Per realizzare il suo progetto apostolico, infatti, Don Bosco ha fondato una Congregazione [pag. 111] «formata di ecclesiastici e laici». Questa è la forma della nostra Società: essa — dice l'art. 4 delle Costituzioni — è composta di chierici e di laici che vivono la medesima vocazione in fraterna complementarità».

Senza dubbio ciascuno scopre sempre la sua concreta vocazione attraverso un cammino di progressivo discernimento. Ad accompagnare tale cammino sono destinate la pastorale vocazionale e la formazione iniziale.

Nel popolo di Dio, lo Spirito del Signore distribuisce doni diversi, tutti radicati nella comune vocazione cristiana.[71] Sono modi distinti di realizzarla, adattati alla persona di ogni battezzato. Ogni dono o forma vocazionale è quindi in sé completa. Dichiara al riguardo il decreto conciliare sulla vita consacrata: «La vita religiosa laicale [...] maschile [...] costituisce uno stato in sé completo di professione dei consigli evangelici. Perciò il sacro Concilio [...] conferma i membri in tale forma di vita religiosa nella loro vocazione».[72]

All'interno della nostra Congregazione vi è una comune vocazione salesiana che viene vissuta secondo modalità distinte, quella laicale e quella presbiterale. Non vi sono quindi due vocazioni diverse per grado e valore: completa quella del Salesiano prete e incompleta quella del salesiano laico, o viceversa. La vocazione del Salesiano coadiutore, ci assicura l'art. 3 delle Costituzioni, comprende tutti gli elementi inseparabili della nostra consacrazione apostolica salesiana: la speciale alleanza con Dio, la missione, la comunione fraterna, la pratica dei consigli evangelici, lo spirito salesiano con cui questa consacrazione viene vissuta.

Di conseguenza il Salesiano coadiutore partecipa all'attuazione del progetto di vita e di azione della comunità a titolo proprio e non derivato, in base cioè alla propria vocazione e al mandato ecclesiale che gli è proprio. «Il mandato ecclesiale che la Chiesa ci affida»[73] si radica nel libero dono della vocazione salesiana. La Chiesa lo riconosce e mira, col suo intervento, ch'esso venga fatto fruttificare. [pag. 112] 


F. Una vocazione originale 

Don Rinaldi ha scritto che «il Coadiutore salesiano è una geniale creazione del gran cuore di Don Bosco, ispirato dall'Ausiliatrice».[74] Egli ha insistito su questa «geniale modernità» e ne ha offerto i motivi: «Il Coadiutore salesiano non è il secondo, né l'aiuto, né il braccio destro dei sacerdoti suoi fratelli di religione, ma un loro uguale che nella perfezione li può precedere e superare, come l'esperienza quotidiana conferma ampiamente».[75]

Il CG21, approfondendo il tema, ha ulteriormente dichiarato che questa vocazione «è caratteristica rispetto ad altre vocazioni: all'interno della Chiesa, perché è al servizio della missione salesiana; e all'interno della Famiglia salesiana, perché è vissuta da un religioso letico in una comunità con caratteristiche proprie ereditate dal Fondatore».[76] 


G. Una vocazione significativa 

Si è detto che per godere di buona salute, l'identità di una persona o di un gruppo deve possedere ed esprimere un senso comprensibile ed operante.

Sicuramente per i Salesiani coadiutori che hanno seguito con generosità la loro vocazione, il vivere e lavorare con Don Bosco ha dato senso alla loro vita. La loro testimonianza quotidiana ha fatto sì che altri venissero attratti e si facessero anch'essi Salesiani laici.

Anche se poco conosciuta e, a volte, non ben compresa, la loro identità è stata spesso tenuta in grande considerazione sia nell'ambito della Famiglia salesiana che in ambienti civili ed ecclesiali. Non solo perché, come scriveva don Rinaldi, è «un genere di vita di percezione e di apostolato [...] accessibile ad ogni ceto di persone»,[77] ma anche perché «investe tutte le dimensioni della vita e offre la possibilità di un pieno sviluppo della propria personalità»,[78] e, nella prospettiva della missione, risponde pienamente, in luoghi e culture [pag. 113] diverse, alle loro esigenze, specialmente a quelle proprie del «mondo del lavoro».[79] 


2.4 ESSENZIALE RECIPROCITÀ TRA SALESIANI LAICI E SALESIANI PRETI 

La rete di relazioni che, all'interno della Congregazione, unisce i Salesiani coadiutori ai Salesiani preti rientra nella loro identità vocazionale.

Sull'argomento sono intervenuti ripetutamente le nostre assemblee capitolari, specialmente il CG21 e il CG22. 


2.4.1 Reciprocità vocazionale 

Parlando della nostra Società, della sua forma, della sua indole propria, l'art. 4 delle Costituzioni pone l'affermazione: «La nostra Società è composta di chierici e laici». Essa ha un volto originale nella Chiesa, un volto «religioso e secolare», come disse Pio IX;[80] ha una sua propria modalità di vita e di azione, adatta alla novità dei tempi e al tipo di servizio educativo pastorale che svolge. Questa forma propria dipende appunto dal fatto che essa «è composta di chierici e laici». Si tratta della sua costituzione carismatica. Così è stata voluta dal Fondatore. Essa, — dichiarava Don Bosco nel testo costituzionale del 1875 — «consta di chierici e di laici, i quali for­mando un cuor solo e un'anima sola, conducono vita comune...».[81]

È il modo concreto con cui nel primo Oratorio si viveva la medesima vocazione stando con Don Bosco. Questa «esperienza di Spirito Santo» che il nostro Fondatore iniziò e che la Chiesa riconobbe come dono del Signore, come «carisma»[82] è uno degli elementi base che fanno essere la Congregazione quello che deve essere secondo il volere di Dio. [pag. 114]

È il nostro carisma comunitario: «ciascuno di noi è chiamato da Dio a far parte della Società salesiana»,[83] a vivere, in forza della sua stessa vocazione, in stretta comunione con gli altri.

Già in virtù del Battesimo e della Cresima Salesiani coadiutori e Salesiani preti sono fra loro uniti nella comunione ecclesiale. La vocazione salesiana poi fa sì che la forma vocazionale di ciascuno sia correlata a nuovo titolo con quella degli altri, cosi che fra gli uni e gli altri si attua una reale reciprocità vocazionale.

Correlazione e reciprocità non significano subordinazione o contrapposizione né perdita o fusione delle proprie caratteristiche, rispettivamente laicali e presbiterali. Significano piuttosto vicendevole comunione e comunicazione tra Salesiani che hanno caratteristiche proprie; significano interscambio dei rispettivi valori e partecipazione paritaria all'attuazione del progetto apostolico di Don Bosco.[84]

Dichiara al riguardo il VII successore di Don Bosco: «Le differenze nella figura e nel ruolo dei soci non vanno considerate 'limitazioni' o 'gradi', ma sorgenti di ricchezza comune; non mancanza di qualcosa, ma potenziale integrativo dei valori degli altri; apporto armonico a un tipo di comunità religioso-apostolica originale».[85] 


2.4.2 Fraterna complementarità 

L'art. 4 delle Costituzioni precisa ancora: chierici e laici «vivono la medesima vocazione in fraterna complementarità». Non si tratta di una complementarità qualsiasi, ma di «un peculiare tipo di complementarità organica».[86] Essa esige un equilibrato dosaggio tra la componente laicale e quella sacerdotale, non fissato una volta per sempre, ma aperto a una verifica continua che ne consenta la rettifica e l'opportuno adattamento ai tempi e ai luoghi.

«Medesima vocazione» e «fraterna complementarità» esigono, in generale, la piena uguaglianza dei Soci nella professione religiosa, [p. 115] la costitutiva reciprocità tra chierici e laici, l'adeguata formazione per questa mutua correlazione di vita.


A. Complementarità a livello di coscienza personale 

Perché questa fraternità e questa complementarità da valori ideali diventino valori reali che si vivono nel quotidiano di ogni giorno, occorre che i Salesiani, tutti, ne siano pienamente consapevoli convinti. Occorre che esse siano sempre più radicate nelle loro coscienze e manifestate nei loro atteggiamenti interni ed esterni.

Il Rettor Maggiore ha dichiarato a questo riguardo: «Ogni socio, chierico o laico, se ha vera coscienza di essere membro, si sente corresponsabile del tutto, apportando il dono di sé e della sua tipica vocazione. La componente 'sacerdotale' e quella 'laicale' non comportano un'addizione estrinseca di due dimensioni affidate ognuna a categorie di Confratelli in sé differenti, che camminano parallelamente e sommano forze separate; bensì a una comunità che è il soggetto vero dell'unica missione salesiana».

«Ciò esige una formazione originale della personalità di ogni socio; per cui il cuore del Salesiano chierico si sente intimamente attirato e coinvolto nella dimensione laicale della comunità, e il cuore del Salesiano laico si sente, a sua volta, intimamente attirato e coinvolto in quella sacerdotale. È la comunità salesiana, in ognuno dei suoi Soci, che testimonia sensibilità e realizza impegni che sono simultaneamente 'sacerdotali' e 'laicali'».[87]

Le comunità devono maturare questi atteggiamenti poiché è questa coscienza vissuta nelle sue conseguenze ad emarginare in Congregazione ogni tipo di mentalità sia clericale che tende a deprezzare i valori della laicità, sia laicista che si contrappone, spesso emotivamente, o almeno si distanzia dai valori del sacerdozio. Queste mentalità impoverite sono fonti di tensioni e di amarezze, di incomunicabilità e discriminazioni e snaturano la nostra specifica comunione apostolica.[88] [pag. 116]


B. Complementarità a livello apostolico 

Cosa comporta, a livello di attività apostolica, la fraterna complementarità tra Salesiani coadiutori e preti? L'articolo 45 delle Co­stituzioni afferma: «La presenza significativa di Salesiani chierici e laici nella comunità costituisce un elemento essenziale della sua completezza apostolica». Di conseguenza la comunità non sarebbe più pienamente se stessa, se fosse mancante o comunque carente la presenza degli uni o degli altri.

Nelle intenzioni di Don Bosco i giovani devono essere accostati con attività fatte insieme a loro ma accompagnate dalla stretta collaborazione tra Salesiani preti e laici, fratelli nella stessa comunità religiosa.[89]

L'art. 44 delle Costituzioni riprende questa convinzione: nelle comunità ispettoriali e locali, «i membri hanno funzioni complementari con compiti tutti importanti. Essi ne prendono coscienza: la coesione e la corresponsabilità permettono di raggiungere gli obiettivi pastorali». E l'art, successivo precisa: «Ciascuno di noi è responsabile della missione comune e vi partecipa con la ricchezza dei suoi doni e delle caratteristiche laicale e sacerdotale dell'unica vocazione salesiana».

Per quanto riguarda, più specificamente la componente laicale, la presenza del Salesiano laico arricchisce l'azione apostolica della comunità: rende presente ai Salesiani presbiteri i valori della vita religiosa laicale e li richiama in permanenza alla viva collaborazione coi laici; ricorda al Salesiano prete una visione e un impegno apostolico assai concreto e complesso, che va più in là dell'attività presbiterale e catechistica in senso stretto.[90]

La presenza significativa e credibile del Salesiano coadiutore «testimonia ai giovani i valori della vita religiosa laicale, come alternativa alla vita religiosa sacerdotale; offre a quanti non si sentono chiamati a una vita consacrata un modello più prossimo di vita cristiana, di santificazione del lavoro, di apostolato laicale». Permette alla comunità salesiana una particolare incarnazione apostolica nel mondo e una particolare presenza nella missione della Chiesa.[91] [pag. 117] 


2.4.3 Influsso della reciprocità e complementarità sull'identità 

La reciprocità e la complementarità fra Salesiani laici e Salesiani preti influiscono sull'identità di entrambi, su quella delle comunità e dell'intera Congregazione.

A. La reciprocità e la complementarità caratterizzano l'identità delle persone

«Perché correlati tra di loro all'interno della comunità salesiana, Salesiani coadiutori e Salesiani preti si caratterizzano e si influenzano vicendevolmente.Non è possibile definire adeguatamente l'identità del Salesiano coadiutore senza doversi riferire all'identità del Salesiano prete, e viceversa. La crisi di identità o il cambio della figura di uno coinvolge più o meno profondamente anche l'altro. Le loro ricchezze spirituali si alimentano a vicenda e la povertà della propria vita spirituale, rispettivamente laicale o presbiterale, si ripercuote negativamente su entrambi».[92]

Affinché la comunità salesiana resti fedele al progetto originale e i suoi membri sviluppino fedelmente la propria fisionomia caratteristica, bisogna che Salesiani preti e Salesiani coadiutori si capiscano e si aprano gli uni agli altri alla comprensione del dono di Dio. «Così si realizza questo scambio mirabile, dove ognuno è se stesso, ma per gli altri, e tutti per coloro a cui si è mandati. In fondo un sacerdote che non consideri così il proprio fratello coadiutore e ne sminuisca la reale presenza e portata profetica, è uno che lotta con­tro il proprio significato».[93] E viceversa.

Una medesima inquietudine dovrebbe turbare la coscienza di tutti.[94]

B. La reciprocità e la complementarità caratterizzano la Congregazione e le sue comunità

«La presenza significativa e complementare di Salesiani chierici e laici nella comunità costituisce un elemento essenziale della sua [p. 118] fisionomia», si legge nell'art. 45 delle Costituzioni. Con ciò si riafferma la volontà esplicita di Don Bosco, del resto ripetutamente ricordata nel corso della nostra storia, circa la forma della nostra Società.[95]

Il Salesiano coadiutore è un «fattore necessario dell'opera salesiana», scrisse don Rinaldi.[96] Il CG19 lo dichiarò «un elemento costitutivo» della Congregazione così che essa, concludeva, non sarebbe più stata quella che Don Bosco volle se i Confratelli coadiutori fossero venuti a mancare.[97]

Il CG21 ne spiegava i motivi: «La specifica vocazione di religioso salesiano laico influisce sul tono globale della Congregazione e la definisce insieme alla dimensione sacerdotale». «Il tema del Salesiano coadiutore — prosegue citando una dichiarazione del VI successore di Don Bosco — tocca l'immagine della Congregazione... Domandarsi chi è il Salesiano coadiutore significa immediatamente domandarsi: qual è la natura della Congregazione, la sua missione, il suo spirito. Perché la Congregazione voluta e fondata da Don Bosco non è pensabile che come comunità apostolica di laici consacrati e di chierici. A guardar bene, i problemi dei Salesiani coadiutori si identificano con i problemi della Congregazione, sono i nostri problemi più veri, più essenziali.»

«Essa dunque — conclude il testo capitolare — deve mantenersi fedele alla sua natura carismatica voluta da Don Bosco. E non soltanto con una fedeltà teorica e dottrinale, ma concreta e storica. Non deve, cioè, limitarsi ad affermare che è clericale e laicale, ma esserlo veramente e visibilmente nella coscienza, negli atteggiamenti, nella vita e nelle manifestazioni esterne. [...] Forse si può an­che aggiungere che quando in una ispettoria la proporzione tra Salesiani coadiutori e Salesiani preti è notevolmente compromessa, là non diamo più una testimonianza completa ed esatta di ciò che siamo carismaticamente».[98]

Su questi stessi temi è ritornato il VII successore di Don Bosco sia nella lettera citata su «La componente laicale della comunità salesiana», [pag. 119] sia in vari altri suoi interventi al CG22.[99] «Non si tratta — dichiarava — semplicemente di questo o quel socio che, per conto suo e in modo sciolto e quasi arbitrario, abbia un gusto personale più o meno ministeriale o profano; si tratta della comunità salesiana nella sua vitalità organica, ossia della Congregazione in quanto tale,che ha come componente essenziale della sua fisionomia un peculiare e simultaneo senso della consacrazione dell'Ordine [sacro] e della situazione laicale,permeantesi in una sintesi originale di vita comune».[100]

Le ragioni or ora dette motivano il «grido di allarme» che il Rettor Maggiore elevò al CG22.[101] 


2.4.4 Partecipazione alla vita e al governo della Congregazione 

Le strutture di animazione e di governo influiscono sull'identità della persona e del gruppo. Chiariti i rapporti di reciprocità e di complementarità tra Salesiani laici e Salesiani preti nella comunità e nella Congregazione, è ora possibile delimitare e comprendere meglio, da un lato la responsabilità dei Salesiani laici nelle strutture di animazione e di governo, e dall'altro, il servizio del Superiore salesiano presbitero. 

A. La responsabilità del Salesiano coadiutore nelle strutture di animazione e di governo

La nostra storia dimostra il ricco e vario contributo dei Salesiani coadiutori alla vita della comunità con la loro presenza negli spazi di responsabilità diretta e in organismi di animazione e di governo, a tutti i livelli.[102]

A livello locale egli esercita diversi ruoli e responsabilità sia nella comunità religiosa che in quella educativa: è preside, capo-laboratorio, [pag. 120]  direttore tecnico, direttore editoriale, economo, membro del consiglio della comunità.[103]

A livello ispettoriale partecipa a tutte le strutture di animazione dell'ispettoria: consulte, segretariati; fa parte del consiglio ispettoriale[104] e può essere delegato al capitolo ispettoriale.[105]

A livello mondiale può essere membro del Capitolo generale[106] e consigliere del Consiglio generale della congregazione.[107]

Egli offre così un contributo responsabile ed effettivo, correlato e organico,[108] all'animazione della comunità fraterna e apostolica, con una vera autorità in base ai principi di partecipazione, di sussidiarietà e di decentramento.[109]

Questa autorità è da lui esercitata «a nome e ad imitazione di Cristo come un servizio ai fratelli, nello spirito di Don Bosco, per ri­cercare e adempiere la volontà del Padre».[110]

B. Il servizio del Superiore salesiano come presbitero

Il servizio del Superiore salesiano è concepito e attuato nella prospettiva della fondamentale reciprocità e complementarità tra Salesiani laici e Salesiani preti. È diretto a cementare questi rapporti in sintonia col tipo specifico di missione, formalmente pastorale, propria della comunità.

Si tratta di un servizio che la nostra tradizione affida, come precisa l'art. 121 delle Costituzioni, a un confratello prete che, «per la grazia del ministero presbiterale e l'esperienza pastorale, sostiene ed orienta lo spirito e l'azione dei confratelli».[111] Di lui e del suo ministero hanno bisogno gli uni e gli altri, tutti.

Ciò dovrebbe assicurare l'ottica pastorale delle nostre attività e delle nostre opere: non soltanto quella comune a tutti i fedeli in [pag. 121] quanto soggetti attivi della missione della Chiesa, ma quella specifica legata all'esercizio del ministero presbiterale. «Ogni comunità, infatti, è chiamata ad essere una specie di 'stazione missionaria' per la gioventù. Colui che guida la comunità deve possedere i criteri del 'pastore', che danno alla missione comune una particolare connotazione ecclesiale».[112] 


2.5 L'AZIONE APOSTOLICA DEL SALESIANO COADIUTORE 

Si è già accennato più volte all'azione apostolica del Salesiano coadiutore. Per integrare quanto si è finora esposto e sulla linea dei contenuti propri di questo capitolo, si aggiungono qui alcuni ele­menti riguardanti:

—   i fondamenti dell'apostolato salesiano del coadiutore;

—   il fatto che tutta la sua vita dev'essere apostolica;

—   il «mondo del lavoro», campo privilegiato della sua azione. 


2.5.1 I fondamenti dell'apostolato del Salesiano coadiutore 

Il fondamento del suo apostolato è la consacrazione ricevuta nel Battesimo e nella Confermazione. Essa trova la sua pratica attuazione e pienezza nella consacrazione apostolica della professione salesiana.

A. La comune vocazione cristiana all'apostolato

Il Salesiano coadiutore è chiamato, come lo sono tutti i cristiani, a partecipare alla missione della Chiesa in forza dei sacramenti del Battesimo e della Cresima. È una verità più volte sottolineata dal Concilio. Eccone alcune dichiarazioni.

«La Chiesa, che vive nel tempo, per sua natura è missionaria».[113] «La vocazione cristiana è per sua natura anche vocazione [pag. 122] all'apostolato».[114] «Non vi è membro della Chiesa che non abbia parte nella missione di tutto il Corpo mistico».[115] I sacri pastori «sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutta la missione della salvezza che la Chiesa ha ricevuto verso il mondo».[116]

Nei sacramenti del Battesimo e della Cresima i fedeli vengono conformati a Cristo sacerdote, profeta e re e Signore. Di conseguenza hanno il diritto e il dovere di esercitare un'azione apostolica santificatrice o cultuale, profetica o di testimonianza e regale o rinnovatrice dell'ordine temporale, in modo che esso sia conforme al piano di Dio.[117]

B. Il modo salesiano di partecipare alla missione della Chiesa

Sono varie le vocazioni specifiche e dunque i modi di vivere la consacrazione battesimale, di partecipare alla missione della Chiesa e di svolgere l'azione apostolica, comune a tutti i cristiani.

La nostra consacrazione apostolica è il modo salesiano di vivere la consacrazione ricevuta nel Battesimo e nella Cresima. La nostra missione, giovanile e popolare, è il modo salesiano di partecipare alla missione della Chiesa. Il nostro servizio educativo pastorale verso i giovani e i ceti popolari è il modo salesiano di partecipare all'azione evangelizzatrice della Chiesa. [118]

Il cristiano che si fa Salesiano coadiutore si impegna a compiere la missione della Chiesa e le tre funzioni proprie di Cristo, partecipando alla realizzazione del progetto apostolico di Don Bosco, come membro educatore ed evangelizzatore di una comunità.

La sua consacrazione apostolica ricevuta nella professione religiosa è il modo salesiano di vivere la consacrazione battesimale e di realizzare la sua vocazione all'apostolato.[119] [pag. 123] 


2.5.2 Tutta la vita del Salesiano coadiutore è apostolica 

La vita intera e l'attività del fedele cristiano, e non soltanto qualche suo momento, deve essere apostolica. Così anche tutta la vita del Salesiano coadiutore e tutto il suo agire deve trasformarsi in apostolato.

L'apostolato non si riduce ad alcune azioni soltanto come la catechesi, la predicazione, l'amministrazione dei sacramenti. Il Vaticano II, che si rifà al pensiero biblico, comprende nell'apostolato tutte le azioni dirette a far sì che il mondo intero sia ordinato a Cristo, a far sì cioè che le persone vivano e operino in comunione di fede, di speranza e di amore con Dio e tra loro secondo l'esempio da­toci dal Signore Gesù.[120]

Accenniamo a due conseguenze pratiche.

La prima sta nel fatto che le prestazioni che i Salesiani coadiutori svolgono, i servizi domestici, le attività terziarie, i compiti culturali ed educativi, non possono essere considerati mestieri o professioni o azioni profane soltanto. Una corretta mentalità cristiana non accetta questa riduzione, perché equivarrebbe a fare propri, magari inconsapevolmente, atteggiamenti e comportamenti di tipo laicista. Per trasformarle in apostolato non basta la retta intenzione. Offrire le azioni della giornata al Signore è un elemento che contribuisce a far sì che un'azione sia buona, ma si può agire con retta intenzione e, nel contempo, compiere male un lavoro, ad esempio per incompetenza. Occorre considerare il lavoro come compito affidato a ciascuno dal Creatore da compiere in modo onesto e competente e da dirigere al servizio delle persone. La professionalità permane un aspetto importante di ogni apostolato autentico.[121]

La seconda conseguenza sta nel fatto che le attività che i Salesiani coadiutori svolgono non sono una specie di apostolato indiretto, ma una partecipazione viva e cosciente all'apostolato diretto della propria comunità. Il vangelo lo si annuncia perché venga vissuto; e vivere il vangelo vuol dire inserire nelle relazioni interpersonali i valori che propone.

Il Salesiano coadiutore che nel compiere il suo ufficio fa in [p. 124] modo che i suoi rapporti con quanti lavorano con lui o sono oggetto del suo servizio siano improntati a rispetto, comprensione, vivo senso di giustizia e a sincera carità fraterna, trasforma la sua attività in apostolato poiché vive il vangelo, lo testimonia coi fatti e lo irradia con il suo comportamento.

Con ragione il CG21 sottolinea «la necessità di confermare ed esplicitare la dimensione apostolica del lavoro e dell'azione educativa del Salesiano coadiutore,evitando una visione unicamente professionale della sua attività».[122] 


2.5.3 Il «mondo del lavoro», campo d'azione privilegiato per il salesiano laico 

Alcune attività, per loro natura e per l'ambiente socioculturale in cui si svolgono, possono risultare più confacenti e significative per l'identità laicale del Salesiano coadiutore. A patto che egli le svolga da religioso salesiano laico e, quindi, come espressione del suo essere sempre e dovunque membro attivo di una comunità educatrice ed evangelizzatrice. Sull'argomento è intervenuto in modo particolare il CG21.

«Se si guarda l'importanza e l'incidenza che il 'mondo del lavoro' ha in molte nazioni, appare chiaro che le attività concernenti l'area del lavoro risultano non le uniche ma certo fra le più significative per l'azione apostolica del Salesiano coadiutore in quelle zone».[123]

«Già Don Bosco, con la sensibilità propria del suo tempo, aveva sottolineato che uno dei compiti caratteristici del Salesiano coadiutore doveva essere quello di animare cristianamente il mondo del lavoro di cui aveva colto alcuni valori sempre attuali: il carattere di ascesi e di severa autodisciplina; la testimonianza e l'efficacia apologetica di religiosi lavoratori di fronte a un'opinione pubblica particolarmente sensibile al significato del lavoro».[124]

Oggi il «mondo del lavoro», per la natura che lo caratterizza e [p.125] per la riflessione che ha provocato a partire dalla «Rerum novarum» di Leone XIII e dalla «Quadragesimo anno» di Pio XI, alla «Mater et magistra» di Giovanni XXIII, alla «Gaudium et spes» del Vaticano II, alla «Populorum progressio» di Paolo VI, alla «Laborem exer-cens» e alla «Sollicitudo rei socialis» di Giovanni Paolo II, ha fatto un lungo cammino.

Si presenta come un vasto e complesso fenomeno che fa emergere numerose categorie sociali, con caratteristiche proprie, interdipendenti tra loro, spesso attraversate da tensioni e conflitti. È sorgente di diritti e di rispettivi doveri. Esso crea nuovi modelli culturali e forgia nuovi tipi di umanità. È un potente fattore di sviluppo per la persona. Situazioni di sfruttamento, di emarginazione e di disoccupazione o di parziale occupazione pongono gravi problemi educativi e pastorali specialmente nell'ambito giovanile.

Per i cristiani è un luogo dove si può vivere ed esprimere una spiritualità specifica. Con il lavoro infatti il fedele partecipa all'opera del Creatore, segue Cristo, «l'uomo del lavoro», ne condivide il cammino doloroso segnato dalla croce, ma sorretto dalla certa speranza della risurrezione.[125]

Il Salesiano coadiutore ricorda costantemente a tutta la comu­nità le urgenti e comuni responsabilità verso il mondo del lavoro. 


2.5.4 Uno specifico contributo all'apertura secolare della Congregazione 

Il contributo, mediante il quale i Salesiani laici fanno assumere alla nostra società caratteristici tratti secolari compatibili con lo spirito religioso è davverorilevante.

Si può costatare come le loro attività e funzioni di cui si dirà più ampiamente in tema di formazione, sono per lo più secolari, comuni cioè a quelle che solitamente svolgono le persone nel secolo. Le opere in cui lavorano, salesiane o non salesiane che siano, hanno carattere prevalentemente profano. Sono scuole tecniche e professionali, centri giovanili, opere educative e culturali e sono ormai largamente aperte all'ambiente socio-culturale in cui sono inserite. [pag. 125]

Esigenze poi di lavoro e di presenza tra i giovani comportano l'inserimento in alcune condizioni di vita che sono proprie dei secolari, con ampie possibilità e convenienza di collaborazione con loro, con i collaboratori laici, con i genitori degli alunni, con la più o meno vasta clientela delle molte opere.

Di più, dovendo a volte raggiungere i giovani e i ceti popolari nel loro ambiente al fine di essere loro vicini, di amarli in Cristo, di sollevarne l'indigenza, facendo proprie le loro legittime aspirazioni per una società più umana, i Salesiani laici sono portati da questo stesso servizio a vivere in una condizione secolare e ad animarla cristianamente.

In sintesi, la secolarità dei Salesiani coadiutori, anche se per la loro qualifica di religiosi è necessariamente limitata, rimane tuttavia per altri aspetti assai larga e sovente molto più ampia di quella consentita ai Salesiani preti. «Vi sono cose — affermava Don Bosco parlando ai Confratelli coadiutori — che i preti e i chierici non pos­sono fare e le farete voi»:[126] sono appunto quelle che la condizione del Salesiano laico consente e abilita a compiere.[127] 


2.6 ALCUNI TRATTI DELLA VITA SPIRITUALE DEL SALESIANO COADIUTORE 

Con l'espressione «vita spirituale» intendiamo riferirci al modo concreto con cui il credente accoglie, sperimenta, matura e vive la presenza in lui dello Spirito Santo. Così intesa, la vita spirituale è l'insieme di quegli atteggiamenti interiori e dei comportamenti esteriori con cui il cristiano vive la sua specifica vocazione apostolica nella Chiesa e nel mondo, docile all'azione dello Spirito del Signore. 


2.6.1. Vita spirituale è vivere lo spirito salesiano 

Nella Chiesa vi sono molti modi di vivere un'autentica vita spirituale [pag. 127] conforme al vangelo. Per noi, figli di Don Bosco, vita spirituale fa immediato riferimento allo spirito salesiano, cioè allo stile originale di vita e di azione vissuto dal nostro Fondatore e trasmesso a noi in preziosa eredità.

Non è tanto una dottrina (è anche questo, ovviamente), ma piuttosto quell'insieme di atteggiamenti e comportamenti che i discepoli di Don Bosco assumono ed esprimono vivendo e lavorando per l'attuazione del suo progetto apostolico.[128]

Il Salesiano coadiutore è chiamato a vivere e a testimoniare nella comunità un'esperienza evangelica che risponda alla sua specifica forma vocazionale. È chiamato a vivere lo spirito salesiano da Confratello laico.

In sintonia con le linee portanti dello spirito salesiano, il centro e la sintesi della vita spirituale del Salesiano coadiutore «è la carità pastorale caratterizzata da dinamismo giovanile [...]; è uno slancio apostolico che fa cercare le anime e servire solo Dio».[129]

Ispirandosi agli esempi e agli insegnamenti del suo Fondatore e padre, egli «trova nel cuore stesso di Cristo, apostolo del Padre», «il modello e la sorgente» di tutta la sua vita spirituale e apostolica. È riconoscente al Padre, perché chiama tutti alla salvezza; è consapevole di partecipare alla predilezione di Cristo per i giovani poveri; è cosciente di essere un collaboratore di Dio, uno strumento umile, ma anche necessario ed efficace; nel suo agire fa proprio «l'atteggiamento del Buon Pastore che conquista con la mitezza e il dono di sé»; ha un radicato senso della fraternità umana e vive in comunione fraterna con tutti, sull'esempio del Signore Gesù.[130]

Operando, da Salesiano laico, per la salvezza della gioventù, «fa esperienza della paternità di Dio e ravviva continuamente la dimensione divina della sua attività. [...] Coltiva l'unione con Dio, avvertendo l'esigenza di pregare senza sosta in dialogo semplice e cordiale con il Cristo vivo e con il Padre che sente vicino. È attento alla presenza dello Spirito».[131]

Svolge la missione apostolica, vive la comunione fraterna e pratica i consigli evangelici «in un unico movimento di carità verso Dio e verso i fratelli»: è il 'da mihi animas' che ha caratterizzato la vita e l'attività del suo Fondatore e la sua maniera di contemplare Dio; è il modo concreto con cui, sull'esempio di Don Bosco, il Confratello coadiutore incontra Dio che opera nelle persone e si manifesta negli avvenimenti per la salvezza dell'umanità.[132] 


2.6.2 Il Salesiano coadiutore vive, da salesiano laico, gli atteggiamenti e i comportamenti propri dello spirito salesiano 

A. Vive con gioia e riconoscenza la sua vocazione salesiana

Cosciente del prezioso dono della vocazione, è riconoscente al Padre. La vive con gioia da Salesiano laico: la considera un valore positivo e completo, significativo ed essenziale per la Congregazione.[133]

Consapevole della sua responsabilità, si affida alla fedeltà di Dio che lo ha amato per primo e rinnova quotidianamente la sua risposta alla speciale Alleanza che il Signore ha sancito con lui nella professione religiosa. Ne fa l'unica ragione della sua vita, l'unico cam­mino di santificazione.[134]

B. Vive in comunione di spirito e d'azione con i Salesiani preti

Chiamato a partecipare con i Confratelli preti all'attuazione del comune progetto apostolico e a vivere con loro una vita di fraternità, di lavoro e di preghiera, ha «il senso del noi» e identifica se stesso con la vita della comunità.

Mosso da questa convinzione, si impegna a far sì che la sua vita spirituale e la sua azione apostolica siano caratterizzate da rapporti di intima comunione e di fattiva collaborazione con i Salesiani preti.[135] [pag. 129]

È attento ad eliminare dal suo modo di pensare, di parlare e di agire ogni mentalità, gesto o espressione che riveli, in qualunque modo, o senso di disagio e di recriminazione o, peggio, risentimento e avversione. È generoso nel perdonare e nel dimenticare disattenzioni e torti subiti.[136]

Esprime in modo pratico il suo vivo senso della Chiesa come famiglia in cui tutti sono figli dello stesso Padre, fratelli dell'unico Signore e ugualmente responsabili, sebbene con ministeri e ruoli diversi, nell'edificare il Corpo di Cristo e nel diffondere il suo Regno.[137]

Ha coscienza dell'originalità del suo contributo e, per questo, del bisogno di essere aiutato.[138]

C. Vive nel «mondo del lavoro» alcuni valori dello spirito salesiano

Il «mondo del lavoro» è di solito il campo privilegiato della sua azione apostolica. Inserito in esso, viene a contatto con fenomeni che caratterizzano questo «mondo»: la solidarietà, la concretezza, l'adattamento, le varie forme di tensione e di conflittualità.[139]

Tutto ciò gli consente di fare esperienza personale e particolare di alcuni valori dello spirito salesiano e di testimoniarli in quegli ambienti: il senso del concreto e delle urgenze, lo spirito di iniziativa e di creatività, la capacità critica, la fattiva solidarietà, lo spirito di famiglia.[140]

D. Vive vicino ai giovani e ai fedeli laici con ottimismo, operosità e temperanza

La sua condizione laicale e il tipo di lavoro, che di solito svolge, gli consentono di essere vicino ai giovani e ai fedeli laici con una vicinanza caratteristica.[141]Pratica in modo originale lo stile salesiano [pag. 130] di relazioni: la semplicità, l'apertura e la cordialità, la delicatezza del tratto. E coltiva le virtù sociali, raccomandate dal Vaticano II ai fedeli laici: «la probità, lo spirito di giustizia, la sincerità, la cortesia, la fortezza d'animo», «l'arte del convivere e del cooperare fraternamente e del saper dialogare».[142]

Il tipo di lavoro a cui si dedica lo avvicina alla creazione, alla tecnica, all'arte e lo stimola a praticare l'ottimismo salesiano. Sa cogliere e accogliere con riconoscenza i valori terrestri; ammira la creazione e il potere che Dio in essa affida all'uomo; gioisce per i successi del progresso scientifico e tecnologico. D'altra parte è ben consapevole che purtroppo tale progresso non è sempre accompagnato da un corrispondente sviluppo umano, morale e religioso. Assume allora atteggiamenti illuminati e pratici di critica, senza indulgere al pessimismo, alla sfiducia e al disimpegno. Di fronte alle difficoltà e ai problemi che incontra nel suo lavoro sa essere sereno e sempre lieto.[143]

Seguendo l'esempio di Don Bosco, «si dà alla sua missione con operosità instancabile, curando di fare bene ogni cosa con semplicità e misura. Con il suo lavoro sa di partecipare all'azione creativa di Dio e di cooperare con Cristo alla costruzione del Regno.

La temperanza rafforza in lui la custodia del cuore e il dominio di sé e lo aiuta a mantenersi sereno. Non cerca penitenze straordinarie, ma accetta le esigenze quotidiane e le rinunce della vita apostolica: è pronto a sopportare il caldo e il freddo, la sete e la fame, le fatiche e il disprezzo, ogni volta che si tratti della gloria di Dio e della salvezza delle anime».[144]

«Nell'operosità di ogni giorno si associa ai poveri che vivono della propria fatica e testimonia il valore umano e cristiano del lavoro».[145] [pag. 131]

E. Vivendo e lavorando secondo lo spirito salesiano celebra la liturgia della vita

Consacrato dallo Spirito, il Salesiano coadiutore diventa tempio spirituale, partecipe del sacerdozio di Cristo e abilitato a offrire a Dio, come «sacrificio spirituale», tutto se stesso, le sue opere, le iniziative apostoliche, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, le stesse molestie della vita.[146]

In questo suo vivere e operare è impegnato a raggiungere «quella operosità instancabile, santificata dalla preghiera e dall'unione con Dio, che dev'essere la caratteristica dei figli di san Giovanni Bosco», e a celebrare dunque la sua vita come liturgia.[147]

F. Vive in modo caratteristico la sua devozione a Maria

La professione religiosa ha «la forza di maggiormente conformare il cristiano al genere di vita verginale e povero che Cristo Signore scelse per sé e che la vergine Madre sua abbracciò».[148] Così dichiara la «Lumen gentium». E l’«Apostolicam actuositatem» aggiunge che i laici trovano in Maria il «modello perfetto della loro vita spirituale e apostolica».[149]

In Lei sono presenti, a livello di perfezione, la dimensione religiosa e quella laicale. L'imitazione e la sintonia diventano due esigenze della forma vocazionale del Salesiano coadiutore. Venera filialmente Maria come Ausiliatrice e madre della Chiesa, imitando l'intimità apostolica di Don Bosco. 


2.6.3 Lo spirito del Fondatore, luogo di unità 

Le due forme vocazionali, quella del Salesiano prete e del Salesiano laico, e la loro conseguente spiritualità sono costituzionalmente proprie a discepoli che lo Spirito Santo ha voluto che nascessero per Don Bosco e la sua missione.

La realtà che consente ai Salesiani coadiutori e preti di unificare, [pag. 132] a livello di riflessione e di vita, le loro distinte spiritualità, laicale l'una e presbiterale l'altra, è lo spirito salesiano. Il CGS lo descriveva come «il nostro proprio stile di pensiero e di sentimento, di vita e di azione nel mettere all'opera la vocazione specifica e la missione che lo Spirito non cessa di darci».[150]

Lo spirito salesiano non solo comprende e informa la spiritualità religiosa laicale e presbiterale, ma le costruisce in un progetto unitario con caratteristiche salesiane. Questo ruolo unificante e specificante è stato acutamente intuito da don Rinaldi: «La nostra santità, scriveva, non è tanto nella pratica del sistema di vita abbracciata con la professione salesiana e neanche nella sola imitazione delle virtù del nostro Padre, ma nel far sì che la vita salesiana da noi abbracciata, che l'imitazione delle virtù paterne siano animate dallo spirito di cui viveva e con il quale esercitava le virtù Don Bosco medesimo».[151] 


2.6.4 I testimoni eroici di santità salesiana laicale 

I lineamenti di vita spirituale fin qui tratteggiati non sono un ideale astratto. Sono valori vissuti concretamente da quei Salesiani coadiutori che sono stati e sono fedeli a Don Bosco.

Merita di essere qui trascritta un’autorevole dichiarazione del CG21: «La profondità della vita spirituale — vi si legge — tocca il suo vertice e si fa ricchezza per tutta la Congregazione quando, a imitazione di Don Bosco, si raggiunge la perfezione' della carità in grado eroico. Abbiamo motivi sufficienti per credere che questo dono è stato concesso a non pochi Salesiani coadiutori. Ogni con­fratello ha presente qualche figura che ha realizzato questa pienezza in luoghi diversi e in svariate situazioni, anche le più nascoste e sacrificate. Molti sono entrati nella storia della Congregazione; alcuni di essi, martiri per la fede o eroi nella carità, sono candidati alla glorificazione dei santi.

Queste testimonianze ci offrono una prova ulteriore della ric­chezza carismatica contenuta nella vocazione salesiana laicale».[152]



[1] Cf. DESRAMAUT F., Problemi di identità salesiana, in F. DESRAMAUT-M. MIDALI (a cura), La vocazione salesiana. (Torino Elle Di Ci 1982) 19-59.

[2] Cf. VIGANÒ E., La componente laicale della comunità salesiana, in ACS 298 (ottobre-dicembre 1980) 34-38; ID., La Società di san Francesco di Sales nel sessennio 1978-1983. Relazione del Rettor Maggiore (Roma 1983) 237s.

[3] Cf. VIGANÒ E., La componente laicale...

[4] Cf. es. ACGS specialmente il documento 2 intitolato Don Bosco nell'Oratorio criterio permanente di rinnovamento dell'azione salesiana, (nn. 192-273).

[5] Cf. VIGANÒ E., La componente laicale... 16; ID., La società di san Francesco di Sales..., 237s.

[6] VIGANÒ E., La Società di san Francesco di Sales, 237s.

[7] C. 4.

[8] C. 45, 116, 45, 106.

[9] C. 4.

[10] Per un commento autorevole di questo asserto ci si può riferire al volume Il progetto di vita dei Salesiani di Don Bosco.

[11] Cf. ACGS 184; ACG21 206; VIGANÒ E., La componente laicale della comunità salesiana 39s; ID., La Società di san Francesco di Sales..., 236-238.

[12] Cf. STELLA P., Don Bosco nella storia economica e sociale. 1815-1870. (Roma Las 1980).

[13] Cf. AG 4.

[14] Cf. EN 63.

[15] Cf. LG 13.

[16] EN 28.

[17] C 33.

[18] ACG21 171; ACG22 p. 148.

[19] C5.

[20] ACGS 151.

[21] C 44.

[22] Cf. ACG21 171.

[23] Cf. C 22, 23, 45, 46, 52.

[24] MB 12, 152.

[25] ACS 40, p. 574.

[26] ACS 55, p. 915.

[27] Cf. C 65-66, 76-77, 79.

[28] Cf. C 85-95.

[29] C 24, 52, 49, 63.

[30] C 40.

[31] MB 10, 889.1308.

[32] Cf. VIGANÒ E., La componente laicale..., 30-32.

[33] ACS 17 (1923)41.

[34] ACG21 179.

[35] VIGANÒ E., La componente laicale..., 10.

[36] GS 36b.

[37] Ivi.

[38] Cf. GS 36b.

[39] GS 43a.

[40] GS 36c.

[41] GS 21c, 36b.

[42] GS 36c.

[43] LG 31a. Cf. CFL 9-14.

[44] LG9b, 1.

[45] AA 5.

[46] GS 2. Cf. CFL 15.

[47] AA 1a che rimanda a LG 30 e 33.

[48] Cf. LG 31b; GS 43bcd; Cf. CFL 15.

[49] Cf. LG 31b; AA 2b, 6-8, 11-14: AG 32. Cf. CFL 15.

[50] Ivi.

[51] Cf. LG 31; Cf. CFL 15.

[52] Cf. AA 4.

[53] PC 11a.

[54] Si vedano le Costituzioni delle VDB.

[55] LG 46b.

[56] CIC c. 588 par. 3.

[57] ACGS 174.

[58] C 3.

[59] C 24.

[60] ACGS 149.

[61] Cf. C 2.

[62] C 45.

[63] Cf. ACGS21 178 dove è riportato il testo di ACGS 149.

[64] C 3.

[65] ACG21 178.

[66] Ivi.

[67] Ivi.

[68] C 45.

[69] MB 12, 151.

[70] C 44.

[71] Cf. LG 7c, 12b.

[72] PC 10a.

[73] Cf. PC 8ab.

[74] ACS 40, p. 574.

[75] Ibidem.

[76] ACG21 173.

[77] Cf. ACS 40, p. 575-577.

[78] ACG21 173.

[79] Cf. VIGANÒ E., La Società di san Francesco di Sales..., 322.

[80] MB 13, 82s.

[81] Cost. 1875, II 1.

[82] ET 11; MR 11.

[83] C 22.

[84] Cf. ACG21 194.

[85] VIGANÒ E., La componente..., 7.

[86] ACG21 196.

[87] Ibidem.

[88] Ivi.

[89] Cf. Il progetto di vita dei Salesiani..., p. 384.

[90] Cf. ACG21 195.

[91] Ivi.

[92] ACG21 196.

[93] Ivi.

[94] Ivi.

[95] C 4.

[96] ACS (1927), p. 621.

[97] ACG19, p. 65.

[98] ACG21 197-198.

[99] Cf. VIGANÒ E., La componente laicale...; ID., La Società di san Francesco di Sales..., 320-322; CG22 79-82.

[100] VIGANÒ E., La componente laicale..., 14.

[101] VIGANÒ E., La Società di san Francesco di Sales..., 322; CG22 81.

[102] Cf. ACG21 192.

[103] Cf. C 44, 45, 51, 66, 176, 178-179.

[104] Cf. C 161, 163-166, 169.

[105] Cf. C 170-174.

[106] Cf. C 145-151.

[107] Cf. C 141.

[108] Cf. C 44, 45, 51, 66.

[109] Cf. C 120, 122-124.

[110] Cf. C 121.

[111] Ib.

[112] Il progetto di vita dei Salesiani di Don Bosco, 104s ed anche 808-811.

[113] AG 2a; v. anche AG 35; LG 9b, 17.

[114] AA 2a.

[115] PO 2a; v. anche LG 13ab, 17, 30, 32a; AG 5, 6g, 10, 35-37.

[116] LG 30 ed anche 32c.

[117] Cf. LG 10-12, 34-36; AA 2b, 3a.

[118] Cf. C 6, 31.

[119] Cf. Ivi.

[120] Cf. AA 2a.

[121] Cf. GS 67, 72.

[122] ACG21 182.

[123] ACG21 183.

[124] Ivi.

[125] Cf. ad es. LE 25-27.

[126] MB 16, 313.

[127] Cf. VIGANÒ E., La componente laicale..., 17, 26, 31-34.

[128] Cf. C 12.

[129] Ivi.

[130] cf. cu.

[131] C 12.

[132] C3, 12, 19, 21, 95.

[133] V. sopra al n. 3.2.1.

[134] Cf. C 196, 14, 2, 22.

[135] Cf. C 16, 44, 45, 49-52.

[136] Cf. C 52, 90.91.

[137] Cf. C 4, 13, 57.

[138] Cf. C44, 45, 49-51.

[139] V. sopra al n. 25.4.

[140] Cf. C 19, 18, 79.

[141] V. sopra al n. 25.4.

[142] Cf. C 15-17.

[143] Cf. e 17, e quanto si è detto ai nn. 4.1, 5.4.2.

[144] C 18.

[145] C 78.

[146] Cf. LG 10a, 34b.

[147] C 95.

[148] LG 46b; PC 25.

[149] AA 4 al termine.

[150] ACGS 86.

[151] ACS 10 (1929), p. 733.

[152] ACG21 191.

 Cfr. Il salesiano coadiutore. Storia, identità, pastorale vocazionale, Roma, Editrice SDB, 1989 (le pagine indicate in parentesi quadra indicano la pagina esatta del volume in edizione cartacea). 

 


Nota bene. Esponendo in poche linee un vissuto assai lungo e complesso, le proporzioni tra i vari periodi e le forme via via assunte rimangono, per questo, segnate e qua e là anche piuttosto alterate. La realtà del religioso laico si potrà comprendere meglio se inserita nel suo giusto contesto in qualcuna delle «storie della vita religiosa» oggi disponibili nelle varie aree linguistiche. Ad es. L. Holtz (1986) in lin­gua tedesca, A. Lopez Amat (1987) e J. Alavarez Gomez (1989) in spa­gnolo, J. Lozano (1988) in inglese, Augé-Sastre-Borriello (1988) in italiano. Ad esse rimandiamo, invitando alla lettura. Questi brevi cenni volevano fra l'altro motivare questo invito. [pag. 21]


 1. CENNI STORICI SUL SALESIANO COADIUTORE [pag. 18]


1.1 UNA BREVE NOTA STORICA.

È noto che la storia della vita religiosa è ricca e complessa. Si può studiare da molteplici punti di vista: da quello carismatico a quello istituzionale e generazionale.

Il susseguirsi delle varie forme di vita religiosa 'laicale' pertanto va collocato all'interno di questa molteplice evoluzione, sotto pena di farne una lettura non oggettiva e, a volte, deformata.

Ci limitiamo quindi a premettere al tema vero e proprio di que­sto capitolo alcune linee, rimandando eventualmente ai non molti lavori specialistici esistenti, con annessa bibliografia.[1] 


1.1.1 Nel monachesimo.

Le origini del monachesimo, specialmente in Oriente, costituiscono un fenomeno estremamente complesso. Si può comunque affermare che in generale i primi monaci erano semplici 'laici' ed il sacerdozio era tra loro un'eccezione.[2]

«Nei primi secoli del medioevo il monachesimo si sviluppa in Occidente e l'evoluzione della società cristiana contribuisce ad avvicinare i monaci allo stato clericale, mentre, sino a quell'epoca, essi erano stati più affini ai laici. (...) Il numero dei monaci-preti aumenta [pag. 19] nelle comunità, ma è difficile proporre statistiche precise: si parla del 20% di sacerdoti e diaconi alla fine del sec. VIII, del 60% nel IX, del 75% nel X».[3]

Nel sec. XII, specialmente con i Certosini e i Cistercensi, i «conversi» laici assumono la loro fisionomia caratteristica ed hanno un grande sviluppo. «Differenti sono le opinioni degli esperti circa i motivi dell'istituzione dei fratelli conversi. (...) Il primo canone conciliare che parla di essi è del Concilio ecumenico Lateranense II (1139): vi sono citati tra i soggetti inabili a contrarre matrimonio valido. (...) La Chiesa riconosceva perciò ai conversi uno stato religio­so autentico come quello del monaco».[4] 


1.1.2 Negli Ordini Mendicanti

I Domenicani e i Francescani hanno al loro inizio una diversa configurazione di vita e di missione; diversa dunque è anche l'impostazione della figura del religioso laico.

L'Ordine dei «Frati Predicatori» (Domenicani) è clericale fin dalle origini, ma san Domenico vi aggrega i «frati conversi» affidando loro le responsabilità materiali dei conventi. «In origine, sono i compagni dei confratelli sacerdoti e le differenze tra gli uni e gli altri sono da ricercarsi a livello di mansioni e non di stato religioso».[5]

La maggior parte dei primi compagni di San Francesco invece erano laici. I testi legislativi francescani non parlano quindi di «frate converso» ma di frate «laico». Tuttavia anche tra i Frati Minori presto si verifica un processo accelerato di clericalizzazione. Un fenomeno analogo si ebbe nell'Ordine Carmelitano.

«Con il Concilio di Trento (sess. XXII, De reformatione, e. 4) tutti i superiorati, nelle famiglie religiose clericali, furono riservati ai sacerdoti, ma le famiglie francescane protestarono per questa deci­sione; tuttavia, dovettero in seguito adeguarsi».[6] [pag. 20] 


1.1.3 Negli Ordini e Congregazioni religiose moderne.

Nel sec. XVI sorgono i nuovi Ordini: i Teatini, i Barnabiti, i Somaschi, i Gesuiti ed altri ancora, composti in prevalenza da 'chierici'. Tutti però hanno anche religiosi laici che si affiancano ai religiosi sacerdoti, con incarichi diversificati.

«Nella maggior parte delle Congregazioni clericali fondate nei sec. XVIII-XIX, accanto ai sacerdoti si trovano fratelli laici che ricevono nomi diversi (coadiutori, cooperatori, ausiliari, ecc. ). In genere questi religiosi assumono incarichi materiali; in alcuni Ordini, soprattutto missionari, talvolta sono stati impegnati in compiti apostolici laici (catechisti in particolare), ma spesso il desiderio è rimasto tale per la presenza di difficoltà».[7]

Potremmo concludere con questo rilievo: «La vicenda dei membri laici delle congregazioni religiose non è stata oggetto di molte ricerche storiche. Se una certa attenzione è stata data agli ordini di antica fondazione, poca nel complesso ne hanno meritata le congregazioni sorte nel secolo decimonono...».[8]


 1.2 IL RELIGIOSO LAICO NELLA CONGREGAZIONE SALESIANA 


1.2.1 Le origini. Il tempo di Don Bosco

I primi passi della Società Salesiana furono mossi a Torino, centro politico delle note misure soppressive di Ordini e Congregazioni, dopo il 1848, e vertice economico della prima trasformazione pre-industriale italiana. Lo stesso ambiente ecclesiale mostrava già da tempo chiari segni di un cattolicesimo in crisi, alla ricerca di una nuova identità. In particolare, nell'ambito delle tradizionali corporazioni religiose, alla grave erosione perpetrata dall'illuminismo si aggiungeva spesso il peso di non pochi tentativi di rinnovamento e di riforma caduti nel vuoto o rimasti lettera morta.[9]

Già ai primi dell'Ottocento, dopo la soppressione napoleonica e in occasione del faticoso ripristino degli Ordini e delle Congregazioni, non erano mancate voci di uomini sensibili e attenti che invocavano un'equilibrata inversione di rotta nella loro composizione e struttura. Sarebbero così potuti essere veramente «utili a Dio e alla società».

Le numerosissime Congregazioni, nate in questo periodo, non si sottrassero alle richieste avanzate dai tempi e, sia pure con forti differenze, oscillarono tra «il modello tradizionale e ripristinato» e il «modello nuovo», quello cioè di iniziale privata associazione cattolica laicale dove, appunto, la «laicità» era chiamata a svolgere un ruolo del tutto diverso da quello coperto dalla tradizionale figura dell’«oblato» o del «converso». Si presentava infatti come chi attestava una fondamentale realtà evangelica: la possibilità di santificarsi aperta a tutti, senza distinzioni di categorie e con piena parità di [p. 22] diritti. La teologia morale del tempo, stimolata anche dai non sempre sani e disinteressati principi affermati dalla Rivoluzione francese, fu spinta a ritrovare i nuclei di antiche verità da rivalutare tempestivamente. La letteratura e l'esperienza storica di S. Francesco di Sales costituirono per gli ecclesiastici in cura d'anime un sostanzioso punto di riferimento per tornare a parlare e a credere a pieno diritto alla «santità dei laici».

La formazione umana e religiosa di Don Bosco, sostenuta da virtù e attitudini naturali, fu segnata dai dati di questo orizzonte e si ritrovò tutta nella sua embrionale idea di Congregazione aperta — si potrebbe dire 'naturalmente' aperta — ai preti e ai laici, uniti in­sieme dalla comune spinta alla perfezione e alla carità cristiana.

«Non bastano allora a spiegare il sorgere della figura del 'coadiutore' le ragioni storiche o l'opportunismo contingente, l'acquiescenza alla tradizione o interessi e ragioni organizzative. Torna in primo piano un motivo altissimamente soprannaturale: la volontà di estendere, quanto più fosse possibile, una esperienza e una perfezione cristiana elevata e nobile al maggior numero di anime, di tutte le categorie».[10]


A. Le radici di un’esigenza: la nascita e le necessità dei laboratori e delle scuole di arti e mestieri nell'Oratorio.

Da una necessità comune, ma che a uomini intelligenti e corag­giosi finisce per suggerire le più straordinarie imprese, Don Bosco ebbe l'idea di fondare i suoi laboratori per artigiani.

Altri lo avevano già preceduto. A ridosso della Restaurazione è possibile imbattersi in scuole di arti e mestieri fondate da autentici pionieri. Giovannino Bosco compiva appena sei anni quando l'intraprendente canonico bresciano Lodovico Pavoni apriva l'Istituto S. Barnaba per giovani poveri con una serie iniziale di laboratori che, nel giro di dieci anni, contavano la tipografia e la calcografia, la legatoria e la cartoleria, l'argenteria, la falegnameria, i fabbri ferrai e la calzoleria.[11] Fra i ragazzi formati in questi laboratori il can. Pavoni [pag. 23] riusciva a trovare i suoi migliori collaboratori che poi si facevano sacerdoti o fratelli «coadiutori» per continuare a insegnare nelle officine stesse. Il Pavoni morì nel 1849 e non risultano, allo stato attuale delle ricerche, influssi diretti sul futuro organizzatore dei laboratori di Valdocco.[12] 


a. La nascita dei laboratori.

Fu precisamente nel 1853, in un ristretto locale di Valdocco che Don Bosco prese a realizzare la sua iniziativa dei laboratori.

Preoccupato dei bisogni materiali, intellettuali e morali di un discreto numero di ragazzi e di giovani lavoratori, Don Bosco si era già adoperato per trovar loro qualche occupazione presso botteghe artigiane di Torino, giungendo a concludere spesso speciali contratti di apprendistato. Si conservano nell'Archivio centrale salesiano le copie di quelli stipulati a favore dei giovani Giuseppe Bordone (1851), Giuseppe Odasso (1852), Felice Paoletti (1855).

Ma quel mandare ogni giorno i suoi giovani nelle botteghe e nelle officine si era rivelato incomodo e pieno di rischi: «Ben presto — scrive a tal proposito lo storico Danilo Veneruso — Giovanni Bosco si accorse che un tal genere di intervento non rispondeva affatto alle esigenze della psicologia giovanile, alle finalità dell'educazione cristiana e nemmeno alle esigenze produttive della società contemporanea. Nei confronti della realtà giovanile, un intervento di soccorso a breve ed anche a medio termine era in grado di affrontare e risolvere il bisogno urgente immediato, ma non il problema dell’avvenire. L'intervento sul giovane, dopo successive esperienze, gli sì configurò sempre più come una sintesi tra programmazione educa­tiva, chiara consapevolezza dei fini da raggiungere da una parte, e dall'altra, risposta attiva e consapevole del soggetto educativo, il quale era così in grado, attraverso un complesso tirocinio, come [pag. 24] persona capace e libera, di autogovernarsi e di dare un contributo alla crescita personale e sociale».[13]

È lo stesso Don Bosco che a varie riprese ha motivato le ragioni che lo indussero ad affiancare alle sue scuole domenicali e serali, iniziate nel 1845, e alla «Società di mutuo soccorso», fondata nel 1850, i laboratori interni: «Non avendosi ancora i laboratori nell'istituto — egli scrive — i nostri allievi andavano a lavorare e a scuola a Torino, con grande scapito della moralità, perciocché i compagni che incontravano, i discorsi che udivano e quello che vedevano, facevano tornare frustraneo quanto loro si faceva e si diceva nell'Oratorio».[14]

Si cominciò a provvedere ai calzolai e ai sarti. Don Bosco si affrettò a scrivere un appropriato «Regolamento dei laboratori» per i rispettivi maestri d'arte.[15] Essi avrebbero dovuto «istruire gli apprendisti e far sì che non mancasse lavoro». L'anno seguente si aggiunse il laboratorio di legatoria che, nel giro di un anno, era già in grado di ricevere commissioni di lavoro.[16] Alla fine del 1856 si inaugurò il laboratorio per falegnami. Per i laboratori di tipografia e dei fabbri ferrai, pur essendo nei desideri e nei progetti di Don Bosco fin dagli inizi, dati il costo e la complessità delle macchine e degli attrezzi e l'esigenza di locali adeguati, si dovranno attendere gli anni Sessanta.[17] Don Lemoyne accenna pure a locali destinati a tintori e cappellai.[18]

Un quadro completo dei laboratori esistenti nell'Oratorio lo si può dedurre da un «Riassunto della Pia Società di San Francesco di Sales» del 23 febbraio 1874, redatto per la S. Congregazione dei Vescovi [pag. 25] e Regolari in vista dell'approvazione delle Costituzioni: «Gli artigiani — vi è scritto — in vari laboratorii dello Stabilimento esercitano il mestiere di calzolaio, sarto, ferraio, falegname, ebanista, pristinaio, libraio, legatore, compositore, tipografo, cappellaio, musica, disegno, fonditore di caratteri, stereotipista, calcografo e litografo».[19] 


b. L'esperienza lavorativa di Giovanni Bosco.

L'attitudine e la sensibilità per un così vasto raggio «artigianale» non furono di certo improvvisate. L'esperienza giovanile e personale di Don Bosco vi giocarono un ruolo importante.

Di origine e di mentalità contadina, aveva saputo operare una forte integrazione fra l'originario vissuto, tipico del mondo agricolo, e l'esperienza artigiana che le necessità e le situazioni gli presenta­vano. A 15 anni, frequentando le scuole pubbliche a Castelnuovo, ebbe modo di passare attraverso un apprendistato di musica e di cucito presso «l'onest'uomo» Roberto Giovanni che lo teneva a pen­sione: «Mi diedi con tutto il cuore all'arte musicale — scriverà nelle 'Memorie' —... In brevissimo tempo divenni capace di fare i botto­ni, gli orli, le cuciture semplici e doppie. Appresi pure a tagliare le mutande, i corpetti, i calzoni, i farsetti; e mi pareva di essere dive­nuto un valente capo sarto».[20]

A Chieri, negli anni 1833-34, per mantenersi agli studi si adattò a lavorare come garzone di caffè e in poco tempo vi si immedesimò talmente da far suoi i segreti del suo datore di lavoro: «Alla metà di quell'anno io ero in grado di preparare caffé, cioccolatte; conoscere le regole e le proporzioni per fare ogni genere di confetti, di liquori, di gelati e di rinfreschi».[21]

Gli impegni scolastici gli consigliarono piuttosto lavori domesti­ci e non eccessivamente pesanti, ma appena soppraggiungevano le vacanze, nonostante la talare da seminarista, si dedicava ad attività più virili ed impegnative: «Faceva fusi, pallottole al torno, cuciva abiti; tagliava, cuciva scarpe; lavorava nel ferro, nel legno. Ancora [pag. 26] presentemente avvi. alla mia casa di Murialdo uno scrittoio, una ta­vola da pranzo con alcune sedie che ricordano i capi d'opera di quelle mie vacanze. Mi occupava pure a segare l'erba dei prati, a mietere il frumento nel campo, a spampinare, a smoccolare, a ven­demmiare, a vineggiare, a spillare il vino e simili».[22]

A ragione il suo terzo successore, Don Filippo Rinaldi, scriverà: «La Provvidenza ha disposto che Don Bosco esercitasse un pò quasi tutti i mestieri: egli è stato agricoltore, sarto, ciabattino, fabbro, fa­legname, tipografo perché i suoi figliuoli coadiutori potessero dire con un santo orgoglio: Don Bosco ha esercitato anche il mio mestie­re! Perciò il nostro venerabile Fondatore s'è reso modello perfetto dei sacerdoti, ma anche dei coadiutori».[23]

L'esperienza del lavoro manuale rese Don Bosco capace di comprenderne il valore ai tini di una corretta e completa formazio-ne umana. Nonostante i suoi studi seminaristici, non svalutò mai le attività profane quasi bisognasse guardarsene per non compromet­tere dignità e spirito ecclesiastico.[24]

Don Bosco, pur condividendo questa preoccupazione (ai sale­siani coadiutori infatti ripeterà spesso: Voi potete fare ciò che non è concesso ai sacerdoti), aveva del lavoro un'alta stima per la sua valenza sociale ed educativa. Il lavoro sviluppava nei giovani il senso della solidarietà verso i compagni, specialmente nei momenti del pericolo morale e del bisogno materiale, e li abituava al confronto e alla responsabilità. 


c. Laboratori e collaboratori.

Con l'istituzione dei laboratori interni, il nodo più delicato e più urgente da sciogliere era quello del personale istruttore ed educatore. Il problema fu risolto «attraverso laboriose esperienze. Don Bosco stesso ne ricapitolò le fasi nel 1885. Gliene porse il destro l'oggetto di una discussione apertasi nel Capitolo Superiore [il 14 dicembre 1885] [pag. 27]; rifece allora la storia dei suoi artigiani nell'Oratorio (...) ed enumerò i vari esperimenti tentati prima di arrivare a una soddisfacente sistemazione. (...) Finché non fu possibile fare a meno di capi venuti da fuori, Don Bosco si ridusse a esonerarli da ogni ingerenza disciplinare ed economica, affidando queste mansioni a Coadiutori salesiani, i primi dei quali furono Giuseppe Rossi, Giuseppe Buzzetti e il Cav. Oreglia di S. Stefano. Ma come procacciarsi maestri d'arte suoi? (Tra gli artigiani dell'Oratorio) non mancarono mai di quelli che si sentivano maggiormente attratti verso di lui e che egli veniva lavorando con cura speciale nell'intento di farli suoi. Questi tali finivano facilmente con decidersi a stare per sem­pre con Don Bosco, della quale espressione noi conosciamo già il valore che le si dava nell'Oratorio. (...) Essi rientravano maestri in quei laboratori dov'erano stati allievi».[25]

Quindi all'inizio era stato lo stesso Don Bosco a farsi «assistente» e primo «maestro» di arti e mestieri. Poi, realisticamente, ricorse ad esperti in materia, chiamando all'Oratorio veri e propri maestri d'arte salariati. La scelta di questi maestri si rivelò ben presto molto esigente e selettiva: «Per averli capaci di ammaestrare allievi bisogna che siano di moralità, attitudine e scienza non ordinaria e perciò ben pagati»[26]

Era difficile trovare nelle persone l'abbinamento che si desiderava fra perizia professionale e attitudini morali ed educative. Don Bosco intravide la soluzione nella scelta di collaboratori laici, preferibilmente residenti in forma stabile all'Oratorio e provenienti dal medesimo. 


B. Coadiutore: dal collaboratore laico al religioso laico.

Con una visione che non creava barriere di sorta nel campo della perfezione cristiana e dell'apostolato, Don Bosco ebbe di fatto, fin dagli inizi della sua opera, la concreta e fattiva collaborazione dei laici. Ciò gli permise di costatare direttamente il valore e il peso educativo della loro presenza in mezzo ai giovani. [pag. 28]

Certamente, dalle testimonianze e dai documenti di cui dispo­niamo, non ci è possibile stabilire se il Salesiano coadiutore, come lo si configura oggi, sia emerso dall'esperienza e dalla genialità di Don Bosco in concomitanza con la nascita stessa della Congregazio­ne. Si propende piuttosto per una normale e progressiva maturazione di questa forma vocazionale, gestita inizialmente da Don Bosco secondo modalità riscontrabili nel suo tempo e nel suo ambiente e successivamente modificata e coordinata alle esigenze istituzionali.

Il termine o la qualifica di «coadiutore», rintracciabile per la prima volta nei registri d'«anagrafe dei giovani» di Valdocco nel di­cembre del 1854 accanto al nome del trentenne Alessio Peano, non ha alcun riferimento a significati di natura religiosa.[27] Esprimeva un tratto di delicatezza e di rispetto da parte di Don Bosco verso quelli che altri chiamavano semplicemente «servi». Manifestava sopra tutto l'indole propria della presenza di questi laici in mezzo ai giovani: non erano semplici dipendenti, ma parte in causa, collaboratori. L'appellativo quindi pur non esprimendo la sostanza di quanto noi oggi intendiamo, racchiude la matrice di uno sviluppo.

Don Giuseppe Vespignani, in un suo scritto ancora inedito: «Storia del coadiutore salesiano», redatto su un'agenda del 1930, conservata presso l'Archivio salesiano centrale, dice esplicitamente che «il nome di Coadiutore fu il primo che Don Bosco diede a tutti i suoi compagni ed amici che compresero l'importanza dell'opera degli Oratori, cioè di istruire, assistere e guidare la povera gioventù abbandonata nei doveri della vita cristiana».

Per lunghi anni la qualifica «coadiutore» continuerà ad indicare genericamente collaboratori laici residenti a Valdocco, avessero o no professato nella Società di San Francesco di Sales. Fino agli anni '80 si dà quella che P. Stella chiama «la condizione fluida delle origi­ni: coadiutori con voti e senza voti».[28] «Le lacune e le reticenze delle costituzioni (stesse) del 1868 forse tendevano a rispecchiare una situazione volutamente fluida, per cui tra l'altro nella vita quotidiana non esisteva una formale distinzione tra chierici di Don Bosco e chierici diocesani, tra coadiutori con voti e coadiutori che erano [pag. 29] semplici ospiti o lavoratori salariati».[29] Bisognerà arrivare al CG3 del 1883 per stabilirne la distinzione[30] e riservare ufficialmente l'appellativo ai Salesiani laici.

Le persone che nel primo ventennio di vita dell'Oratorio sono denominate «coadiutori» si aggirano intorno alla ventina, con un'età che oscilla dai 14 ai 69 anni e con una media di oltre 34 a. Parecchi di loro, pur pagando una retta minima, riscuotono regolare retribuzione come veri e propri famigli o come lavoranti nei labora­tori di arti e mestieri intestati a Don Bosco. La loro presenza a Valdocco è in genere molto discontinua e normalmente di breve dura­ta. Può trattarsi, verosimilmente, di una parte di quella notevole fa­scia di giovani che dalla provincia venivano nel capoluogo attirati dagli opifici che a Torino cominciavano ad assorbire manodopera. Presso Don Bosco essi trovavano il primo punto di appoggio fino ad assunzione avvenuta, senza obblighi o vincoli di natura religiosa che non fossero quelli del buon cristiano.

Nella geografia dei vari gruppi o categorie esistenti (sacerdoti, chierici salesiani, seminaristi, studenti e artigiani), i «coadiutori» risultarono inseriti, in forma familiare e indistinta, nel tessuto connettivo di Valdocco, dominato dalla presenza di Don Bosco, confessore e padre spirituale, e impregnato delle sue stesse caratteristiche temperamentali e dei suoi ideali. Tutto in clima di famiglia e di attiva partecipazione, nonostante le differenze di stato.

Nel settore degli artigiani il numero e la qualità dei laici divennero sempre più significativi e richiesti. Proprio da questo gruppo di collaboratori laici, ormai indispensabile e ben assimilato nella so­stanza e nello stile al modello voluto da Don Bosco, cominciò a prender corpo la realtà del «Salesiano coadiutore». Il passaggio era solo interiore e di sostanza, senza novità alcuna di abito o di occupazione. I lavoranti laici, infatti, che preferivano stare con Don Bosco [pag. 30] e stabilirsi a Valdocco erano quasi tutti di provenienza rurale e urbana popolare, aree notoriamente «attaccate alla religione», nelle quali era vivo il senso della Provvidenza, l'osservanza religiosa, il pieno rispetto per il clero, una grande devozione a Maria e la frequenza ai sacramenti.

L'elemento più nuovo e notevole che in quel tempo di una certa mobilità sociale costituiva un'incommensurabile garanzia assicurativa per questi primi collaboratori, era la certezza di poter rimanere con don Bosco che assicurava «lavoro, pane e paradiso».

Don G. Vespignani, nell'inedito citato, conferma questo dato: «Il coadiutore di Don Bosco generalmente, al farsi salesiano, non pensava proprio ad accettare una regola ed a fare dei voti: egli in­tendeva di stare con Don Bosco per aiutarlo a fare ciò che egli vo­lesse: in questo riponeva la sua felicità. Il resto della regolarità, della perfezione religiosa, della professione dei voti, verrebbe in seguito, secondo che lo indicasse Don Bosco».


C. I primi «Salesiani Coadiutori».

La figura caratteristica del «Salesiano Coadiutore» venne pertanto definendosi nel primo ventennio di vita della Società di S. Francesco di Sales. In questa definizione «non (è) facile stabilire se i motivi siano stati tutti contemporaneamente presenti fin dall'inizio in Don Bosco oppure siano intervenuti gradualmente in tempi successivi, parallelamente al progressivo maturare della sua opera (...) Il particolare temperamento di Don Bosco, le modalità e le cautele con cui egli ha voluto presentare la nuova Congregazione sia ai giovani candidati e agli ipotetici membri sia al pubblico e alle Autorità, il caratteristico metodo della gradualità da lui adottato nell’attuare le sue imprese, la precedenza da lui generalmente data ai fatti ed alle realizzazioni rispetto alle teorie e alle codificazioni e, quindi, la conseguente penuria di documenti in proposito nei primi anni, non facilitano la risposta».[31]

a. Alcune date e, con esse, alcune figure fondamentali del primo [pag. 31] periodo possono servire di orientamento generale, per vedere come a partire dal 1860 cominciano poco a poco a differenziarsi i «Salesiani coadiutori» veri e propri dagli altri cosiddetti «coadiutori» laici in genere.

Nell'assemblea del 18 dicembre 1859, formale atto di nascita della Società di S. Francesco di Sales, mancano i salesiani coadiutori.[32] Ma già il 2 febbraio 1860 avvenne l'accettazione del primo socio laico. Come si legge nel verbale del Capitolo della Società, in quel giorno il «giovane Rossi Giuseppe di Matteo, da Mezzanabigli (...) venne ammesso alla pratica delle regole di detta Società»,[33] frase che, nell'intenzione di Don Bosco, equivaleva alla prova del noviziato. Giuseppe Rossi aveva 24 anni; emise i voti triennali quattro anni dopo, il 19 settembre 1864; fece i voti perpetui nel 1868 e morì sale­siano il 29 ottobre 1908. Sul registro dell'anagrafe di Valdocco è se­gnato con la qualifica professionale di «provveditore».

Con il giovane Giuseppe Rossi il termine «coadiutore», già in uso, come abbiam visto, nelle scritture interne dei registri di Valdocco, passò a integrare la terminologia corrente del vocabolario salesiano. Infatti, appena tre mesi dopo, nella lettera dell'11 giugno 1860, indirizzata a mons. Fransoni, arcivescovo esule di Torino e in cui si domandava l'approvazione dell'annesso esemplare delle Regole, compare il titolo di «coadiutore»[34]segnato accanto al nome di G. Rossi e di Giuseppe Gaia, insieme a quello di «sacerdote» e «chierico» degli altri firmatari.

A queste prime due adesioni ben presto se ne aggiunsero altre. I loro nomi e le loro imprese bastano da soli a caratterizzare bene l'intento di Don Bosco e il significato della sua nascente istituzione: il cav. Federico Oreglia di S. Stefano, «factotum amministrativo», e Gaia, cuoco, emisero per primi i voti il 14 maggio 1862, data dei primi voti religiosi ufficiali della Società Salesiana. Il già citato Rossi, guardarobiere, capolaboratorio e provveditore generale, professerà due anni dopo; Andrea Pelazza, ammesso nel 1863 e poi per quasi quarant'anni leggendario incaricato della tipografia e cartiera salesiana, [pag. 32] morì salesiano il 23 settembre 1905; e poi Pietro Enria, anch'egli professo nel 1878 e già da adolescente presso Don Bosco, di cui fu poi insostituibile infermiere; Giuseppe Buzzetti professo nel 1877, mano destra e fiduciario di tutte le prime realizzazioni d'avan­guardia; Marcello Rossi, Giuseppe Dogliani, Domenico Palestrino, legati in modo personalissimo a tre istituzioni nodali di Valdocco: la portineria, la musica e la sacrestia del Santuario di M. Ausiliatrice; Gioia, Scavini, Belmonte e Molinari, che fecero parte della prima spedizione missionaria in Argentina. Ormai non c'era settore o impresa di rilievo nel crescente sviluppo della Congregazione che non comportasse insieme al Salesiano presbitero o chierico, la presenza del Salesiano laico.

«Tra il 1860 e il '70 i coadiutori salesiani vivevano un po’ mime­tizzati tra gli artigiani, i capi d'arte e i subalterni nella famiglia del­l'Oratorio; così come i preti e i chierici salesiani non facevano vita distinta da quella dei chierici diocesani ospitati a Valdocco.

Sotto certi aspetti questa situazione era il riflesso della circospezione che caratterizzava in quei tempi molte imprese di Don Bosco. Dopo le prime spedizioni missionarie egli dirà ai salesiani quanto era stato restìo precedentemente a divulgare l'appellativo, appunto, di «Salesiani». Se da una parte poteva temere nei suoi collaboratori reazioni di ripulsa, come quelle che ebbe Giovanni Cagliero quando per la prima volta nel 1854-55 si sentì invitato ad ascriversi alla congregazione salesiana, dall'altra don Bosco viveva nel timore di vessazioni fiscali. Solo dopo il 1871, dopo la legge delle Guarenti­gie, in clima di garantito separatismo e rispetto, si assiste al molti­plicarsi di iniziative di don Bosco verso un inserimento pubblico del-la congregazione salesiana nella società italiana e nel mondo».[35]

E, meglio ancora, bisognerà attendere la prima spedizione missionaria del 1875 per assistere a un notevole cambiamento: Don Bosco, nel presentare all'esterno la sua Pia Società, alla circospezione e al riserbo sostituì la notorietà e la propaganda a vasto raggio.[36] Le [pag. 33] lettere che giungevano dall'Argentina nei primi mesi del 1876 crearono un forte clima di entusiasmo e confermarono Don Bosco sull'opportunità della formula «preti chierici coadiutori», assimilati, senza gradi e distinzioni, nella comune identità di «Salesiani». Il Vicario generale di Buenos Aires espresse bene il suo giudizio sulla situazione, nuova nella storia degli Ordini religiosi, riferendolo al gruppo dei primi salesiani insediati in S. Nicolas: «Fagnano è infaticabile, Tomatis intrepido, Cassinis costante, Allavena robusto, Moli-nari indefesso, Gioia invincibile, Scavini incommovibile nel lavoro scientifico, manuale e religioso... Il collegio va perfettamente. I Pa­dri salesiani si portano benissimo e sono stimatissimi in città, e il loro nome suona già in tutta l'America del Sud».[37]

La realtà effettiva sperimentata a Valdocco negli anni 1858-1888, il peso degli avvenimenti di natura economica e sociale (si pensi alla provenienza dei giovani dalla campagna o dalle zone depresse, con l'incipiente trasformazione industriale la progressiva consapevolezza e solidità del progetto salesiano nel mondo fissano gradualmente i tratti più significativi della fisionomia del Salesiano coadiutore e del suo posto in Congregazione. I dati statistici rispecchiano questa situazione: nel 1870 i Salesiani coadiutori, professi e ascritti, erano 23; i preti erano 26.

b. Provenienza e occupazioni.

Sembra opportuno rendersi anche conto degli ambienti da cui provenivano i Salesiani laici e della varietà di compiti loro affidati.

Le primissime vocazioni di Coadiutori giunsero dall'esterno. Il caso del cav. Federico Oreglia di S. Stefano lo dimostra. Tuttavia il vivaio naturale e tipico rimase Valdocco e il mondo vario dei labora­tori per artigiani e degli altri suoi servizi. Lo spoglio sistematico dei dati personali della prima generazione di Salesiani coadiutori conferma [pag. 34] questo assunto e, salve le caratteristiche vicende di alcuni fra loro, ripropone un iter abbastanza comune: incontro o conoscenza fortuita di Don Bosco fuori Valdocco, trasferimento a Torino senza alcuna intenzione di stabilirvisi, primi incarichi a ritmo crescente nelle più diverse mansioni secondo i bisogni e le attitudini man mano valorizzate, vita in comunità con carattere di permanenza, domanda e professione religiosa.

Si nota una traiettoria graduale di chiaro segno educativo-religioso, che trasformava questi collaboratori avventizi, amici o ammiratori (mai subalterni!) di Don Bosco in veri e propri corre­sponsabili a tempo pieno di vari settori, da quello logistico a quello amministrativo. Agli inizi del 1870 infatti troviamo già i nomi di Giuseppe Rossi e Andrea Pelazza come legali rappresentanti di fronte allo Stato di vari beni immobili; Giuseppe Rossi sarà chiamato al CG4 come consulente dei Salesiani coadiutori e incaricato delle scuole di arti e mestieri; il capo sarto Pietro Cenci, grazie alla sua pubblicazione «Metodo di taglio», che gli valse il titolo di 'professore' e di 'cavaliere della Corona', ebbe spesso l'incarico di rappresentare legalmente il settore sartoria presso varie esposizioni e concorsi statali; Giuseppe Gambino, dopo un lungo e brillante periodo di ge­stione aziendale delle «Letture Cattoliche», della «Biblioteca della gioventù italiana» e del «Bollettino Salesiano», divenne nel 1891 «gerente responsabile» di tutta la Libreria editrice salesiana.

Naturalmente non tutti erano sempre addetti ad un settore specializzato. Alcuni facevano un po’ di tutto, come Pietro Enria o Pietro Nasi. Essi passavano tranquillamente dalla sala di musica al teatro, alla cucina, alla barbieria, alla ricerca di lavoro per i laboratori e all'infermeria così da risultare, come amava ripeter loro Don Bosco, «non solo utili ma necessari». Altri magari ricoprivano due incarichi, quello di portiere e quello di cuoco, importanti perché, insieme al direttore, garantivano, si diceva, lo stesso «buon andamento di una casa salesiana». Marcello Rossi, per esempio, fu portinaio per quarantotto anni, mentre Giuseppe Falco, Francesco Mascheroni e Giuseppe Ruffatto furono cuochi di rinomata dedizione.

Tanta abilità e tanta sollecitudine lavorativa non basterebbero però da sole a qualificare lo specifico di questi uomini, simili alla fin fine, nella frugalità e nella tenacia, a tutta una schiera di figure piemontesi contemporanee, pionieri di imprese divenute poi grandi. [pag. 35]

La chiave di comprensione delle occupazioni, umili o altamente professionali, svolte dai Salesiani coadiutori ha il suo specifico nella corresponsabilità apostolica ed educativa, nell'aiuto diretto o indi­retto al sacerdote per la salvezza delle anime. Se non si considerasse permanentemente questa prospettiva, si rischierebbe di svuotarle di anima e di finalità e di vanificare affermazioni basilari e convinci­menti di Don Bosco che vedeva nel Coadiutore un apostolo e un educatore, anzi «un vero operaio evangelico»: «Questa è l'idea del coadiutore salesiano — spiegherà egli stesso nel discorso program­matico del 1883 — Io ho tanto bisogno di avere molti che mi venga-no ad aiutare in questo modo».[38] 


D.  Il pensiero di Don Bosco, nell'ultimo decennio di vita, fonte e termine di confronto.

Come si è accennato, nei primi anni di vita della Congregazione esisteva già la realtà del Salesiano coadiutore vitalmente inserito, con mansioni e attribuzioni inedite e sicuramente diverse da quelle della parallela figura del tradizionale 'converso'. Tuttavia sono pochi e non espliciti i riferimenti dei testi formali di cui disponiamo. Abbiamo ricordato alcuni fattori che spiegano tanto riserbo da parte di Don Bosco. Si deve inoltre tener conto del carattere ancora «intuitivo» della figura del Salesiano coadiutore, come germe che contiene in sé gli sviluppi successivi, e della più accentuata spiegabi­le preoccupazione per le vocazioni sacerdotali.[39] Inoltre l'indiscutibile prudenza di Don Bosco[40] lo porta a prendere un certo tempo [pag. 36] per convincersi della opportunità di reclutare giovani artigiani, ele­menti cioè di una categoria abbastanza staccata e diversa da quella degli studenti, ai quali era tradizionalmente aperto, se non in forma esclusiva, il discorso vocazionale.

D'altro canto era un tratto tipico del nostro Padre quella ponderatezza che si esprime, ad esempio, nelle parole pronunciate dopo aver letto la lettera del Rettore del Seminario di Montpellier, ansioso di conoscere i segreti del suo progetto pastorale «Sono sempre andato avanti come il Signore mi ispirava e le circostanze esigevano».[41] Certamente in tutto questo Don Bosco non si lasciò prendere dalla fretta. Per molto tempo evitò o di fatto non parlò mai pubblicamente della faccenda agli alunni dell'Oratorio. Si limitava, secondo una strategia ormai familiare, a proporre ad alcuni giovani di aiutarlo e, avutone il consenso, li introduceva gradualmente al tirocinio di una fiduciosa collaborazione e di una dedizione piena fino "alla professione religiosa. 


a. Il pensiero di Don Bosco.

Solo nel 1876, per i motivi già accennati, ha inizio un tempo che porta novità nel modo di presentare e motivare la vocazione del Salesiano coadiutore.

«Quando il 31 marzo 1876, per la prima volta, Don Bosco fece ai suoi giovani artigiani di Valdocco l'esplicita 'rivelazione' della vocazione del coadiutore salesiano, ne avevano preparato la necessaria comprensione soprattutto due fatti molto eloquenti 1) la realtà effettiva: 'nonostante il lungo riserbo osservato da Don Bosco nel parlare in pubblico di Coadiutori, il Catalogo di quell'anno (1876) ne registrava già 28 professi perpetui, 22 triennali, 28 ascritti, 25 aspiranti'. (E. Ceria, Annali 1, 707); 2) la partenza dei salesiani per l'America Meridionale, che recò all'Oratorio fermenti di entusiasmo anche per i laici collaboratori del Sacerdote nell'opera evangelizzatrice e civilizzatrice».[42] [pag. 37]

La preparazione e la stessa partenza della prima spedizione per l'Argentina posero i presupposti ottimali per questo cambiamento e rappresentarono il meglio di quelle 'circostanze' cui aveva accennato Don Bosco a proposito della lettera da Montpellier. Infatti le notizie ricevute dai missionari giunti a destinazione, e da quanti li vedevano lavorare, spianavano il campo da ogni difficoltà e davano l'ineguagliabile opportunità di far capire ai giovani chi erano quei 'coadiutori', partiti mesi prima per l'Argentina, e perché potevano chiamarsi essi pure 'missionari salesiani', proprio come gli altri che, in talare, avevano lasciato Valdocco per terre così lontane.

La sera del 19 marzo 1876, nella conferenza a cui erano presen­ti anche gli artigiani più grandicelli, nel corso della festa in onore di S. Giuseppe, da loro celebratissimo, Don Bosco precisava «E notate bene che per operai qui non s'intendono solo, come alcuno può credere, i Sacerdoti, Predicatori e Confessori... Operai sono tutti quelli che in qualche modo concorrono alla salvezza delle anime; come operai nel campo non sono soltanto quelli che raccolgono il grano, ma tutti gli altri. Guardate in un campo quanta varietà di operai... Così nella Chiesa c'è bisogno d'ogni sorta di operai, ma proprio di tutti i generi... Oh, se si potessero avere tanti sacerdoti da mandare in ogni regione della terra, in ogni città, paese, villaggio, campagna e convertire il mondo! Ma tanti sacerdoti è impossibile averli; bisogna dunque che vi siano anche altri. Poi i sacerdoti come potrebbero essere liberi nel ministero, se non avessero chi loro cuoce il pane e le vivande? se avessero a farsi da sé le scarpe e gli abiti? Il sacerdote ha necessità di essere coadiuvato; ed io credo di non essere in errore se asserisco che quanti siete qui, e preti e studenti e artigiani e coadiutori, potete essere veri operai evangelici e fare del bene nella vigna del Signore (...). Adesso qualcuno domanderà: — Ma, signor Don Bosco, a che cosa vuol ella alludere con questo? Che cosa intende ella di dirci? Per quale motivo ci manifestò queste cose stasera? Oh, miei cari! Quel grido «Operarii autem pauci» non si faceva solo sentire nei tempi antichi ma a noi in questi tempi nostri si fa sentire imperioso più che mai. Alla Congregazione salesiana cresce di giorno in giorno così smisuratamente la messe che, quasi direi, non si sa più da quale parte incominciare... Dalla Repubblica Argentina poi abbiamo notizie strazianti da D. Cagliero... Oh si che desidererei vedervi tutti slanciati a lavorare come tanti Apostoli! A questo [pag. 38] tendono tutti i miei pensieri, tutte le mie cure, tutte le mie fatiche».[43]

Le affermazioni di Don Bosco, pur cadendo in terreno già predisposto a capire questo linguaggio, le sue sfumature e il non detto, costituiscono la preparazione immediata a ciò che può dirsi «la prima epifania» di quanto era stato lungamente sperimentato e vissuto nell'intimità del nucleo religioso dell'Oratorio.

Solo una decina di giorni dopo, infatti, il 31 dello stesso mese, Don Bosco sembra quasi riprendere il filo del discorso per precisarne i tratti essenziali. Don Ceria, riportando il fatto, non nasconde la sorpresa: «Non mai per l'addietro — egli scrive — il Beato Fondatore si era spiegato così chiaramente in pubblico su questo argomento. È probabile che nella conferenza del giorno di S. Giuseppe egli mirasse ad aprirvisi la strada; certo è, in ogni modo, che l'impressione prodotta allora dalle sue parole gli aveva preparato ottima­mente il terreno».[45] «Ad essa — precisa Don Bosco mettendo subito a fuoco il fine ultimo — può prendere parte chiunque abbia voglia di salvarsi l'anima».[46]

Questa scelta passa attraverso due caratteristiche individuanti e specifiche dell'opera salesiana: l'apostolato, quello giovanile specialmente, [pag. 39] come si può ben capire da tutto il contesto, e l'assoluta pari­tà vissuta in un ambiente di convivenza fraterna. Al riguardo ciò che dice Don Bosco è volutamente perentorio e chiaro: «Notate eziandio che tra i soci della Congregazione non vi è distinzione alcuna: sono trattati tutti allo stesso modo, siano artigiani, siano chierici, siano preti: noi ci consideriamo tutti come fratelli e la minestra che mangio io l'hanno anche gli altri e la stessa pietanza, lo stesso vino che serve per Don Bosco, per Don Lazzero per Don Chiala, vostro Direttore, si dà a chiunque faccia parte della Congregazione».[47] Naturalmente non poteva mancare un significativo riferimento a quelle 'circostanze' di cui abbiamo parlato «Eziandio se vi fosse qualcuno che desiderasse di andare in America, entrando nella Congregazione avrebbe la comodità di andarvi... Avete visto che l'anno scorso erano qui vari vostri compagni: ora sono là Missionari e fanno molto del bene. Essi, finché furono qui, in nulla erano da voi distinti: erano come voi. Ora che sono là, vivono contenti in modo straordinario. Tutti voi conoscevate benissimo Gioia che faceva il calzolaio: ebbene in questi giorni si ricevette notizia che esso è divenuto un gran faccendiere: fa il cuoco, il calzolaio, il catechista. Conoscevate anche Scavini, falegname, che una volta era qui ragazzetto, ora è capo laboratorio con circa venti garzoni sotto il suo comando e sappiamo che nel poco tempo che è là ha già fatto moltissimo. E Belmonte? Sembrava non avesse niente di particolare in quanto a doti della persona, quando era tra noi, ed ora conosciamo di lui tante belle cose: fa il sagrestano, il musicante, il catechista e possiamo dire che è lui il maggiordomo della casa di Buenos Aires. E se volete, aggiungete eziandio Molinari, benché coltivi la musica. Tutti costoro, l'anno scorso erano tra noi semplici artigiani ed ora sono là, campioni stimati ed onorati».[48]

Tolti gli ultimi dati, legati alle recentissime vicende «americane», conviene sempre ricordare che Don Bosco non aggiungeva nulla di nuovo e di diverso a quanto gli ascritti salesiani, e in parti­colare i Coadiutori, avevano già da anni imparato a sentire e a vivere. Infatti in un appunto di Don Cesare Chiala, che sunteggiava un [pag. 40] discorsetto tenuto dal Santo agli ascritti coadiutori già quattro anni prima, nel 1872, i concetti espressi anticipano sostanzialmente quel­li appena riportati «Scopo della Società si è di salvare la nostra ani­ma e poi anche di salvar quelle degli altri, specialmente dei giova­ni. .. In nessun luogo, come in una Congregazione, si verifica la veri­tà della Comunione dei Santi, in cui tutto ciò che fa uno va anche a profitto dell'altro. E infatti chi predica, chi confessa, dopo un certo tempo, ha bisogno di mangiare, come farebbe se non ci fosse il cuo­co; il dotto professore ha pur bisogno di vestirsi, di calzarsi, che fa­rebbe se non ci fosse il sarto, il calzolaio? Gli è come nel corpo, la testa vai più della gamba, l'occhio più del piede, ma sì l'uno che l'altro son necessari al corpo: basta che una spina penetri nel piede, perché tosto occhi, mano testa si mettano in moto per sollevare il povero piede. Anche qui cade in acconcio il paragone della fabbrica degli orologi: tutti gli ordigni, fatti con giustezza e precisione, si combinano insieme e ne riesce un orologio perfettissimo».[49]

Identità di vedute quindi nell'essenziale, ma anche evidente svi­luppo con graduale adattamento agli avvenimenti e alle concrete esigenze dei tempi. Seppure, di tanto in tanto, l'accenno esplicito alla dimensione educativa ed apostolica sembra lasciato in ombra. Ne fa fede la «Circolare per la ricerca di vocazioni di coadiutori»,[50] fatta scrivere e spedire da Don Bosco ai parroci nel gennaio del 1880. Oltre all'ormai acquisita possibilità di parlare liberamente e pubblicamente, anche fuori dell'Oratorio, della 'Pia Società Salesiana fondata dal Sig. Don Bosco Giovanni', si manifesta il desiderio di far sapere a raggio più vasto non solo dell'esistenza della compo­nente laicale della nuova Congregazione, ma sopra tutto della sua necessità: «Il moltiplicarsi delle opere — commentava infatti il Ceria presentando questa lettera — induceva la necessità di reclutare un numero adeguato di coadiutori».[51] Ciò che invece risulta compresso è il ruolo affidato a questa componente, ridotto a semplice collaborazione materiale nella conduzione degli istituti, senza che si accennino eventuali impegni di natura apostolica ed educativa. Vengono infatti richiesti giovani «disposti ad occuparsi di qualunque lavoro; [pag.41] per es. nella campagna, nell'orto, in cucina, in panetteria, tener refettori, far la pulizia della casa; e se sono abbastanza istruiti saranno messi negli uffici in qualità di Segretari. Quando poi fossero addestrati in un'arte o mestiere di quei che esercitiamo nei nostri Istituti, potrebbero continuare la loro arte nei rispettivi Laboratori. L'età loro dovrebbe essere dai 20 compiuti ai 35 anni circa».

La lettera, contrariamente a quanto afferma il Ceria,[52] potrebbe prestarsi a interpretazioni riduttive, se non fosse correttamente collocata in un certo contesto e valutata nell'ottica di Don Bosco. A suo avviso, il Salesiano coadiutore poteva e doveva essere, come abbiamo costatato sopra, un «operaio evangelico» e quindi, ovviamente, la sua presenza e il suo servizio ai giovani non potevano esaurirsi in una pura e semplice funzione amministrativa. Era talmente implicita la dimensione apostolica ed educativa che neppure le autorevoli «Deliberazioni del Terzo e Quarto Capitolo Generale della Pia Società Salesiana, tenuti in Valsalice nel settembre 1883-86»,[53] sentono il bisogno di dedicarvi più spazio del necessario. Un inciso risulta nella IV deliberazione del «Regolamento per gli Oratori festivi»,[54] nel corso del CG3 del 1883: «Tutti i Soci Salesiani, così ecclesiastici come laici, si stimino fortunati di prestarvi l'opera loro, persuadendosi essere questo un apostolato di somma importanza». Sembrerebbe essere cosa di poco conto se non si esaminasse l'insieme della documentazione di tutto il Capitolo, che riserva ben due «Temi» al Salesiano coadiutore: il IV (Coltura dei Confratelli Coa­diutori) e il V (Indirizzo da darsi alla parte operaia nelle Case Salesiane e mezzi per sviluppare la vocazione dei giovani artigiani), discussi nelle sessioni del 6 settembre e di cui possediamo una sintetica trascrizione verbale che conviene riportare.

«6 settembre Mattina. Alle ore 9.15 D. Rua apre la conferenza con le solite preghiere. Il Relatore D. Belmonte dà lettura agli studi fatti sul tema IV riguardante la coltura de confratelli coadiutori. Entra Don Bosco e si dà lettura al tema V che riguarda l'indirizzo [pag. 42] [da darsi alla parte operaia nelle Case Salesiane] ecc. come avente rela­zione con la coltura [dei Confratelli Coadiutori] ecc. Si fa una que­stione se convenga lasciare sì o no il nome di coad. ai soci secolari o cambiarlo con quello di Confratello. D. Bosco e molti opinano che non si debba mutare, solo si mostra la convenienza che non si dia il nome di Coadiutore ai famigli. In dipendenza di questa questione si accenna dal Confratello Barale a un pò di negligenza che si verifica fra gli antichi e i nuovi venuti. Don Bosco con molta aggiustatezza rilegge a questo proposito «Tutti i soci si riguarderanno come fratelli ecc.» (cap. 2, art. 1). Quindi Don Bonetti propone un canone così concepito: Tutti i soci tanto sacerdoti come laici si trattino... Don Bosco fa osservare che è conveniente conservare interamente i nomi conservati dalla Congregazione dei Vescovi e Regolari «Fratres Coadiutores».

«6 settembre Sera. ... Entra in questione se sia necessario apri­re un Noviziato apposito per gli ascritti artigiani. D. Bosco opina di migliorare la loro posizione separandoli dal resto degli Artigiani. Quasi tutti opinano di fondarlo separatamente. Resta sospesa que-sta speciale deliberazione. Poi si cercherà di stabilire qualcosa a S. Benigno».[55]

Com'è possibile notare, la preoccupazione dell'assemblea capitolare non verte tanto sull'attività apostolica del Salesiano coadiutore, quanto piuttosto su una migliore conoscenza della sua identità e sulla sua collocazione all'interno della Congregazione. Ne sono indizi la questione del nome, la necessità di una ben chiara distinzione dai famigli, l'opportunità di un noviziato separato «dal resto degli Artigiani» (cosa che fu 'stranamente' attuata, ma in riferimento ai chierici!).[56]

Si tratta in definitiva di problemi che sarebbero stati incomprensibili fino al 1874. Acquistano invece un senso e un peso se si tengono presenti gli avvenimenti e i cambiamenti che accompagnarono la fase di assestamento della Congregazione dopo il lungo iter dell'approvazione definitiva delle Costituzioni da parte della S. Sede. Diamo una rassegna dei fatti più significativi. [pag. 43]

Già nel 1875, con la missione in Argentina, si ebbe la prima espansione extra-europea con notevoli fenomeni di risonanza all'esterno e all'interno del tessuto connettivo originario della Congregazione. Prese sempre più consistenza e spessore di vita il primo embrione di Famiglia Salesiana con il ramo femminile delle Figlie di Maria Ausiliatrice e con il ramo laicale, l'associazione dei Cooperatori. Dal 1877 tutta la vita salesiana venne come scandita e contrassegnata, ogni tre anni, dagli orientamenti e dalle deliberazioni dei Capitoli generali presieduti solo fino al 1886 dallo stesso Don Bosco.

Nel frattempo, la forte crescita della Congregazione e la so­pravvenuta clausura canonica per le Figlie di Maria Ausiliatrice ri­chiesero un aumento d'impiego del personale maschile stipendiato o dei Salesiani coadiutori. Essi furono chiamati a svolgere mansioni e servizi domestici prima inesistenti o coperti dal volontariato femminile, com'era accaduto, sulla scia di Mamma Margherita e della mamma di D. Rua, per varie mamme residenti a Valdocco, fino al 1872.

A seguito della controversia con mons. Gastaldi un problema si aggiunse ai non pochi già esistenti, quello della formazione dei can­didati al sacerdozio. Si verificò per questo un mutamento nella fisio­nomia originaria dell'Oratorio. Fu necessario strutturare la vita in' modo da affrontare i rigori di visite canoniche preoccupate del corretto spirito ecclesiastico dei giovani leviti. Fu anche necessario sta­bilire un noviziato tutto per loro e affidarlo al maestro Don Giulio Barberis.

Questa serie di fatti: crescita della Congregazione, aumento dei famigli, singolare separazione nel noviziato dal ramo ecclesiastico non potevano non avere dei contraccolpi sulla figura e sul valore del Salesiano coadiutore. Il processo di diversificazione dai chierici e dai preti e il suo più marcato utilizzo nell'ambito dei servizi riservati ai famigli, cui veniva dato normalmente fino allora anche il nome di 'coadiutori', poteva facilmente deteriorarsi in un meccanismo che sembrava declassare l'identità del confratello laico.

Questi elementi di diversificazione e di disagio infatti, a tratti e in alcune comunità, emergevano più del solito e prendevano consistenza nelle lamentele di chi, pur salesiano alla pari degli altri, si sentiva trattato da 'famiglio', se non addirittura da 'servo'. Una lamentela strisciante che, nonostante il passare degli anni e la maggior [pag. 44] consapevolezza acquisita, tornerà a più riprese nella documen­tazione salesiana.[57]

Un certo stato diffuso di malessere ricorre in varie occasioni sulle labbra di parecchi Coadiutori formati direttamente al contatto vivo con Don Bosco, i quali ne avevano assaporato «il miele» (come dice A. Pelazza) cioè il tratto delicato, affettuoso, comprensivo. Molte reazioni si comprendono meglio, poi, quando si tenga presen­te la tipologia quanto mai varia dei Salesiani laici: si andava da semianalfabeti, pur ricchi di buon senso, a persone con una certa professionalizzazione. La formazione specifica era quasi nulla. Per cui, quando la carità languiva, si presentavano problemi. Inoltre da secoli il prete era considerato una specie di super-cristiano e un'autorità intoccabile dai buoni cristiani. Questa cultura — che peraltro era in rapido declino a fine secolo per le cause che tutti conosciamo — rendeva più odioso il comportamento di certi preti salesiani che trattavano i Coadiutori come persone di servizio. Basta leggere al-cune proposte avanzate al CG3 (1883) da Coadiutori, per convincersi che il 'clericalismo' era nei fatti. Di qui le accorate parole di Don Bosco a sostegno dei Coadiutori. D'altra parte è più che altro problema di persone. Dove la carità era (ed è) vissuta in profondità, le comunità erano (e sono) armoniche, serene.

I documenti conservati, pur nella loro concisione e sobrietà, sembrano tuttavia prendere forza e colore sopra tutto quando riportano la pronta e inequivocabile reazione di Don Bosco. Egli, tutte le volte che ebbe sentore di tale rischio, fu pronto a controbattere ogni alterazione ed ogni eventuale deprezzamento dell'identità del Salesiano coadiutore nella sua Congregazione.

Sono prese di posizione ed interventi che si fanno sempre più decisi e lucidi durante e dopo il CG3, negli ultimi cinque anni della [pag. 45] sua vita, e particolarmente in occasione della sua prima visita al neo-noviziato per Coadiutori e dell'ultimo Capitolo generale prima della sua morte.

Un avvenimento di portata storica fu l'istituzione del noviziato per ascritti coadiutori a S. Benigno Canavese nell'autunno 1883. Veniva così ad essere favorito il processo di diversificazione del Salesiano coadiutore. Il discorso, tenuto da Don Bosco a 22 novizi coadiutori il 19 ottobre 1883 a S. Benigno, sia per il contesto che lo sorregge sia per il contenuto espresso, può definirsi a ragione una pietra miliare nel percorso di chiarimento della figura ideale del Salesiano coadiutore, «un'idea del coadiutore» che, prima di allora, Don Bosco stesso dichiara di non aver mai avuto «tempo e comodità di esporre bene».[59] lo stesso «concetto del coadiutore salesiano»,[60] il «discorso forse più importante» rivolto da Don Bosco ai Salesiani laici.[61]

È pertanto opportuno e utile riportare di seguito l'intera tra­scrizione trasmessaci da Don Giulio Barberis, prima di enuclearne i punti più significativi- «Il Vangelo di stamattina — esordì Don Bosco — diceva: non temere, piccolo gregge. Voi siete anche il «pusillus grex», ma non vogliate temere, «nolite timere» che crescerete. Sono molto contento che si sia cominciato un anno di prova per gli artigiani con regolarità. È questa la prima volta che vengo a S. Benigno dacché ci siete voi e sebbene sia venuto per la vestizione chiericale e non mi fermi che un giorno, non volli lasciarvi senza dirvi due parole a voi in particolare. Vi esporrò due pensieri. Il primo è manifestarvi qual è la mia idea del coadiutore salesiano. Non ebbi mai tempo e comodità di esporla bene. Voi adunque siete radunati qui a imparare l'arte e ammaestrarvi nella religione e nella pietà. Perchè? perché io ho bisogno di aiutanti. Vi sono delle cose che i [pag. 46] preti e i chierici non possono fare, e le farete voi. Io ho bisogno di poter prendere qualcuno di voi e mandarvi in una tipografia e dirvi: — Tu pensaci e farla andare avanti bene. Mandarne un altro in una libreria e dirgli: — Tu dirigi sicché tutto riesca bene. Mandarne un altro in una casa e dirgli: — Tu avrai cura che quel laboratorio o quei laboratori camminino con ordine e non manchi nulla; provvederai che i lavori riescano come devono riuscire. Io ho bisogno di avere in casa qualcuno a cui si possano affidare le cose di maggior confidenza, il maneggio di danaro, il contenzioso; chi rappresenti la casa all'esterno. Ho bisogno che vadano bene le cose di cucina, di porteria; che tutto si procuri a tempo, niente si sprechi, nessuno esca, ecc. Ho bisogno di persone a cui poter affidare queste incom-benze. Voi dovete essere questi. In una parola voi non dovete essere chi lavora direttamente o fatica, ma bensì chi dirige. Voi dovete essere come padroni sugli altri operai, non come servi. Tutto però con regola e nei limiti necessari; ma tutto voi avete da fare alla direzione, come padroni voi stessi delle cose dei laboratori. Questa è l'idea del coadiutore salesiano. Io ho tanto bisogno di avere molti che mi vengano ad aiutare in questo modo! Sono perciò contento che ab-biate abiti adatti e puliti; che abbiate letti e celle convenienti, perché non dovete essere servi, ma padroni; non sudditi ma superiori. Ora vi espongo il secondo pensiero. Dovendo venire così in aiuto in opere grandi e delicate, dovete procurarvi molte virtù, e dovendo presiedere ad altri, dovete prima di tutto dare buon esempio. Bisogna che dove si trova uno di voi, si sia certi che là vi sarà l'ordine, la moralità, il bene. Che se «sai infatuatum fuerit...» Concludiamo dunque come abbiamo incominciato: Nolite timere, pusillus grex. Non temete, che il numero crescerà; ma specialmente bisogna che si cresca in bontà ed energia. Allora sarete come leoni invincibili e potrete fare molto del bene. E poi, «complacuit vobis dare regnum». Regno e non schiavitù, ma specialmente avrete il regno eterno».[62]

Queste parole sulla bocca di Don Bosco e nel contesto del mon­do a lui vicino non destano stupore né apportano grandi novità. Si segnalano per la insistenza e per la fermezza di alcune idee madri, [pag. 47] prima fra tutte quella del coadiutore che risponda adeguatamente aibisogni tipicamente 'profani', sopra tutto a quelli che una certa teologia del sacerdozio di quel tempo non vedeva di buon occhio né nelle canoniche né tanto meno nei seminari, e che faccia ciò che l'anticlericalismo dell'epoca non permetteva al prete nelle aree po­polari. Questo compito, però, proprio perché diverso da quello dei chierici e sacerdoti e quindi soggetto a possibili discriminazioni,[63] doveva essere esercitato con pienezza di diritti e di autorità.

Il triplice uso della qualifica «padroni» vuole ribadire la piena parità e la piena partecipazione dei Salesiani coadiutori ai vantaggi spirituali e temporali della Congregazione. L'enfasi volutamente usata da Don Bosco puntava, come dirà in seguito il testimone estensore del documento in esame, a «sollevare lo spirito abbattuto dei confratelli coadiutori».[64]

La seconda idea ben sottolineata nella conclusione del discorso di San Benigno ripropone una realtà che è scontata nel progetto salesiano, ma che conveniva ribadire, pena lo stravolgimento del concetto di «padrone». Don Bosco si premura di ricordare che tutto ha un senso in funzione educativa e apostolica. Fuori da quest’ambito, i termini utilizzati non corrispondono più al significato voluto. Infatti, meno di quarant'anni più tardi, durante il CG12 (1922), qualcuno esprimerà perplessità sul resoconto della conferenza di S. Benigno «per aver notato in esso espressioni che potrebbero essere mal interpretate» e ne metterà in dubbio l'autenticità.[65] Le testimonianze che [pag. 47] si diedero immediatamente e il tipo di riflessione che ne scaturì fe­cero pervenire alla conclusione opposta e misero in evidenza , come dirà poi D. Ceria a questo proposito («Qui Don Bosco va spiegato con Don Bosco»),[66] l'importanza di non prendere isolatamente parole ed espressioni usate dal Santo.[67]

Dopo appena tre anni dalla visita a S. Benigno, in una sede di risonanza ben più ampia e autorevole, Don Bosco ebbe modo, durante il CG4, celebrato a Valsalice nel settembre 1886, di riprendere e puntualizzare i dati salienti dell'identità e della funzione del salesiano laico. Il documento, intitolato appunto «Dei Coadiutori», doveva costituire la risposta al secondo tema «Indirizzo da darsi alla parte operaia nelle case salesiane e mezzi di sviluppare la vocazione dei giovani artigiani». I termini usati e il genere letterario, con il quale il documento fu concretamente redatto e approvato dal Capi­tolo, risentono molto del linguaggio teologico corrente e accentua­no la prospettiva clericale. In particolare, rispecchiano bene quella situazione storica della Congregazione, tutta sollecitata da un crescente apparato istituzionale e chiamata a far fronte a impegni pastorali sempre più vasti.

I lavori di questo ultimo CG presieduto da Don Bosco ci sembrano più netti e comprensibili se letti sull'ampio sfondo panoramico degli avvenimenti salesiani degli anni 1880-1886. [pag. 49] 


b. Avvenimenti salesiani 1880-1886.

I decreti contro le Congregazioni religiose del 29 marzo 1880 in Francia[68] avevano certamente spinto i direttori delle tre case france­si allora esistenti, Don Bosco stesso[69] e tutto il corpo direttivo della Congregazione verso una strategia attenta e preventiva. L'ondata anticlericale d'oltralpe confermava vivacemente il vantaggio e l'op­portunità di poter disporre sempre più di Salesiani laici. Essi sareb­bero stati in grado di poter «fare maggiormente e più liberamente il bene» che non i chierici e i preti in talare.

Intanto i più stretti contatti con la S. Sede, dovuti all'intenso carteggio in occasione delle prime «Relazioni triennali», e sopra tut­to il progetto, divenuto poi una provvidenziale realtà, della prima presenza salesiana nella stessa città di Roma, influivano certamente nel dare alla Congregazione una fisionomia e un respiro sempre più inserito nel quadro ampio delle «opere cattoliche», di cui si trattò appunto nel CG del 1886.

L'espansione dei Salesiani, unita a quella delle Figlie di Maria Ausiliatrice sotto la guida di Madre Caterina Daghero, dopo la mor­te recente di S. Maria Domenica Mazzarello (1881), interessava non solo il territorio italiano e le sue varie zone, ma anche l'Europa con le prime fondazioni in Spagna e l'America Latina con i suoi progres­si in Argentina e con gli inizi delle opere in Uruguay e Brasile.

Assumeva poi uno speciale rilievo, proprio all'alba degli anni Ottanta, il primo inserimento dei Salesiani nel' mondo degli «Indios»,[70] un'impresa che il romanticismo religioso di fine Ottocento so­sterrà con tutto il fascino di cui disponeva. All'arcivescovo di Buenos [pag. 50] Aires, mons. Aneyros, che beneficiò dell'aiuto dei salesiani in favore degli emigrati italiani della sua diocesi, parve «giunta l'ora» di «offrire (a Don Bosco tutta) la Patagonia che gli stava tanto a cuore».[71] La risposta di Torino volle essere coerente con l'impegno espresso nella nota frase proferita dal Santo in occasione della prima spedizione missionaria: «Noi diamo principio ad una grande opera».[72]

Il sogno missionario di San Benigno del 1883[73] non aveva fatto altro che stimolare l'entusiasmo e l'adesione alle iniziative per il «nuovo mondo».

È dello stesso anno la venuta a Torino del card. Alimonda. L'anno seguente si realizzò finalmente l'attesa concessione dei pri­vilegi, mentre nel 1885 Leone XIII dà a Don Bosco un Vicario con diritto di successione. Fu scelto Don Michele Rua, di 48 anni com­piuti, dei quali ben 40 passati accanto al Fondatore. La nomina fu comunicata con una circolare sul cui frontespizio compariva per la prima volta lo stemma ufficiale della Congregazione.[74] 


c. Il documento del 1886 (CG4).

È nel quadro appena tracciato di avvenimenti di vita salesiana, da inserire a loro volta nel contesto più ampio della vita della Chiesa e della società del tempo, che va letto e analizzato il documento «Dei Coadiutori» del CG4 (1886). Nella visione sostanzialmente immutata [pag. 51] dell'identità del salesiano laico, i capitolari di Valsalice, usando un linguaggio insieme teologico-ascetico, giuridico e ammi­nistrativo, sembrano sottolineare una loro preoccupazione, quella di ribadire gli «uffici» specifici del confratello coadiutore nel novero dei compiti sempre più vasti dell'apostolato e delle strutture salesiane: «coadiuvare i Sacerdoti nelle opere di carità cristiana proprie della Congregazione... col dirigere e amministrare le varie aziende della nostra Pia Società, col divenire maestri d'arte nei laboratorii, o catechisti negli oratori festivi, e specialmente nelle nostre missioni estere».

L'elenco delle attribuzioni, pur rifacendosi alla prima e nota idea di Don Bosco che riconosceva al religioso laico un ampio margine di responsabilità e di autorità, è subito collegato con l'indole e la natura clericale della Congregazione, un'esigenza su cui la S. Congregazione dei Vescovi e Regolari non aveva risparmiato richieste di garanzia prima e dopo l'approvazione delle Regole.

Il noviziato per soli Coadiutori, istituito sia pure per motivi di vicinanza ad un laboratorio e sopra tutto per riservare ai chierici una specifica formazione allo spirito ecclesiastico, in un arroventato clima di rivendicazione sociale e di elevazione della classe operaia com'era quello di fine Ottocento, poteva rappresentare un rischio concreto: quello di nutrire nei confratelli coadiutori una mentalità rivendicativa o il senso di una posizione subalterna rispetto ai preti che potevano, essi soli, accedere per norma costituzionale alla cari­ca di «superiori».[75]

Per questo il documento capitolare riserva alla questione tutto lo spazio dovuto, utilizzando un linguaggio e un'enfasi (si veda l'uso delle maiuscole) proporzionati all'importanza del contenuto.

«1. (I Coadiutori) mostreranno in ogni tempo e circostanza rispetto ai Superiori e ai Sacerdoti, riguardando in essi dei Padri e dei Fratelli, a cui devono vivere uniti in vincolo di fraterna carità da formare un cuor solo e un'anima sola (Reg. Cap. II, 2). [pag. 52]

2. Disimpegneranno con diligenza l'ufficio che verrà loro asse­gnato qualunque esso sia, rammentando che non è l'importanza dell'opera che renda questa a Dio gradita, ma è lo spirito di sacrifi­cio e di amore con cui viene eseguita.

3. Non si addosseranno né lavori né commissioni estranee sen­za espresso consenso dei Superiori.

4. In ogni luogo e circostanza, in casa e fuori casa, nelle parole e nelle azioni mostrino sempre di essere buoni religiosi; poiché non è già l'abito che fa il religioso, ma la pratica delle religiose virtù; e presso Dio e presso gli uomini è più stimato un religioso vestito da laico, ma esemplare e fervoroso, che non un altro adorno di abito distinto, ma tiepido e inosservante».[76] 


1.2.2 Lo sviluppo dell'idea nel solco delle origini: da Don Rua al Vaticano II. 


A. Rettorato di Don Michele Rua (1888-1910).

a. Dai laboratori alle scuole professionali.

Gli orientamenti del CG4 presentano una linea di condotta che riassume le varie esperienze man mano rivedute e corrette da Don Bosco. Il nostro Santo nell'educazione degli 'artigiani' — come fa notare il Ceria — non intendeva fermarsi ai laboratori, ma «erano suo ideale vere scuole professionali; questa fu l'opera di un tempo di cui egli potè vedere solo l'aurora».[77]

È durante il rettorato di Don Rua (1888-1910) che comincia a realizzarsi questa trasformazione. Si fecero eco delle nuove esigen­ze in questo campo i Capitoli Generali, particolarmente il 7° (1895), 8° (1898) e 10° (1904).

Dal 1898 le scuole professionali salesiane vengono a dipendere da don Giuseppe Bertello (1848-1910), che può considerarsi come il grande organizzatore non solo per l'impulso dato alla loro diffusione [pag. 53] ma soprattutto perché cercò di codificarne l'impostazione tecnica, culturale ed educativa.

Queste modifiche risultarono, nell'ambito del mondo dei confratelli coadiutori, una fonte di cambiamenti di rilievo: le nuove leve, ordinariamente, non provenivano più, né in massima parte, dai giovani o meno giovani collaboratori o da famigli già inseriti a vario titolo nel tessuto dell'attività salesiana, ma sempre più dal settore «scolastico» artigianale o professionale.

b. Alcuni dati statistici.

Quanto al numero dei confratelli coadiutori, si riscontrano due fenomeni di tipo diverso: uno nel ventennio 1880-1900 e l'altro nel ventennio seguente. Nel periodo 1880-1900 si ha un incremento numerico notevole: da 182 si passa infatti a ben 1061 professi coadiutori. Invece nel periodo 1900-1920 l'aumento è molto più contenuto: da 1061 si passa a 1350. La percentuale dei Coadiutori sul totale dei Salesiani, mentre era del 30 % nel 1900, si ferma al 26,4% nel 1920. Vi è pure un netto aumento del livello culturale medio (scompaiono del tutto gli analfabeti), un progressivo avviamento ai titoli professionali e una notevole flessione dei ruoli di pura manovalanza.[78]

c. I documenti.

I documenti del tempo di tanto in tanto tornano ad occuparsi della figura e dei compiti del Confratello coadiutore, ribadendo le indicazioni di base date dal Fondatore e dai Capitoli Generali. Par­tono dalla necessità di un'intensa opera di reclutamento vocaziona­le e insistono sulla loro particolare posizione di corresponsabilità educativa, sul loro insostituibile ruolo apostolico e missionario.

La circolare che Don Rua scrive il 31 gennaio 1897 per il 9o anniversario della morte di Don Bosco, tocca precisamente questi argomenti: «Pel carattere poi che è proprio della nostra Pia Società, non solo è riserbata abbondantissima messe per gli ecclesiastici, ma i nostri carissimi confratelli coadiutori sono essi pure chiamati ad esercitare un vero apostolato in favore della gioventù in tutte le nostre [pag.54] Case e specialmente poi nelle nostre scuole professionali; perciò fa d'uopo siano coltivate le vocazioni religiose anche frammezzo i nostri giovani artigiani e coadiutori. Egli è specialmente per tali scuole professionali che la Società Salesiana è tanto desiderata nell'America, Africa, Asia ed in varie nazioni d'Europa. Si fu appunto anche per preparare fra i nostri operai dei coadiutori Salesiani esemplari che il IV Capitolo Generale ha tracciato molte regole im­prontate di zelo, carità e prudenza per l'indirizzo morale, intellet­tuale e professionale dei nostri alunni... Alla perfine nell'insistere perché siano coltivate le vocazioni, nulla io propongo di nuovo, nul­la domando di straordinario, vi prego solamente di imitare gli esem­pi di Don Bosco e d'osservare quelle leggi che noi stessi, nel deside­rio di maggior bene, ci siamo imposte nei nostri Capitoli Genera­li».[79]

Don Rua conferma il notevole cambiamento verificatosi nel set­tore vocazionale, quando enumera i dettagli concreti della strategia da usare: «È di assoluta necessità osservare quali giovani artigiani mostrino qualche segno di vocazione, coltivarli come aspiranti, farli partecipare agli esercizi spirituali durante le vacanze, ricevere (...) le dimande di quelli che desiderano essere ascritti quando hanno raggiunta l'età di 16 o 17 anni».[80]

L'anno seguente, nella lettera circolare del 24 giugno 1898, D. Rua insiste ancora: «Né solo vi esorto a coltivare giovani che danno buone speranze pel chiericato, ma ancora quelli che potranno farsi buoni coadiutori e capi di arte. Sapete che da tutte le parti e special­mente dai luoghi di missione ci si fanno istanze affatto straordinarie per l'impianto di laboratorii, case di arti e mestieri, poiché uno dei bisogni più grandi della società moderna è di educare cristianamen­te l'operaio».[81]

Molti giovani dei nostri collegi appartenevano proprio a fami­glie colpite dalla crisi economica. La figura del Salesiano coadiutore che si occupava di loro e che, come tecnico e maestro di laborato­rio, univa alla stabilità e alla certezza di una sistemazione sociale [pag. 55] anche la testimonianza piena della risposta cristiana ai problemi so­ciali del tempo, costituiva una forte spinta di orientamento per i più sensibili al discorso vocazionale, spesso privi di altri sbocchi profes­sionali.

Di fatto colpisce l'apertura di ben 6 nuovi noviziati, fondati proprio in questi anni: a Lorena nel Brasile (1890), a Bernal in Argentina (1895), a Santiago-Macul nel Cile (1895), a Genzano presso Roma (1896), ad Arequipa nel Perù (1897) ed a Burwash presso Londra (1897).[82]

L'alba del nuovo secolo apriva il mondo salesiano a una più grande speranza d'impiego nella missione poiché il personale cre­sceva in numero e qualità. È dei primi giorni dell'anno 1900una lettera di Don Rua. Essa offre notizie e comunicazioni che ci con­sentono una più aggiornata conoscenza della situazione: «Devo poi mandare una parola di meritata lode a quei Direttori e Prefetti delle nostre case, che col loro zelo industrioso seppero trovare e coltivare il seme della vocazione Salesiana tra i nostri famigli in guisa da farlo attecchire. Ottima cosa questa perché oltre il gran vantaggio che si procura alle anime loro col farli religiosi, si aumenta il nume­ro dei Confratelli Coadiutori dei quali sente tanto il bisogno la no­stra Pia Società. E a questo proposito ho pure il piacere di dirvi che il desiderio espresso in altre mie di veder moltiplicarsi le case di no­viziato per coadiutori e artigiani non fu voce gettata al vento, giac­ché lieto posso annunziarvi che tali case sono già in numero di sette e producono consolanti frutti. È da desiderarsi che se ne aumenti il numero e che per quanto è possibile tutte le ispettorie ne abbiano almeno una».[83]

La continua crescita ed espansione dell'opera salesiana pare spingere a voler sopperire con questi autorevoli richiami a una certa, appena percettibile, caduta di interesse per la novità del confratello coadiutore. Una pur veloce scorsa alla ricca e vivace produzione a stampa e alla propaganda salesiana dell'epoca, ai temi scelti e dibattuti nei noti congressi dei Cooperatori (in quello di Bologna nel 1895 e di Buenos Aires cinque anni dopo), è sufficiente a far notare [pag. 56] come scade l'attenzione verso la componente laicale della Congregazione. Lo stesso meccanismo di preparazione e di risonanza delle prime fasi del processo di canonizzazione di Don Bosco serviva a diffondere sempre più nel mondo l'immagine del salesiano in talare come prolungamento naturale e logico del «santo prete dei ragazzi di Torino». Il Salesiano in abiti borghesi passava in second'ordine.

In realtà il pericolo era piuttosto per l'immagine esterna delle opere salesiane. All'interno delle comunità «il processo di armonizzazione tra preti, chierici e coadiutori prevaleva di gran lunga su quello di differenziazione e di confronto. Nelle singole case fungevano da elementi amalgamanti la meditazione in comune, l'uniformità nella mensa, la corresponsabilità nell'assistenza dei giovani, la preparazione di teatrini e festicciole. A livello ispettoriale svolgeva­no analoga funzione gli esercizi spirituali annuali. Il consenso con­giunto di preti e laici si coagulava facilmente nella figura di coadiu­tori che si distinguevano per laboriosità, giovialità e osservanza reli­giosa. Ogni casa poteva contare su qualche coadiutore che rispec­chiava i modelli della generazione precedente. San Benigno e Torino ebbero il capo sarto Pietro Cenci (1871-1939). Valdocco ebbe tra gli altri l'architetto Giulio Valotti (1881-1953), in Argentina si distinsero il tipografo e giornalista battagliero Carlo Conci (1877-1947) e l'architetto Enrico Botta (1859-1949). L'Ecuador ebbe Giacinto Pancheri (1857-1947) ardito costruttore di strade e ponti. Il Belgio ebbe il musicologo Antoine Auda (1879-1964). I coadiutori addetti ai lavori di esercizio domestico e a quello dei campi continuarono ad esistere ed erano talora tra i più spiritualmente affinati. Valdocco ebbe il signor Giuseppe Balestra (1868-1942); la Palestina, il servo di Dio Simone Srugi (1878-1943)».[84]

Il che non toglie che lo stesso Don Rua sentisse il bisogno di intervenire il 1 novembre del 1906, per respingere con la stessa energia e commozione di Don Bosco, il ricorrente rischio di un deprezzamento: «Conviene che coi fatti e non solo colle parole — egli scriveva — dimostriamo di tenerli quali nostri fratelli». [pag. 57] 


B. Nella Congregazione in espansione: dal rettorato di Don Paolo Albera (1910-1921) a quello di Don Renato Ziggiotti (1952-65) e al Concilio Vaticano II. 


a. Dopo la prima guerra mondiale.

Dopo la crisi della prima guerra mondiale inizia quel periodo di storia del Salesiano coadiutore che va dal rettorato di Don Albera (1910-21) a quello di Don R. Ziggiotti (1952-65), indicativo di una nuova via da percorrere per incrementare le vocazioni e di una nuo­va linea di formazione religiosa per confermarle.

Per far fronte in modo adeguato alla domanda di personale, i documenti della Congregazione ribadiscono incessantemente l'esigenza della cura e del perfezionamento delle vocazioni dei confratelli coadiutori. «Da molte parti — si legge in una circolare del 1920 — si ricevono insistenti domande di personale, specialmente di con­fratelli coadiutori. (...) Mi permetto d'insistere sopra questo punto, perché non sarà mai ripetuto abbastanza che il progresso delle no­stre Scuole Agricole e Professionali dipende in massima parte da personale ben preparato sia dal lato religioso che da quello tecnico».[85]

Di questo stesso tenore è anche la lettera seguente del 24 dicembre del medesimo anno: «È sopra tutto tra gli umili — scriveva lo stesso Consigliere Professionale Generale, D. P. Ricaldone — educati in un ambiente di semplice proprietà) schietta famigliarità, pietà soda, studio e lavoro improntati a serietà e ravvalorati dal sacrificato interessamento del personale, che sbocciano e maturano le serie vocazioni».[86]

Don Albera nel 1921 interverrà con una sua circolare «Sulle vocazioni»[87] dove, scrive D. Braido «offre due pagine tra le più significative e ricche, dove è colto con acutezza e precisione il motivo della missione apostolica ed educativa che il Coadiutore ha in comune [pag. 58] con il Sacerdote, con la negazione perentoria di ogni dualismo e l'affermazione decisa delle sue attribuzioni quale membro di una Congregazione effettivamente educatrice».[88] In questa lettera per la prima volta si accenna anche alla capacità di scoperta e di accom­pagnamento delle vocazioni affidata primariamente agli stessi con­fratelli coadiutori: «Ma sopra tutto queste vocazioni di coadiutori debbono cercarle e coltivarle i coadiutori stessi, non solo nelle scuole e laboratorii, dove se ne offre forse meno facile il destro, ma nelle ricreazioni, durante le quali debbono stare anch'essi in mezzo ai giovani, prendendo parte amichevolmente ai loro giuochi e conver­sazioni. In questo i buoni coadiutori possono esercitare un'influen­za più efficace che non i chierici e i sacerdoti; infatti un chierico, un sacerdote, può tutt'al più descrivere ai giovani la vita del coadiutore salesiano, ma il coadiutore questa vita la vive dinanzi ai loro occhi, offre loro un modello e si sa che 'verba movent, exempla trahunt': se le parole possono muovere, gli esempi trascinano...».[89] 


b. Rettorato di D. F. Rinaldi (1922-1931).

Gli elementi, sopra tutto quelli di principio, riproposti nella circolare di Don Albera, in concomitanza con altri fenomeni di natura religiosa e socio-economica, costituiranno le radici di quel complesso e organico lavoro che si realizzò nel decennio 1922-1931. Il rettorato di Don Rinaldi è stato definito il periodo «più fecondo e fondamentale per un rilievo più spiccato e maturo dell'idea del coadiutore)».[90]

Questo decennio vede l'opera concertata del Consigliere Professionale Generale Don Giuseppe Vespignani e del Prefetto Generale Don Pietro Ricaldone, sotto l'ispirazione di Don F. Rinaldi, Rettor Maggiore.

[pag. 59] Il CG12 trattò come tema V: «Sulla base delle nostre Costituzio­ni [aggiornate al recente Codice di Diritto Canonico]: procurare una più soda coltura religiosa e maggiore abilità professionale ai confratelli coadiutori; cercare quali altre forme di scuola professionale si potrebbero adottare oltre quella comunemente in uso di scuole interne per alunni interni».

E il Consigliere Professionale Generale (D. G. Vespignani) notava in ACS n. 16: «Il Capitolo Generale testé compiutosi (...) ha rilevato ancora una volta il difetto tra noi di personale capace a com­piere la nostra missione nel campo professionale ed agricolo, in altri termini non si sa oggi come provvedere nelle Ispettorie per il nuovo personale professionale salesiano. Mentre ogni anno si fa quanto di meglio per raccogliere da ogni nostro collegio ed oratorio un contingente di Aspiranti per l'abito chiericale, ben poco si fa o si ottiene per il contingente di Aspiranti alle Scuole professionali, contingente che dovrebbesi ottenere parallelamente al primo. È necessario adunque impegnarsi su questo punto per quanto sta in noi, onde riempire il vuoto che il nostro importantissimo apostolato richiede, e pertanto cercare fin dall'inizio delle Scuole professionali ed agricole istituite, dal primo periodo di accettazione degli alunni, dai primi corsi di educazione professionale, quegli artigiani ed agricoltori che in qualche modo addimostrino i germi di una vocazione da coltivarsi, e quindi condurli con amorevole cura al nostro scopo. Che anzi, ad ottenere i mezzi adatti perché questa categoria di allievi si formi ad una vera vita salesiana all'altezza della sua coltura professionale e agraria, si dovrà convenientemente pensare a Centri di formazione, dove detta coltura sia non solo mantenuta ma perfezionata. È necessario che ciascuno nella sua cerchia pensi, e si adoperi ad avvicinare, presentare, favorire, coltivare i soggetti che diano qualche speranza fin dall'inizio. Data poi la scarsità attuale di Maestri professionali salesiani disponibili che vorrebbesi sottrarre dalle Case Centrali di formazione, per fornire le Ispettorie, credo mio dovere insistere presso i Superiori, perché non si spanda questo scarso elemento già formato in parte, ma si cerchi piuttosto di concentrarlo dimodoché si possano stabilire delle Scuole di perfezionamento, cominciando dalle Ispettorie più importanti o assegnando una medesima casa per Ispettorie aventi la medesima lingua ed aumentandole in seguito sino ad essere possibilmente una o più in ogni Nazione. [pag. 60] Queste case saranno come vivai salesiani dei maestri d'arte o capi-agricoltori».[91]

Don Vespignani provvide anche a motivare storicamente il decisivo incremento didattico ed edilizio del settore scolastico professionale ed agricolo deciso nel 1920 per tutta la Congregazione.[92] L'Archivio centrale della Congregazione conserva vari scritti di Don Vespignani[93] sull'argomento. Pur essendo tutti allo stato di «appunti», presentano una sua «Storia del Coadiutore Salesiano». I testi lasciatici, a parte il merito indiscusso di primo tentativo di riflessione storica sul dato vissuto, si limitano ad una, semplice concatenazione descrittiva dei fatti avvenuti, vivente Don Bosco, e normalmente tramandati dalla tradizione salesiana.

In realtà, «Il Coadiutore Salesiano nel pensiero di Don Bosco», una lettera fondamentale che il Rettor Maggiore, Don Filippo Rinaldi pubblicò sugli Atti del Capitolo Superiore del1927[94] esprime bene un permanente collegamento con la tradizione salesiana, con quella delle origini specialmente, che vede nei confratelli coadiutori dei continuatori della missione di Don Bosco e, allo stesso tempo, ne aggiorna la figura applicando ad essa i valori che i progressi della teologia avevano posto in evidenza. Sembrano risuonare le accorate espressioni già usate da Don Bosco e da Don Rua: «Per il Fondatore — è scritto — i sacerdoti assumono sì, con l'Ordine sacro, maggiori doveri e responsabilità, ma i diritti sono uguali, tanto per essi e i chierici, quanto per i coadiutori, i quali non costituiscono punto un secondo ordine, ma sono veri Salesiani obbligati alla medesima per­fezione e ad esercitare ciascuno nella propria professione, arte o [pag. 61] mestiere, l'identico apostolato educativo che forma l'essenza della Società Salesiana... Egli l'ha voluto uguale a sé e ai suoi figli elevati alla dignità sacerdotale: i mezzi, le provvisioni, le armi, i sostegni, la meta e i meriti sono identici per tutti, come il vitto quotidiano».[95]

Non manca una certa enfasi, una certa tonalità nuova o meglio un modo nuovo di guardare la realtà di prima: «Il Coadiutore Salesiano non è il secondo, né l'aiuto, né il braccio destro dei sacerdoti suoi fratelli di religione, ma un loro uguale che nella perfezione li può precedere e superare come l'esperienza quotidiana conferma ampiamente (...) La chiamata del Signore: «Si vis perfectus esse», non è solo per il sacerdozio, né è solo per il piccolo numero di quelli destinati a compiere gli umili servizi delle comunità religiose; ma anche e più ancora per quelli che bramano fare vita religiosa, con­sacrandosi con voto a insegnare nelle scuole primarie e secondarie, ad assistere giorno e notte moltitudini di giovani, ad essere maestri e capi nelle scuole delle molteplici arti, richieste dall'umano consor­zio, e nelle scuole agricole che preparano i maestri destinati ad inse­gnare la professione tanto nobilitata da Gesù nelle sue parabole, il quale non si peritò di chiamarla la professione stessa del suo Padre celeste: Pater meus agricola est».[96]

Quasi a complemento della lettera di Don Rinaldi, il fascicolo del 24 ottobre 1930 degli ACS riporta un semplice commento di D. Giuseppe Vespignani allo storico discorso di Don Bosco a S. Benigno Canavese nel 1883, «rivolto soprattutto a metterne in evidenza gli aspetti formativi, ascetici, religiosi».

Un importante elemento per la formazione del Salesiano coadiutore e per una maggiore sensibilizzazione nei suoi confronti fu l'istituzione e l'organizzazione degli Aspirantati per Coadiutori e delle Case per il loro perfezionamento dopo il noviziato. Alle case di Ivrea, di Foglizzo e di Penango si affianca con tutto il peso di «un'opera di primaria importanza», come la definì Don Rinaldi,[97] la casa di Cumiana per gli aspiranti coadiutori avviati a lavorare nel settore agricolo. Tre anni dopo, nel 1930, un'altra munifica donazione, l'Istituto Conti Rebaudengo (Torino), diventava centro di formazione [pag. 62] professionale missionaria. Nell'Istituto Bernardi Semeria, già eretto al Colle Don Bosco fin dal 1918, si avviava contempora­neamente l'aspirantato che orientava i ragazzi ai corsi agricoli e professionali e i giovani Salesiani coadiutori, già in possesso della qualifica professionale di base, ai corsi di perfezionamento. 


c. Rettorato di Don P. Ricaldone (1932-1951).

La circolare di Don Ricaldone sul «Noviziato» (aprile 1939) sot­tolinea la validità del noviziato unico tanto per gli ascritti chierici come coadiutori. Detta lettera contiene anche dati utili per fare il punto sulla concezione del Salesiano coadiutore in quel tempo e sui rapporti esistenti all'interno della Congregazione. «Anzitutto premettiamo che, quantunque il can. 564 par. 2 stabilisca che nel noviziato sia assegnato ai conversi un posto separato, nella nostra Società non esiste di fatto quella differenza, che si avvera in altri ordini religiosi, tra i chierici e i coadiutori. Inoltre, precisamente per rendere sempre più forte l'unione fra tutti i soci, è bene affratellare, fin dal noviziato, i chierici e i coadiutori, essendo che essi dovranno poi ritrovarsi costantemente a contatto nei nostri istituti per attuarvi il programma salesiano nelle molteplici sue estrinsecazioni. La separazione nel noviziato potrebbe quasi avere il sapore, se non il significato, di una diversità di ideali, mentre invece i figli di S. Giovanni Bosco hanno bisogno di affiancarsi, di procedere fraternamente uniti nell'attuazione delle identiche finalità della loro missione. Il coadiutore salesiano, anche se non è sacerdote, è e dev'essere in­nanzitutto un educatore, e questo suo apostolato egli dovrà com­pierlo con identità di intenti e generalmente nello stesso campo dell’Oratorio festivo, delle Scuole professionali e agricole, delle Missioni, nell'assistenza, nella scuola, nel laboratorio, a fianco e in unione de' suoi fratelli sacerdoti e chierici a vantaggio delle stesse anime. (...) Pertanto la pratica ch'è in uso presso di noi esclude che debba applicarsi ai religiosi della Società il can. 558 ove si dice che 'nelle religioni nelle quali vi sono due classi di membri, il noviziato fatto per una categoria non è valido per l'altra': nella nostra Congregazione v'è una sola categoria di soci. La accidentale diversità di attribuzioni altro non fa che integrare, perfezionare e rafforzare l'omogeneità delle finalità e del corpo stesso della Congregazione. D'altronde l'articolo 12 delle Costituzioni, parlando della forma della [pag. 63] Società, dice espressamente che la nostra Società consta di ecclesia­stici e di laici che conducono la stessa vita comune. (...) Naturalmente l'unione nello stesso noviziato dei chierici e dei coadiutori esige che, nell'attrezzare la casa che li deve accogliere, si tenga conto di tutto ciò che è richiesto per la conveniente formazione delle diverse categorie dei nostri coadiutori, provenienti dalle Scuole professionali, agricole e dalle altre case e mansioni. Non è il caso di organizzare dei veri e grandi laboratori. (...) In pratica s'è visto ch'è relativamente facile provvedere il fabbisogno dei sarti, calzolai, falegnami, scultori; anche per i meccanici ed elettricisti si può man mano avere gli elementi più indispensabili. Per tutti poi, e, particolarmente per gli allievi delle scuole del libro, si dia maggior comodi­tà di esercitarsi nel disegno. Gli agricoltori avranno modo di lavorare nell'orto, nel giardino e nelle industrie agricole: gli altri coadiutori potranno dare un aiuto efficace nelle svariate faccende domestiche».[98]

Confermato il noviziato unico, si ritenne, valida la formula del proseguimento dell'aspirantato separato e, per quelli dotati di un titolo professionale di base, di un biennio o un triennio di perfezionamento per soli confratelli coadiutori.

Il CG15 (1938) approvò pertanto, insieme al regolamento per tutte le case di formazione, quello per il corso di perfezionamento dei confratelli coadiutori, proposto 'ad experimentum' per un sessennio.[99] La disposizione fu poi rinnovata, nel 1947, dal CG16.

L'imperversare della seconda guèrra mondiale, preceduta dalla guerra civile spagnola (1936), accompagnata dalla persecuzione nazista in Polonia (1939) e seguita dalle espulsioni comuniste a Pechino (1948), dall'internamento di oltre 300 Salesiani slovacchi (1950) e dalla chiusura di numerose case nell'Europa nata dalla Conferenza di Potsdam, non indebolirono la forte tempra di Don Ricaldone che, proprio in quegli anni di martirio e di violenza, ritenne indilazionabile l'applicazione di un programma formativo graduale anche per i confratelli coadiutori. A questa pianificazione ideale è sempre da affiancare la permanenza di una prassi che, subito dopo il noviziato, [pag. 64] destinava una parte di Salesiani coadiutori, non operanti in specifici rami professionali, presso le comunità come addetti ai servizi della casa: guardarobieri, cuochi, dispensieri o tuttofare. Ma la figura del salesiano coadiutore che in quegli anni tende a formarsi e a mettersi in evidenza, grazie proprio all'influsso della preparazione culturale impartita nei centri di perfezionamento, è quella del Salesiano coa­diutore capo-laboratorio, insegnante tecnico, educatore di giovani apprendisti.

Nel 1948 nasce la rivista «Il Salesiano Coadiutore» che offre non pochi spunti di analisi. Tra le varie rubriche di questa rivista trimestrale[100] particolare peso aveva quella intitolata «Vocazione e vocazioni». Ospitava interventi, contributi e riflessioni sulla identità e sul ruolo del salesiano laico. Non è difficile notare quanto variano l'impostazione e i contenuti, passando, nella lettura, dagli articoli delle prime annate, dove c'è un riferimento continuo alle origini e al pensiero di Don Bosco e di Don Rinaldi, a quelli degli anni 1954-1957, dove si insiste maggiormente sulla «novità», sull'«apostolato» e sulla «preparazione tecnica».[101]

Nel 1950 l'allora Consigliere Generale Professionale, Don Antonio Candela, presentò, nel Congresso generale sugli stati di perfezione tenutosi a Roma in quell'anno, una relazione sul Salesiano coadiutore. In essa appaiono ben individuate le sorgenti giuridiche, storiche, religiose e pedagogiche dalle quali, a suo parere, scaturisce la figura del religioso salesiano laico, anzi del «salesiano in borghese».[102] Don Braido inserisce questo contributo nella sua collectanea di testi «ufficiali» sul Salesiano coadiutore, adducendo varie ragioni. [pag. 65] Ne sottolineiamo una specialmente. Il contributo «riassume in forma lineare — egli scrive — i migliori risultati della tradizione dottrinale e pratica salesiana sull'argomento, paragonabile ad una specie di 'magistero ordinario' della Congregazione in questo settore vitale».[103]

Vale dunque la pena riportarne i brani più significativi. Il Salesiano coadiutore si pone come«una nuova figura, che si va delineando nelle Congregazioni clericali di oggi», un religioso che «si affianca al religioso Sacerdote per dividere con lui, nella misura della sua condizione, le fatiche, le responsabilità e le gioie dell'apostolato moderno».

La novità di questi religiosi laici rispetto agli antichi 'conversi' è racchiusa, a parere di Don Candela, in due considerazioni:

«a) Per le mansioni che ad essi vengono affidate: queste sono svariate e le condividono con i loro confratelli sacerdoti, eccettuate naturalmente quelle che rilevano dal carattere sacerdotale. L'agile struttura di queste Società e la molteplicità delle loro attività offrono ai laici un vasto campo di apostolato. Mentre i meno istruiti si santificano negli umili lavori delle singole case, i professori si santificano sulle cattedre, dalla prima elementare alle universitarie; i maestri d'arte nei loro laboratori-scuola, in ogni mestiere e specializzazione; gli agricoltori nei campi; altri negli Oratori Festivi, come assistenti, dirigenti di gruppi di A. C., di circoli sportivi, artistici ed altri. E tutto ciò non solo nei paesi civili, ma anche nelle terre di missione.

b) Per il loro numero. Una tale molteplicità di oggetti a cui si indirizzano queste Società richiede naturalmente un numero gran­de di operai evangelici anche non sacerdoti. In un convento posso­no essere sufficienti pochi 'conversi', tanto da assicurare i lavori do­mestici della comunità. Qui al contrario è necessario aprire la via della perfezione a tutti quei laici che si sentono chiamati a santificarsi nella vita di comunità, esercitando tutte le forme dell'apostolato e della propaganda cristiana». [pag. 66] 


d. Rettorato di Don Renato Ziggiotti (1952-1965).

Il CG17, convocato nel gennaio 1952, quasi fosse un anello di collegamento fra le ultime disposizioni di Don Ricaldone[104] e i primi impegni di Don Ziggiotti, ebbe come primo tema di studio la formazione culturale, professionale e religiosa del Salesiano coadiutore. Lo stesso Don Ziggiotti in ACS (ottobre 1952) presenta le deliberazioni prese, le «direttive per il corso di perfezionamento dei confratelli coadiutori» e le «raccomandazioni» sul personale.[105]

Tutto il lavoro di un'epoca di trasformazioni, di concreto apprendimento e di operosità organizzativa sfocerà nella codificazione di questa materia che nel 1954 entrerà a far parte dei «Regolamenti della Società Salesiana».[106] 

La Congregazione era entrata nella seconda metà del secolo XX affermando l'accresciuta coscienza della novità e dell'essenziale funzione del Salesiano coadiutore. Si arriverà fino alle soglie del ventennio successivo con un progressivo aumento globale dei Salesiani, fino a raggiungere la punta massima di 21. 614 professi nel 1967.

Ma proprio in questi anni si profilano, soprattutto nelle società occidentali, i primi fermenti di vasti e profondi cambiamenti. Le loro ripercussioni non tarderanno ad influire sulle strutture e nella vita degli Istituti religiosi. [pag. 67]

Per quanto riguarda il settore dei Salesiani coadiutori, sopra tutto di quelli destinati alle scuole professionali e agricole, si cominciò ad assistere alla lenta ma inesorabile diminuzione di allievi e di commesse di lavoro per i settori di puro artigianato, come la falegnameria, l'arte del ferro battuto, la calzoleria, la sartoria e la legatoria. Le diverse possibilità di concreti posti di lavoro nell'industria e l'incipiente ma crescente automatizzazione orientavano verso altre strade i giovani apprendisti. I mutati rapporti di mercato venutisi a creare dopo il secondo conflitto mondiale obbligavano i vari stati a far fronte tempestivamente alle nuove esigenze modificando i quadri professionali disponibili. Tutto ciò richiedeva la revisione delle strutture scolastiche e di laboratorio, la revisione delle materie di apprendimento e la riqualificazione del personale insegnante.

I Salesiani coadiutori furono i primi a risentire dei comprensibili contraccolpi di queste modifiche spesso radicali.

Non pochi fra loro, inseriti da sempre in uno specifico settore di attività, si trovarono ‘dequalificati’ e obbligati ad assumere attività e settori di presenza apostolica ed educativa nuova e comunque diversa da quella a cui il lungo 'iter' formativo precedente li aveva destinati. Se si tiene conto che la loro età media nel 1970 sarà di 42,6 anni non sarà difficile comprendere il disagio e lo scompenso che questa situazione veniva a creare. La stessa curva delle vocazioni ha una flessione, registrando un calo nella percentuale dei Coadiutori sul totale dei Salesiani; si passa dal 21 per cento (ancora registrato negli anni 50) al 18, 35% nel 1974. 


1.2.3 Nell'impegno di rinnovamento del post-concilio

A 150 anni dalla nascita di Don Bosco, la dichiarazione fatta da Don Luigi Ricceri, eletto Rettor Maggiore (1965-1977), che sarebbe poi divenuta programma di lavoro e di governo, esprime bene i connotati del momento storico a cui si riferisce: «Avanti con Don Bosco vivo, oggi, per rispondere alle esigenze del nostro tempo e alle attese della Chiesa».[107] [pag. 68]

La Congregazione da un decennio circa era entrata nel suo secondo secolo di vita e doveva essere in grado di affrontare situazioni inedite e parzialmente originali. Le rapide trasformazioni del mondo, gli appelli che lanciava, le condizioni nuove anche in seno alla Chiesa stimolarono la ricerca di orientamenti adeguati. Queste indicazioni di rotta attinsero la loro forza e la loro ispirazione innanzi tutto nei documenti del Concilio Vaticano II. Nella fedeltà essenziale e dinamica al progetto apostolico ed educativo di Don Bosco non bastava adattare vecchie formule, pur ottime e risolutive negli anni precedenti, ma, data la inarrestabile accelerazione del movimento delle idee, occorreva crearne delle nuove. Il clima irrepetibile del­l'immediata preparazione e dell'inizio dei lavori conciliari agì come potente fermento entro la vita della Congregazione. Già qualche anno prima del noto «Sessantotto», carico di vivaci inquietudini e attese giovanili, i Salesiani si trovarono interpellati e impegnati, come mai nella storia dei precedenti Capitoli generali, a preparare e a dar l'avvio nel 1965, attraverso il Capitolo Generale XIX, al loro rinnovamento e ridimensionamento. Tra i 22 Documenti capitolari, il 5° porta come titolo «Il Salesiano Coadiutore».

Nello spirito della svolta conciliare, durante il ventennio seguente, vengono elaborati, soprattutto nell'ambiente dei Capitoli Generali, importanti documenti sul Salesiano coadiutore. Poiché essi costituiscono oggetto di riflessione nelle pagine che seguono, ci limitiamo qui a indicarli cronologicamente.

Il CG20 (1971-72) fu convocato per adempiere le richieste del 'Motu proprio' «Ecclesiae Sanctae». Preparato da ben due Capitoli ispettoriali e seguito da un terzo, promosse un'intensa opera di mentalizzazione tra i confratelli.

Dal 31 agosto al 7 settembre 1975 si svolse a Roma il Convegno Mondiale Salesiano Coadiutore.

Il CG21 (1977-78) raccolse i risultati del primo periodo di «sperimentazione» delle Costituzioni rinnovate. Tra i cinque Documenti capitolari, il 2° ha come tema «Il Salesiano Coadiutore».

Gli ACS n. 298 (ott.- dic. 1980) riportano l'importante lettera del Rettor Maggiore, Don Egidio Vigano, su «La componente laicale della comunità salesiana».

Il CG22 (1984), oltre alla rielaborazione conclusiva del testo delle Costituzioni e Regolamenti, emanò alcuni 'Orientamenti operativi [pag. 69] e deliberazioni', di cui il 3° si riferisce a «La componente laicale». Costituisce una delle quattro priorità indicate dal Rettor Maggiore, Don Egidio Vigano, in ACS n. 312 (genn. -marzo 1985) a tutta la Congregazione.

Tutti questi eventi ebbero l'intento medesimo che esprimeva Don Ricceri introducendo i lavori del Convegno Mondiale: «Per la prima volta, egli diceva, la Congregazione ufficialmente si pone in forma così approfondita, larga, sistematica, in piena e amorosa volontà di ricerca, il grande quesito: il Salesiano Coadiutore che cosa è e che cosa vuol essere? come vive e sente, alla luce della realtà odierna, l'ideale della sua vocazione religiosa-laicale a servizio della missione salesiana? quali ostacoli si frappongono alla sua realizzazione e al pieno e fecondo sviluppo della vocazione dell'«apostolo nuovo per il mondo nuovo?».[108] 


NOTA. Nelle sezioni/capitoli che seguono si fa il punto sullo stato attuale [al 1989] della riflessione sul Salesiano Coadiutore e del vissuto in cui si va concretando nelle presenti circostanze.

I brevi lineamenti storici sin qui offerti vogliono appunto aiutare a cogliere nelle esperienze attuali quelle linee di forza che sono presenti direttamente, anche se in germe, nel carisma di Don Bosco Fondatore.



[1] Il materiale di questa «nota storica» è preso sostanzialmente da M. Sauvage, art.Fratello in Dizionario degli Istituti di Perfezione, dir. G. Pelliccia-G. Rocca, vol IV, Roma 1977, col. 762-794. Ivi, bibliografia sul tema specifico, alle col. 792-794. Si possono utilmente consultare gli Atti dei vari convegni sulla figura del religioso laico tenuti dai singoli Istituti religiosi o in diverse aree geografico-linguistiche, che hanno rivolto uno sguardo anche ai secoli scorsi. Così ad es. la relazione di T. Turrisi su La figura storico-giuridica del religioso fratello dalle origini al Vaticano II, in Il Fratello religioso nella comunità ecclesiale oggi, Roma 1983, p. 25-49.

[2] Cf G. M. Colombas, El monacato primitivo, I, Madrid 1974 p. 64-68.

[3] M. Sauvage, o. c, col. 766.

[4] Ib. col. 766.

[5] Ib. col. 768.

[6] Ib. col. 769.

[7] Ib. col. 770.

[8] P. Stella, Cattolicesimo in Italia e laicato nelle Congregazioni religiose. Il caso dei coadiutori salesiani (1854-1974), in Salesianum XXXVII (1975) 411.

[9] L'ultimo tentativo, dopo quelli operati da Pio VII subito dopo il suo ritorno dall'esilio a Roma, e di Leone XII, limitati agli Ordini e Congregazioni esistenti nello Stato Pontificio, era proprio quello di Pio IX che nel 1847 istituiva una Congregazione sopra lo stato dei Regolari e inviava il 7 agosto dello stesso anno a tutti i vescovi dei vari Stati italiani una lettera circolare con la quale invitava «a somministrare le opportune notizie sullo stato dei Regolari; a specificare le cause degli abusi che si fossero introdotti in queste Corporazioni religiose, e a indicare i mezzi più convenienti ed efficaci a rimuoverle». Tutta la documentazione, che è conservata presso l'Archivio Segreto Vaticano, attesta puntualmente il diffuso malessere e il bisogno di concreto ripensamento delle strutture religiose rispetto alle nuove esigenze dei tempi.

[10] P. Braido, Religiosi nuovi per il mondo del lavoro, Roma 1961, p. 16-17.

[11] Si vedano gli Atti del convegno di studi Lodovico Pavoni e il suo tempo 1784-1849.,Brescia 30 marzo 1985.

[12] Due indicazioni si trovano in una lettera del Rosmini a Don Bosco del 1853 e l'altra in un accenno ad una «missione bresciana» dell'amico Don P. Ponte, allora di­rettore dell'Oratorio S. Luigi a Porta Nuova, alla fine del 1849. È molto probabile co­munque che Don Bosco abbia avuto diretti legami almeno con la produzione libraria della tipografia dell'Istituto di S. Barnaba da dove tra l'altro venne fuori l'Opera omnia di San Francesco di Sales.

[13] Cf. D. Veneruso, Dai laboratori agli istituti professionali, in P. Braido, Don Bosco nella Chiesa a servizio dell'umanità. Studi e Testimonianze, LAS Roma 1988, p. 133.

[14] MO, 205; come anche si veda in «Invito ad una lotteria d'oggetti in Torino a favore degli Oratori», gennaio 1862.

[15] Cf. MB 4, 660. Sulle ragioni e le modalità di impianto dei laboratori interni a Valdocco si veda P. Stella, Don Bosco nella storia economica e sociale (1815-1870), Roma 1980, p. 243-249, 383-386.

[16] Si trovano richieste in tal senso in alcuni numeri del giornale locale L'Armonia di quell'anno: cf. MB V, 540.

[17] La tipografia comincerà il 31 dicembre 1861 e il laboratorio per fabbroferrai inizierà in concomitanza ai lavori del Santuario di Maria Ausiliatrice nel 1862.

[18] MB VII, 116.

[19] MB X, 946.

[20] MO, 45.

[21] MO, 62s.

[22] MO, 95s.

[23] 24 luglio 1927.

[24] Le prescrizioni sinodali e la letteratura formativa ecclesiastica dell'Ottocento intervengono continuamente nel ribadire l'inopportunità per il sacerdote di occuparsi o praticare lui stesso lavori «servili o profani» : si veda A. Gambasin, Gerarchia e laicato in Italia nel secondo Ottocento, Antenore Ed., Padova, 1969, 330 p.

[25] E. Ceria, Annali della Società Salesiana, Voi. I, Torino 1941, p. 651-652.

[26] Da un promemoria di Don Bosco al Presidente del Comitato Tipografico di Torino nel 1872: cf. Epist. II, p. 2334 (data incompleta).

[27] A. Peano entrò all'Oratorio nel dicembre 1854; vi rimase meno di tre mesi, uscì infatti il 23 febbraio del 1855. Cf. P. Stella, Cattolicesimo..., o. c, p. 413.

[28] Ibidem.

[29] Ivi, p. 412.

[30] Nel verbale della seduta del 6 mattina, scritto da D. G. Marenco, si legge infatti questa osservazione: «Si fa una questione se convenga o no lasciare il nome di coad. ai soci secolari o cambiarlo con quello di confratello. D. Bosco e molti opinano che non si debba mutare, solo si mostra la convenienza che non si dia il nome di coadiutori ai famigli». Roma, Arch. Centr. Sal., Verbali del terzo Capitolo Generale tenuto al Collegio di Valsalice nel settembre del 1883; cf. anche in MB XVI, 411s.

[31] P. Braido, Religiosi nuovi..., o. c, p. 20-21.

[32] Cf. MB VI, 335.

[33] MB VI, 479.

[34]

[35] P. Stella, Cattolicesimo..., o. c, p. 414-415.

[36] Questo spiega probabilmente come nei documenti più riservati la menzione di coadiutore, come socio laico della Congregazione, è chiarissima (si veda, per es., la primissima redazione delle Costituzioni, certamente anteriore al 1863). Mentre non appare o entrerà solo tardivamente, verso gli anni'70, senza troppe distinzioni dalla categoria dei famigli, nella documentazione alla portata di tutti (si vedano i Re­golamenti per i giovani e per i Superiori, come pure i Ricordi confidenziali ai Diret­tori e simili).

[37] In Annali, o. c, I, p. 258. Si vedano anche le altre lettere giunte a Torino dopo l'arrivo della prima spedizione missionaria del 1875: risalta subito la caratteri­stica di assimilare le varie categorie di preti, chierici e coadiutori in una sola unica realtà di «figli di Don Bosco».

[38] MB XVI, 313.

[39] La nostra analisi condivide quella di D. Braido, che ha il merito di aver aperto la strada alla riflessione sulla documentazione disponibile riguardo alla figura del salesiano coadiutore; egli accenna esplicitamente ai fattori che spiegherebbero la «ritrosia di Don Bosco a enunciare più esplicite teorie in materia» : cf. P. Braido, Religiosi nuovi..., o. c, p. 23.

[40] In una conferenza tenuta a Valdocco il 30 ottobre 1876 a 228 professi, ascritti e aspiranti, Don Bosco ha fornito lui stesso questo dato: «E posso accertarvi in nome del Signore che tutti quelli che già fecero professione sono assolutamente chiamati, perchéprima di accettarli volli conoscerli bene [sottolineatura nostra] e se li accettai è segno certo che li credetti adattati[sic] alla grande impresa. D'altronde il Superiore è obbligato sotto pena di colpa grave a non accettare quei tali che non crede chiamati» (MB XII, 560s).

[41] MB XVIII, 126s.

[42] P. Braido, Religiosi nuovi..., o. e, p. 24-25.

[43] MB XII, 625s: si trattò di una conferenza tenuta nella chiesa di S. Francesco di Sales ai Salesiani di Valdocco, con la partecipazione anche degli ascritti, degli aspiranti e dei giovani artigiani interessati delle classi superiori. Un uditorio di 205 persone (ibidem, 141).

[44] MB XII, 149.

[45] MB XII, 151.

[46] Ibidem.

[47] MB XII, 152.

[48] Ibidem.

[49] MB X, 1085s.

[50] MB XIV, 783s.

[51] MB XIV, 394.

[52] Ibidem: la lettera avrebbe dovuto, secondo il Ceria, far conoscere il 'carattere' dei Coadiutori 'non confondibile con quello dei tradizionali conversi', mentre il contenuto è invece proprio di tenore opposto.

[53] Edito dalla Tip. Salesiana, S. Benigno Canavese 1887.

[54] Riportato in MB XVIII, 702-704.

[55] Trascrizione di Don G. Marenco, segretario del CG3, conservata presso l'Archivio Centrale Salesiano; si veda pure quanto riportato in MB XVI, 411s.

[56] Cf. in Annali, o. c, I, 470 e in MB XVI, 413s.

[57] Ben nota la circolare scritta da Don Rua agli Ispettori e Direttori su tale ar­gomento il 1 novembre 1906: «Ancora una parola pei nostri Confratelli Coadiutori (...) Vorrei che anche tutti voi loro portaste un affetto veramente fraterno e che lo manifestaste trattandoli con tutta bontà, ascoltandoli quando vi rivelano le loro pene, mostrandovi premurosi della loro sanità e provvedendo ai loro bisogni. Conviene che coi fatti e non solo colle parole dimostriamo di tenerli quali nostri veri fratelli. Mi scese al fondo del cuore come uno strale la lagnanza udita qualche volta dai coadiu­tori, che essi non sono considerati quali fratelli, ma quali servitori. Evitate perciò qualunque cosa potesse dar loro pretesto di pensare così».

[58] MB XVI, 312.

[59] Il Wirth, riferendosi all'intervento di Don Bosco al CG del 1886 e a questo discorsetto del 19 ottobre 1883, afferma testualmente: «Là, a quanto pare, bisogna cercare il pensiero definitivo di Don Bosco»: Don Bosco e i Salesiani, LDC ed., Torino 1969, p. 111.

[60] È il titolo dato da don Braido al testo di San Benigno, riportato in appendice nella sezione ‘Documenti’ del suo studio Religiosi nuovi…, o. c., p. 62.

[61] È quanto afferma D. P. Stella, Cattolicesimo…, o. c., p. 422.

[62] MB XVI, 312s.

[63] È appena da far notare come Don Bosco stesso doveva saggiamente districarsi tra queste contrapposte tensioni: da un lato non voleva contrapporsi a precise indicazioni provenienti dalla corrente concezione teologica, dalle leggi canoniche, dai Sinodi e autorità locali che volevano rispettato e salvaguardato il decoro e lo spirito ecclesiastico (questo lo aveva deciso a separare i noviziati, ad ammettere cioè una certa discriminazione!); dall'altro non desiderava inserire nell'alveo della sua famiglia religiosa una incoercibile radice di stratificazione di categorie, perché risultava contraria alla concezione che aveva dei laici ed era di fatto profondamente estranea alla sua esperienza.

[64] A parer di D. Stella, tale condizione di disagio proveniva non tanto dal settore ecclesiastico, quanto piuttosto dalla categoria degli stessi coadiutori «quelli culturalmente più preparati e più consapevoli del proprio valore professionale. Questi forse (tipografi, librai, sarti...) furono coloro ai quali Don Bosco intese direttamente replicare» (Cattolicesimo..., o. c, p. 425).

[65] Il «caso» si aprì nel corso della decima riunione capitolare del 28 aprile, allorché il relatore Don Pedemonte, incaricato di parlare sul tema 5° circa i Coadiutori, lo fece utilizzando il resoconto manoscritto della conferenza di Don Bosco a S. Beni­gno, di cui ci stiamo occupando, trovato nell'archivio della stessa casa. Nell'undicesima seduta, del 29 aprile il capitolare Don Costa avanzò i dubbi e le difficoltà di cui si è detto, provocando una vivace discussione intorno alla storicità e autenticità del documento 'incriminato': intervennero come testimoni della veridicità di quanto scritto Don Nay, nel 1883 prefetto a S. Benigno, Don Giulio Barberis, estensore, e Don Fascie. Lo stesso Rettor Maggiore «conferma quanto disse Don Nay ed aggiunge che nel 3° Capitolo Generale, essendosi proposto: Bisogna i coadiutori tenerli bassi, formar di essi una categoria distinta, ecc.' Don Bosco si oppose visibilmente commosso, esclamando: 'No, no, no; i confratelli coadiutori sono come tutti gli altri'»: in Archivio Centrale Salesiano, Verbali del XII Capitolo Generale (1922), AS 04.

[66] Annali, o. c, I, 704.

[67] È la conclusione che risulta verbalizzata nella dodicesima assemblea capitolare (1 maggio 1922): «Alle ore 9 si apre la seduta colle preghiere di rito. Letto il verbale si osserva che sarebbe meglio dire che le varie espressioni usate da D. Bosco nella conferenza tenuta in S. Benigno nel 1883, non debbono essere prese isolatamente, ma interpretate nel senso di altre conferenze dette da D. Bosco in altre determinate circostanze»: AS 04.

[68] Si veda tutto il cap. XXXII degli Annali, o. c, I, 362-369.

[69] Interessanti risultano le direttive scritte da Don Bosco al direttore Don Ronchail, fra le quali l'ultima inerente il settore di cui ci stiamo interessando: «Si tenga fermo - consigliava Don Bosco - che noi siamo per l'agricoltura e per le arti e mestieri. ... per formare dei sorveglianti, maestri di scuola e specialmente tipografi, calcografi e fonditori di caratteri»:Epistolario IV, Don Bosco a Don Ronchail, Roma 23 marzo 1880.

[70] Il Ceria scriveva infatti che «Le Missioni Salesiane d'America, intese nello stretto senso della parola, ebbero un primo inizio nel 1879; poiché appartiene a quell'anno il primo contatto dei Missionari Salesiani con gli Indi della Pampa e della Patagonia, terre immense e per la massima parte ancora inesplorate»: Annali, o. c, I, 378.

[71] «La scongiuro - scriveva, con espressioni care ai moduli prelatizi del tempo, lo stesso mons. Aneyros il 5 agosto di quell'anno - per le viscere misericordiose di Nostro Signore Gesù Cristo, che s'affretti a venire in mio aiuto per soccorrere tante povere anime abbandonate».

[72] Infatti nel giro di quattro anni il lavoro realizzato in Patagonia fu notevole: nella relazione ufficiale inviata alla S. Sede - pur prendendo con la debita cautela la generosità delle cifre - si parla di ben 500 battesimi di indi nel 1883 e di un totale di 5328 battesimi dal 1879 all'83; di due collegi a Patagones con 69 ragazzi l'uno e 93 ragazze l'altro; di vaste esplorazioni dell'ampiezza di 1137 km.

[73] «Era la festa che precedeva la festa di S. Rosa da Lima(30 agosto) ed io ho fatto un sogno...» così Don Bosco raccontò l'accaduto il 4 settembre di quello stesso anno ai membri del 3o Capitolo Generale. Vedi in Annali, o. c, I, 423-434. Il sogno ha acquistato una risonanza tutta speciale con la fondazione di Brasilia.

[74] Si utilizzò il disegno dello stemma che era stato fatto dal prof. Boidi per la chiesa del S. Cuore di Roma. La circolare stampata con la data «Tutti i Santi 1885», venne poi trattenuta da Don Bosco, che la rilesse, la ritoccò e la fece ristampare con data 8 die, festa dell'Immacolata: cf. Annali, o. c, I, 530s.

[75] Dalla lettura, comunque, dell'ELENCO dei Salesiani si evince che in realtà l'unico Noviziato per soli ascritti coadiutori fu quello di S. Benigno. Esso, inoltre, cessò praticamente di essere tale durante la 1a guerra mondiale. Nel 1919 aveva solo più 3 ascritti coad. militari e nel 1920 cessò le sue attività come noviziato. Vi furono nel contempo altri noviziati con preponderanza di ascritti coadiutori, ma con alcuni ascritti chierici frammisti.

[76] Deliberazioni del terzo e quarto Capitolo Generale della Pia Società Salesiana tenuti in Valsalice nel settembre 1883-86, S. Benigno Canavese 1887, p. 16-17.

[77] E. Ceria, Annali, o. c., I, p. 653.

[78] Cf. P. Stella, Cattolicesimo..., o. c, p. 420.

[79] In M. Rua, Lettere circolari, Torino 1910; le citazioni sono prese dall'ediz. del 1965, p. 187-189: lettera datata Torino, 31 gennaio 1910.

[80] Ibidem.

[81] M. Rua, Lettere circolari, o. c, 207s; dat. Torino, 24 giugno 1898.

[82] Cf. Lett. circ. n. 18, 20 gennaio 1898.

[83] M. Rua, Lett. circ, o. c, 245s., dat. Torino 20 gennaio 1900.

[84] P. Stella, Cattolicesimo..., o. c, p. 426.

[85] P. Ricaldone, in ACS 24 giugno 1920, 16s.

[86] ID., in ACS 24 dic. 1920, p. 103.

[87] P. Albera, Lett. circ. Sulle vocazioni, Torino 15 maggio 1921, in ACS 4 (1921) 205-207.

[88] P. Braido, Religiosi nuovi..., o. c, p. 31. È in questa circolare che si ribadisce chiaramente che i Coadiutori non costituiscono un secondo Ordine, poiché in Congregazione preti e laici «godono tutti gli stessi diritti e privilegi; il carattere dell'ordine sacro impone sì, maggiori doveri, ma i diritti sono uguali tanto per i sacerdoti e i chierici quanto per i Coadiutori».

[89] Ibidem, p. 84.

[90] Ibidem, p. 31.

[91] ACS 16 (24 ott. 1922), p. 29-30.

[92] Si veda la circolare pubblicata in ACS del 24 die. 1920, dove si fa appunto notare la necessità di recuperare una prerogativa specifica dell'opera salesiana: alla morte di Don Bosco le scuole professionali coprivano il 34% dell'opera salesiana; dopo 32 anni il settore, perdendo il 20%, era ridotto solo al 14%.

[93] Ci si riferisce in particolare agli appunti riguardanti Conferenze presentate al teologato di Torino (Crocetta), una Conferenza ai Coadiutori di Sampierdarena, una «Storia del Coadiutore Salesiano» di cui già si parlò nel corso del presente scritto, e alcuni Appunti per la discussione del II tema al Capitolo Generale XIII.

[94] In ACS 40 (1927) 572-580. Occasione dell'importante lettera scritta da Don Rinaldi fu la fondazione, avvenuta il 17 luglio 1927, della Scuola Agricola Missionaria a Cumiana, grazie alla donazione di un vasto latifondo da parte delle sorelle Flandinet per la formazione del personale missionario.

[95] Ibidem.

[96] Ibidem.